— Poichè tu mi presti il tuo nome, finchè lo porto mi preme che sia onorato; e la tua fama è la mia; quando te lo renderò, ne farai quello che vuoi: per ora no.
E questa fu una nuova trafitta al cuore di Ludovico, che confuso e umiliato ebbe a confessare che lasciava un debito di giuoco di mille fiorini con tale che per giudizio universale lo aveva giuntato, avendo reputazione di baro emerito.
— Questa era buona ragione per non giuocarci, ma non pagarlo è pessima: mi duole che in simile congiuntura non possiamo sprovvederci di danaro: aspetta un momento che vedrò di provvedere anco a questo imbarazzo. Il tuo creditore come si chiama?
Ludovico glielo disse, ed ella condottasi a trovare l'onesto Hans locandiere, lo chiamò a parte e sì gli disse:
— Mio buon signore, il conte, costretto a partire su due piedi, lascia dietro di sè un debito di giuoco.
L'onesto locandiere, presentendo una domanda d'imprestito, levò le spalle mormorando:
— Oh! di questi debiti veruno si dà pensiero; quando se ne ha, si pagano.
— Ma il vincitore è un cavaliere; certo barone Kircher, ebreo.
— Buono, per Dio! Gli è un truffatore di cartello. Parta pure il signor conte senza scrupolo di coscienza.
— No signore; ciò non permette al signor conte la sua illibatezza: voglia, caro signore, essermi cortese di vedere il signor Kircher e dirgli che il conte non si parte da Vienna come i suoi antenati di Egitto, sebbene il paragone non sia per lo appunto preciso. Sia discreto, e non passeranno mesi che riceverà per mezzo suo i mille fiorini, se pure gli basterà il cuore di pigliarli.