Essendo ricorsa Eponina al patrocinio del suo amico principe Platow, per riuscire più agevolmente nello intento, qui pure incontrava contrasto; anzi il principe risentito, nel mezzo del colloquio esclamò:
— Io non mi posso capacitare, mia signora, come ella si sia intestata così di andare sul teatro.
— Perchè ho bisogno... moltissimo bisogno di danaro.
Allora il principe, con gesto di disgusto, riprese:
— Non vi avrei mai creduto così avara; scusate, ciò vi fa torto.
Parve Eponina a coteste parole proprio un apparecchio elettrico di cui avessero girato la chiave: afferrò il braccio del principe, e squassatoglielo forte, gli stridè fra i denti:
— Sappi, russo... sappiate, signor principe, che il danaro, il molto danaro mi fa bisogno per pagare debiti di onore..... e questi debiti non ho fatto io.... intendete bene, non ho fatto io... e l'onore che voglio salvare non è il mio, intendete bene, non è il mio.
Il russo sbalordito dalla terribile esaltazione di lei, le chiese umilissima scusa e la pregò di lasciarsi condurre per suo maggiore vantaggio. Eponina facilmente placabile glielo concesse, anzi, côlto il destro, come per aderire ai suoi consigli, gli confessava farle scrupolo non mediocre esporre sul teatro il nome Anafesti, nobilissimo in Italia se altri fu mai. Il principe, che era orgoglioso della sua nobiltà una volta e mezzo più del pavone della sua coda, lodò abbondantemente cotesto scrupolo, sicchè alla osservazione che Eponina le mosse alquanto indispettita:
— E sì, che senza biasimo potè salire sopra le scene il signor Mario, ch'è marchese, gentile sangue italiano dalla Spagna trasfuso nella Sardegna...
rispose interrompendo: