Ed ecco come per onestare la propria viltà s'industriano avvilire altrui; con la menzogna sgomentansi i cuori, si fiaccano le braccia: tremano vincere più che altri non tema perdere, però che perdendo si accertava il rodere; marmeggie, non aquile; ghetto, non Stato; politica da reggia non già, bensì da castro; Che se con la lancia di Giuda ai giorni nostri si combattessero le battaglie, che cosa sarebbero le vittorie di Alessandro, di Cesare e di Napoleone di petto ai trionfi dei nostri insigni capitani? La Marmora certo più ridevole che abominevole, viceversa il Ricasoli; entrambi però risibili e odibili: forse, se costoro come il Castlereagh si fossero con le proprie mani resa giustizia[30], la misericordia di Dio li avrebbe nascosti sotto un mucchio di pruni per sottrarli agli oltraggi delle bestie e degli uomini; adesso non sono più in tempo; se s'impiccassero sciuperebbero la corda, svergognerebbero la forca.

Dopo la proroga dello armistizio, ecco giungere il terzo telegramma; gli è sempre il capitano La Marmora che lo manda, e comanda perentoriamente al Garibaldi vada a farsi curare la scalmana di volere guadagnare la Italia per virtù di armi; dentro ventiquattro ore sgombri tutte le terre del Tirolo, e non istia a ripetere, perchè egli La Marmora, che di sgomberi se ne intende, in metà di questo tempo si fa forte di sgomberare tutta Italia, e Biella.

Al ricevimento di cotesto annunzio che mai pensò il Garibaldi? Chi lo sa? Chi poteva saperlo se egli non ce lo svelava? Ed egli ce lo svelò pur troppo, e in due maniere; co' labbri amari disse: benissimo! con gli occhi tristi versò due lacrime! Chiunque consideri un uomo qual è il Garibaldi, ridotto a piangere dagli uomini della monarchia, e lo schianto del cuore che strappò coteste lacrime al ciglio dell'eroe, preso da infinito disgusto per tutto e per tutti, si troverà spinto a prosternarsi, e percotendo la terra a gridare: coprimi!

E mesto era il cuore di quanti gli stavano dintorno, eccetto dei nequitosi i quali si attaccano ai magnanimi come talora la ruggine alla buona spada guerriera. Questi per pane avevano seguito il Garibaldi, per pane lo abbandonavano; nè tutti codardi, anzi taluni feroci, ma i feroci avevano messo a cambio il sangue come i codardi la frode. Tutti si erano votati alla morte per vivere. Viltà o ferocia non monta, a patto che li servano da fornaie, da canovaie, da taverniere. Sopra gli altri improntissimo il Fandibuoni a far brogli, affinchè molti dei suoi compagni si presentassero al Garibaldi e lo mettessero in croce, per provocare dal Governo regio a loro pro onorificenze e pensioni.

Il Generale, secondo il suo costume, li guardò lungamente fisso e tacque: poi placido accese uno zolfanello e mise fuoco alla petizione che gli avevano presentato: indi a breve allontanandosi dal campo per tornarsene alla solitudine della sua Caprera, così ammoniva i volontari:

«Il Corpo dei volontari italiani, durante la campagna del 1866, ha fatto il suo dovere, e nello adempimento di questo dovere trova la più onorevole delle sue ricompense.

Brescia, 23 settembre 1866.

Gen. Garibaldi.»

I generosi (e non furono i meno) plausero; gli altri dissero: Con quest'uomo si acquista più piombo che farina; proviamo addirittura se operando alla rovescia si facesse bene; e famelici si abbatterono negli uffici dei governanti, pari alle cornacchie sui campanili; taluno cascò di sotto per morirvi di fame; altri chiappa le mosche a volo e si nutrisce con quelle: i felici si appollaiarono sulla bandierola del campanile, e imbarcati sopra essa viaggiano a destra e a sinistra ch'è un gusto a vederli.

Il misfatto di Giuseppe Garibaldi agli occhi della Monarchia pari a quello di Prometeo; più acerba la pena; chè Giove tiranno da' cieli mandò l'avvoltoio a divorare il cuore del figlio di Giapeto, mentre la monarchia condannò il Garibaldi a divorarselo da sè medesimo.