E già Eponina, sagacissima donna, avendo rinnovato la conoscenza del conte Caroti, ottenne licenza di fare indirizzare a lui le lettere da Milano, con promessa di consegnarle tutte quante a lei: anzi, annuente il conte, s'impossessò di alcuni quaderni di carta con la impronta della legazione italiana, sopra la quale ella scrisse la lettera che si fingeva Ludovico spedisse alla madre: e ciò al fine di meglio colorire la cosa.
L'onesto locandiere di Vienna rispose puntualissimo e presto, chiudendo dentro la sua lettera ampia ricevuta del barone ebreo per saldo, fine e quietanza di ogni suo avere, pretensione, ecc. fino al presente giorno; ed aggiungeva: «Non creda però, mia signora amabile, ch'io glieli abbia dati tutti, che anzi mi andava proprio il sangue a catinelle per quelli che io gli ho dato. Avendolo avuto a me, io gli ho discorso così: Barone, non ti ho chiamato già per dirti che sei un ladro, perchè questo lo sai da te, ed è un pezzo: non per leggerti la sentenza che ti condanna alla galera, perchè io non sono giudice, ma locandiere, ed arrostisco polli, non uomini: non per ribadirti l'anello intorno al collo del piede, perchè di mio mestiere io non faccio il magnano; bensì per parteciparti una notizia altrettanto gradita quanto inaspettata: immagina che invece di darti querela criminale per una truffa commessa, io ti pagassi il danaro che hai rubato al gioco a quel signore italiano di nome conte Ludovico Anafesti, quanti me ne ritorneresti indietro per mancia? — Il barone ha risposto: parole sono piume: sabato non è, e la borsa non ci è. — Ed io — Certo il giorno che corre oggi è giovedì, ma la borsa io la tengo. Basta, tu taci; proporrò io. Contentati di cinquecento franchi. — Egli: — E poi voi dite: queste sono proposizioni da ebrei! Tu mi vuoi strangolare... e mi do facoltà di sopprimere il resto. — Barone, rammentati, che se io ti mettessi l'ossa in un sacco non ti darei il tuo avere; via, non mi far perdere tempo, e scrivimi la ricevuta. — Egli da capo: — Anzi, io non la scriverò; o perchè il conte vuol pagarmi? — Che so io? Gusti fradici; i negri non condiscono la insalata con l'assa fetida? — Non è così, ripicchiava costui; il conte pei suoi particolari interessi ha bisogno di una mia ricevuta. — Tu svagelli, barone, la tua ricevuta non sarebbe buona ad altro che a farti spalancare le porte della galera a vita, senza mandato di giudice: or su, piglia seicento franchi, e vattene. — I cavalieri, insisteva il barone, quando vogliono mantenere il loro punto, hanno da pagare a saldo e a danaro il debito del gioco. — Sicuro, quando è vinto, non già quando è rubato. — Breve, si è contentato di seicento franchi; però dai mille fiorini sono giusto avanzati 1900 franchi, i quali, detratti gli interessi fino al presente giorno, io le ho segnato a credito come rileverà dal suo conto qui annesso. Con altri 7 od 800 fiorini, vostra signoria potrà riscattare le sue gioie, che le ho serbate e le serberò sempre, — cioè, finchè gli interessi non rodano il capitale..... perchè veda, mia rispettabile signora, sebbene locandiere, ho un cuore da Cesare, e mi sono fatto a dire: — Giovanni! La giovane, si vede chiaro, è affezionata alle sue gioie come quelle che le hanno a venire da persone amate... padre, madre, zii, zie, e così di seguito: assicurato sei; tienle in mano; bisogna farle trovare alla signora quando venga a cercarle, e tu glie le restituirai previo rimborso di capitale e interessi; e se qualche cosa ella ti vorrà dare di mancia, guarda bene di non metterti sul superbo, e rammentati che italiani e tedeschi sono fatti a posta per istare d'accordo come pane e cacio, ecc., ecc.»
O bontà somma di locandiere viennese! Imparino gli italiani a seguirlo fin lì, più oltre no, chè correrebbero rischio di traboccare nel sublime. Quando le faccende della curia romana comincieranno a ravviarsi, io per me credo fermamente che il collegio amplissimo dei locandieri, tavernieri, osti e consorti opererà da pari suo promuovendo la santificazione del locandiere viennese — o per lo meno la sua beatificazione.
