Ludovico sentì darsi nuova trafitta nel cuore, e, senza attendere che Eponina aggiungesse altre parole, tutto arruffato andò via sbuffando.
Veruno usuraio sentì mai pungersi dall'aculeo della cupidità di accumulare danari come adesso Eponina, onde deliberò aprirsene con certo principe russo, conosciuto da lei per lo passato a Milano, il quale pareva averle posto straordinario affetto, e veramente era così: — questi, o acconsentisse al vero, o per zelo dei pregiudizi della Corte e della nobilea, la dissuase da dare lezioni a pago; stesse al suo posto; non le mancherebbero inviti di prendere parte ad accademie in casa dei magnati. S. M. la imperatrice la chiamerebbe ai concerti di palazzo, e la munificenza russa non patire che chi la letizia con le sue virtù, si allontani senza segno notabile del proprio gradimento. Eponina si attenne a cotesto consiglio. Ora il conte Ludovico talvolta fu invitato insieme ad Eponina, e più spesso no, o per inavvertenza, o perchè lo considerassero appendice inutile della giovane artista; un gambo di fiore; ed anche ciò era trafitta al suo cuore vano. Nè quando accompagnava Eponina soleva gioire di più, chè senza glielo dicessero, gli facevano comprendere la sua essere la parte dell'ombrello che, entrati nel portone, si chiude e mettesi da parte per ripigliarlo poi quando si esce di casa. La sua vita, a canto a quella di Eponina, ignudo com'era d'ingegno e ricco di vizi, insaccato fino agli occhi di orgoglio, ricordava la passeggiata favolosa della pentola di terra cotta a braccetto pei manichi con la pentola di ferro; egli ci si trovava a suo bell'agio, presso a poco come Regolo dentro la botte cartaginese.
Eponina certo ebbe a provare gli effetti della generosità russa, ma non corrisposero alla sua aspettativa, la quale, per la passione che la rodeva, era diventata improntissima; arrogi che quel vendere continuo di gioie per sostituirvi cristalli, con sicuro scapito d'interesse e con eventuale perdita della reputazione, se fosse venuto a scoprirsi, forte la infastidiva: nè punto la tranquillava l'esempio del marchese Massimo D'Azeglio, che il giorno stesso nel quale gli venne ricapitata per parte del Sultano la decorazione in brillanti della medijdiè la vendè di rincorsa, surrogando, com'ella costumava, alle gemme cristalli, imperciocchè quanto di leggieri era permesso ad uno degli archimandriti della mandria moderata d'Italia, non si concede a un semplice mortale. La facoltà di non sentire o non curare il proprio decoro è privilegio esclusivo dei signori. Difatti vendonsi dal Governo titoli di nobilea, come dallo speziale cerotti per apporli sulle ulcere e nasconderle alla vista di chi passa.
Intanto Eponina i denari raccolti spendeva sottilmente per Ludovico e per sè; gli altri tutti rimetteva nella consueta guisa alla contessa, la quale rispondeva con lettere sempre uguali, come gli Oremus, piene zeppe di lodi e di promesse; ma siccome queste non vedeva mai Ludovico, così Eponina, maravigliando della indifferenza di lui circa il silenzio materno, un bel giorno gli disse:
— O Vico, e di tua madre non hai notizia alcuna?
— Da lei diretto nessuna, ma se capita qui qualche lombardo io ne faccio ricerca, e così m'avviene sapere di tratto in tratto che ella è viva e sana, che Dio la benedica. Mi sembra che, tacendo, mia madre operi da quella discreta gentildonna ch'è. O che vuoi tu ch'ella mi scrivesse? Miserie; ciò intristisce, e non leva un ragnatelo dal buco: quando potrà mandarmi un po' di danaro, mi scriverà.
E questo disse con tale una perfetta intonazione di gelo, così nell'anima come nella voce e nel sembiante, che Eponina ebbe a pensare: va', tu se' proprio della pezza donde si fanno le giubbe ai diplomatici!
Ora accadde che, avendo Eponina in certa veglia incontrato il signor Mario di Candia, cantante di quella eccellenza che tutto il mondo sa, seco lui si trattenesse a lungo, ed ella restasse incantata non solo pei modi squisitamente gentileschi, ma sì eziandio per la espressione delle doti che onorano la nostra umana natura. Più che altro, com'era da credere, favellarono di musica, ed egli le lasciò intendere che si reputerebbe sommamente onorato di unire la propria alla voce di lei; e da cotesta sera Eponina si risolvè di presentarsi sul teatro. Nel presagio di levare via di un tratto, o almeno in brevissimo tempo, i debiti di Ludovico, ella raggiava di contentezza, sicchè tornando a casa ella non si potè tenere da fargli motto di cotesto suo proponimento; ma con sua non piccola maraviglia ella lo trovò renitente; sicchè dopo un batostare da una parte e dall'altra, egli alla ricisa le disse: avrebbe desiderato che ella rimanesse lontana dalle scene, ma poichè ci voleva andare ad ogni modo, nè egli la poteva impedire, egli intendeva che lo facesse con tutto altro nome che col suo.
— Perchè, egli aggiungeva, vedi, non te ne avere a male, ma, capisci, la contessa mia madre e tutta la mia nobile casata non vorrei che un giorno mi movessero rimprovero di non avere conservato nel suo pieno decoro il nostro nome.
— Ah! Dio volesse che il tuo nome non fosse caduto in peggiori mani delle mie. Queste parole scoppiarono ratte come fulmine dalle labbra di Eponina, e quando le volle ritenere era fuori di sua balìa poterlo fare; però si affrettava aggiungere: — Nondimeno, andando sul teatro, procurerò non valermi del tuo nome.