— Sì, sì; ma un fiore non fa primavera, ed è desiderabile che questi esempi cessino, piuttostochè si rinnovino.
Venne pertanto statuito fra loro che ella avrebbe segnato la scrittura col nome di Eponina marchesa di S. Prudenziano; il principe poi, avendone tenuto proposito col signor Mario, convenne con lui non esser bene andarsi a profferire; il principe si desse d'attorno per fare nascere, crescere e divampare il desiderio di sentir cantare sopra il teatro di Pietroburgo la celebre italiana, marchesa di S. Prudenziano: egli dal canto suo non si rimarrebbe da movere i mantici nella Direzione del teatro, per accendere la voglia di mettere sopra le scene la Semiramide del Rossini ed ottenere a qualunque prezzo che Eponina ci sosterrebbe la parte di Arsace; tanto più volentieri dare egli di mano a cotesto accordo, perchè ella ne avrebbe aumentata, se pure era possibile, la sua reputazione, e la Direzione ne avrebbe tirato una ripresa superiore ad ogni previsione.
E poichè, come ammonivano gli antichi, con quei di Creta bisogna cretizzare, così i negoziatori di Eponina si mostrarono alieni da impegnarla una stagione intera, molto meno un anno; ella acconsentirebbe per quattro o sei recite, col compenso di duecento rubli per sera, e non parve caro.
È mestieri dirlo; l'esito non superò solo il presagio del direttore del teatro, bensì anco quello dello stesso signor Mario: a tanto giunse l'entusiasmo, che non si rifiniva mai di parlare del nuovo miracolo, così alla Corte come all'osteria; nelle botteghe dei barbieri come in chiesa: insomma da per tutto. Il direttore del teatro, con sua inestimabile contentezza, si trovò, secondo quello che racconta il cronista Villani, a raccogliere i denari col rastello alla porta del teatro, come i preti alla porta delle basiliche di Roma nel primo Giubbileo instituito da Bonifazio VIII: però, venute a termine le quattro sere, non è da dirsi quale assedio costui mettesse intorno ad Eponina perchè si obbligasse un anno a cantare sul teatro, o nelle accademie particolari, o almeno per una stagione; profondevasi in inchini; ogni giorno un mazzo di fiori, e adesso naturali, ma cresciuti al tepore delle stufe, non già ai raggi del sole: a tutte le persone astanti intorno ad Eponina si raccomandava; mesceva mancie ai servi con lo stecchetto, ma le promesse sbraciava con la pala; di qui Ludovico venne a sapere come Eponina avesse obbligato la opera sua sotto un nome che finto non si poteva dire e vero neppure, perchè temporibus illis il marchesato di S. Prudenziano fu feudo di casa; ma i suoi non gli avevano dato nè anche la consolazione di cui il conte di Cavour fu largo a' genovesi quando li mandò in Crimea a vedere Caffa; e seppe inoltre, cosa più importante per lui, che ella si era legata durante sei mesi pel compenso di 25 mila rubli, di cui per patto il direttore aveva dovuto anticiparle 60 mila franchi. Udito questo evangelo, Ludovico non corse, non volò, ma come lo struzzo nel deserto parve aiutarsi con le gambe e con l'ale nel ridursi a casa, dove rinvenne appunto Eponina che riscontrava i biglietti di banca pagati dal Direttore, ond'è che postergata ogni vergogna, e forse messo alle strette da qualche suo segreto bisogno, le disse:
— Oh! adesso il morto è sulla bara; tu non potrai negarmi di avere quattrini.
— Anzi, ella rispose, io non mi sono mai trovata in penuria come in questo momento; vieni qua, invece di danaro io ti darò una storia; poca cosa invero, tuttavia sempre meglio di un canto. — Certo fittaiolo andava creditore del Fox, che gli aveva fatto una dichiarazione del suo debito in piena regola; scarrucolato da un giorno all'altro dal nobile signore sotto pretesto di mancanza di moneta, accadde un dì che egli lo cogliesse proprio sull'atto di ripassare danaro. Oh! per questa volta, esclamò il fittaiolo, voi non mi verrete a cantare che non avete quattrini: io vi piglio con la mano nel sacco; per lo appunto come hai detto tu; e il Fox gli rispose come io: — Non fui mai povero quanto adesso perchè, come vedi, riscontro questa moneta per mandarla a lord Say, il quale me l'ha vinta al gioco. — Oh! il mio, soggiunse il fittaiolo, non è debito come quello col lord Say, anzi più vecchio, e però più inquieto per esser pagato. — Niente affatto, disse il Fox; a sicurezza del tuo credito tu possiedi la mia obbligazione, mentre il debito di giuoco non ha altra garanzia che quella del mio onore. — Ludovico, sappi che io ho destinato questo danaro a pagare debiti di onore.
— Ma dove tu hai mai giocato? Quando hai perduto?
— Ludovico! Io pago debiti d'onore, esclamò percotendo, tutta alterata, del piè la terra, — pago debiti di onore.... perchè a me premono più i debiti altrui dei miei.
— Anche io ho i miei debiti di onore.
— E ci credo, però credo ugualmente che tu non abbia mai pensato a soddisfarli.