Ricciotti Garibaldi, giovane tra gli audacissimi audace, impugnata una bandiera del reggimento del suo fratello Menotti, si avventa contro Bezzecca; gli fanno spalla il Canzio cognato, di quel valore che tutto il mondo sa, e il Damiani gentil sangue siciliano, che tra modesto e prode non sai quale ei sia più; gli altri dietro con irresistibile impeto.

Il tenente Fandibuoni, che sbirciava come andavano le cose dal buco della chiave di una casa dov'era tornato ad appollaiarsi, saltò fuori urlando; lo salutarono i nostri come un redento per miracolo: stette a un pelo che non lo portassero in trionfo; il Canzio gli ordinò pigliasse seco gente per esplorare se intorno giacessero feriti, e li sovvenisse. Andò il nostro glorioso tenente, nè molto si dilungava, che rinvenne il mucchio dei tirolesi e di Filippo e poco lungi Curio: parevano tutti morti; costui n'ebbe raccapriccio e terrore, il quale crebbe in lui fino al delirio quando si sentì chiamare:

— Gua'! Gua'! chi miro? Sei tu, Fandibuoni?

Così aveva parlato Curio, il quale schiusa la coda di un occhio riconobbe il coraggioso tenente; questi, rimessosi alquanto dallo sbalordimento, chiedeva a Curio:

— Ma sei proprio vivo?

— Sono vivo, e ci puoi credere, rispose l'altro sorridendo, e così gli calmava la paura, quando, a farlo basire da capo, ecco agitarsi il mucchio dei morti e uscirne di sotto Filippo stillante sangue da tutto il corpo, che diverso non sarà stato il peccatore pagano quando in espiazione gli versavano addosso il sangue di un toro nel Taurobolo: stette per istramazzarne, senonchè riconosciuto anco lui alla voce, si tenne e tutto tremante domandò:

— Come diavolo nascosti in cotesta maniera? Avete avuto paura?

Per risposta gli risero in faccia. Non è da dirsi se ei si affrettasse ad allontanare cotesti odiosi testimoni della sua viltà; per questa volta la malevoglienza giovò meglio della benevolenza; in meno di un'ora, stesi entrambi dentro un carro sopra uno strato di paglia, furono avviati verso Brescia.

Il generale Kuhn, non sapendo consolarsi della inopinata vicenda, riputò spediente alla sua riputazione pubblicare per via di giornali, infinito il numero dei garibaldini, di petto a loro un formicolaio essere nulla; le sono fandonie coteste: tutti, così amici come nemici, gli scrittori si accordano ad attestare quanto fu già avvertito da noi, che i garibaldini in quella giornata combatterono contro gli austriaci a numero pari.

Gli austriaci non tennero fermo a Locca; nè fecero meglio prova ad Enguiso e a Lensumo; da per tutto sloggiati ripararono a Campi. Nel medesimo giorno tentarono una sortita a Lardaro, ma furono respinti: afferma il Rustow come cotesta mossa fosse per una semplice ricognizione, e s'inganna: agevolmente si comprende essere stata parte del disegno nemico di metterci dentro ad un cerchio di fuoco.