Dopo questa, a qualche settimana di distanza, sopraggiunse la lettera della contessa al suo figliuolo. «Incominciava da congratularsi con la fortuna e con lui. Con la fortuna, perchè alla fine cessando i suoi rigori si fosse mossa a favorire Lodovico; con questo, perchè attendendo alacre e diligente ai negozi si dimostrasse degno degli inusitati favori. Lodava il figlio della discretezza adoperata a celarle il nome del suo compagno negli affari di Borsa, ma mordendo all'amo apprestatole da Eponina, aggiungeva averlo indovinato (ella immaginò qualche segretario della legazione; forse il ministro stesso). Continuava poi, la cugina duchessa averla così accomodata di danari, ma pochi, come quella che si versava a posta sua nella penuria a cagione delle prodigalità commesse nel passato carnevale: prometteva di più in seguito; però arrivati come manna i dodicimila franchi, mentre quelli della duchessa soli non sarieno bastati a tranquillare le avare improntitudini dello Zinfi; aggiunti i suoi, lo avevano persuaso a starsi fermo nel convincimento di avere ad essere saldato: però dichiarava che, stante il caro del denaro, quanto a interessi non poteva contentarsi al 6 per cento. — Alla quale proposta, aggiungeva la contessa, non ho potuto astenermi da osservargli: — Ma voi avete imprestato danaro al mio figliuolo incominciando a contare dal sessanta, sicchè il sei su sessanta fa giusto il 10 per cento. — Egli, cavandosi la berretta, ha risposto: che con donne, massime con le signore, non voleva avere discussioni, e mi ha lasciata in asso; ond'io prego Dio con tutto il fervore dell'anima affinchè comandi alla fortuna di proseguirti propizia, per liberarci dalle branche del demonio... voleva dire dell'usuraio ebreo. Dicano quanto sanno i Salomoni della scienza, per me perfidio a sostenere che i giudei entrarono nella vera terra promessa allora soltanto che furono abolite le leggi sopra l'usura. Adesso noi dobbiamo 50 mila franchi di capitale allo Zinfi; 10 mila alla duchessa; e rimangono fuori gli 80 mila dei pagherò nelle mani di quel furfante matricolato dell'Onesti, di contro ai quali stanno i pagherò falsi, che egli ti diede. Speriamo da questo lato non sia per venirci danno; però ne dubito: quante volte ci penso mi trema il cuore come una foglia. Dunque il debito ora somma a franchi 62 mila, più i maledetti interessi, che non dormono mai giorno, nè notte, e mangiano sempre; altri debiti non ci avrebbero ad essere; almeno io non ne ho, e così spero sarà di te. Dunque lavora, guadagna ed attendi a fare di ogni pruno siepe, seppure non vuoi rimanerti pulito come il palmo della mano. Alla buona duchessa nostra cugina, udendo e vedendo che tu ti sei dato al buono, sono venute le lacrime agli occhi; povera donna, ella ti vuole proprio bene! Mi ha raccomandato più volte che io ti scriva: — tu cerchi ad aiutarti quanto puoi, ella attendere notte e giorno a trovar modo di levarti di pena; anzi a restituire alla tua nobilissima casa (che è pure la sua) l'antico splendore. Tirando a indovinare, io immagino che ella mulini qualche partito per te, proprio coi fiocchi. Dove mai mi apponessi, badiamo bene, veh! per quanto possa riuscire fruttuoso, non vo' letame plebeo in casa. A negozio fatto bisogna piegare il capo, ma a negozio da farsi, se non ci troviamo tutte le nostre convenienze, diamo di frego; nella quale risoluzione io mi sono tanto più confermata, che la esperienza mi ha fatto toccare con mano che la plebe o il popolo, per quanto tu lo stropicci, non piglia mai il lustro, eccetto sulle sopraccarte: gli è fiato perso, nonostante il suo anfanare, non giungerà mai a quella rettitudine di sensi e alla gentilezza di modi, retaggio proprio di noi altri nobili[32]. Quando mi scrivi, io ti prego di sapermi dire che ne sia di quella povera creatura della Onesti. Ella non merita il destino a cui la riservano le tristizie dei suoi parenti: mi era adattata a tenermela per nuora: adesso poi mi è impossibile: deve sentirlo ella stessa: procura usarle ogni più urbano e gentile riguardo: come gentildonna te ne prego, come madre te lo comando: proteggila, assistila in tutto, anche prima di me...»
Dopo averla letta, Eponina si ripose la lettera in seno esclamando:
— È la solita storia; il pranzo squisito al condannato quando lo mettono in cappella.
*
— Cara Eponina mia, senti, tu mi hai a fare un piacere, e non mi dire di no: stasera sono invitato al Club della Neva, ed ho promesso di trovarmici; tu sai che lo frequentano principi e boiardi, insomma gente che va per la maggiore: colà si giuoca alla grossa, ed io non vorrei scomparire.... forse potrei rifarmi dei tanti che ho perduto: — oh! che la disdetta non deva cessare mai?
Appena l'alba spunta le tiene dietro l'aurora, dopo l'aurora corre il sole; così del pari il crepuscolo non si ferma un istante: di vermiglio, paonazzo e poi nero d'inferno. Nella medesima guisa l'anima dell'uomo si affretta a salire, o a scendere; le buone qualità sopra i naturali viziati si posano meno dei colombi su la cuspide dei campanili. Ludovico di pudibondo eccolo in breve diventato impudente ed impronto, e spera riuscire nello intento, avendo saputo la vendita fatta da Eponina dei diamanti donatile dall'imperatrice. Ora la giovane rispose con la sua voce soave alla domanda molesta:
— Vico mio, con tutto il cuore se potessi: ma vedi, ho spedito fuori tutto il denaro: mille fiorini mandai in tuo nome a Vienna per pagare il debito di gioco che tu ci lasciasti con l'ebreo Kircher.....