— Eh! non pare, è.

— Fidati fu un galantuomo, e non ti fidare galantuomo più di lui; peccato che non sia mia figliuola! Scusi, di che paese è vostra signoria?

— D'Italia.

— Per vita mia, me ne era accorto.

— Pur troppo; noi vi pratichiamo in Italia assai più che non si dovrebbe, e però riteniamo del fare vostro più che non si vorrebbe; nè a vero dire gli ebrei sieno banchieri o mercanti, noi sperimentiamo peggiori.

— O chi reputate i peggiori?

— Gli ebrei politici, ma non solo in Italia, bensì credo anche nella Russia, massime in Polonia.

— Finiamo il nostro affare.

— Finiamolo.

Eponina dai ventimila franchi tirò fuori tanta somma quanta, tenuto conto da piazza a piazza, potesse formare il valore di mille fiorini austriaci, e mediante rimessa spiccata a nome del conte Ludovico Anafesti, la spedì all'onesto locandiere di Vienna con la commissione di pagare l'ebreo Kircher. Ancora fece trarre, sempre a nome di Ludovico, sopra il banchiere Bellinspilli di Milano, una cambiale di dodicimila franchi all'ordine della contessa Anafesti: la cambiale ella accompagnò con una lettera, mediante la quale si fingeva che Ludovico l'avvisasse della sua presente dimora a Pietroburgo; in breve le avrebbe spedito altro denaro: del debito con lo Zinfi non si pigliasse travaglio: la fortuna placata avergli adesso aperto una strada dove potersi avvantaggiare con onore, negoziando sopra i valori pubblici, dietro la scorta di persona, in compagnia della quale non poteva perdere. Le molte occupazioni obbligarlo a valersi, per la corrispondenza, dell'opera di un segretario; però non aombrasse, se vedeva la lettera scritta con carattere diverso dal suo. Indirizzasse la risposta sotto fascia al signor conte Caroti aggiunto alla legazione italiana a Pietroburgo, e conchiudeva con un geroglifico, che ritraeva bene abbastanza le iniziali di Ludovico Anafesti.