— O madre! O madre! Io non ho guadagnato nulla in virtù, nè in danari: tutto quanto attribuite a me è opera di Eponina.
— Orsù, questa interruppe, dopo avere, giusta il suo costume, scossa per lo indietro la testa, poichè mi trovo costretta a dire, è vero; dall'esercizio dell'arte mia ho ricavato il modo di pagare i tuoi debiti; allorchè ti rifiutai i mille fiorini, e' fu per mandarli a Vienna al barone ebreo tuo creditore per debiti di gioco; gli altri danari rimisi tutti in tuo nome a tua madre, perchè riscattasse i tuoi pagherò dalle mani dell'altro giudeo Zinfi. Allorquando spedii a Milano tutti i 60 mila franchi avuti in conto della mia scritta, erano pel ritiro dei biglietti falsi, per la pace della tua povera madre; e tu, ricordalo, mi percotesti, il mio volto fu da te imbrattato del sangue mio; le mie braccia portano la impronta della tua brutalità. Io non ti tengo, va'; se il tuo cammino volge a destra, il mio sarà a sinistra; cesso guidarti: non ti aspettare impedimento da me: dove mai, nello incontro della tua vita con la mia tu avessi sofferto danno, parmi avertene compensato abbastanza: se sia riuscita a emendarti dei vizi, che a quest'ora ti avrebbero avvilito, non so; so che, se tu non ti conservassi onesto, tu uccideresti la madre tua, la quale, tu lo vedi, darebbe per te, non che la vita, l'anima.
Ludovico balenava per cadere e coprendosi gli occhi si lasciò andare sopra un divano. La contessa, tratta fuori di sè dalla maraviglia e dalla tenerezza, volle genuflettersi davanti Eponina, la quale a mezzo l'atto la sostenne e con robuste braccia la rilevò; allora le faccie loro incontraronsi e si baciarono; l'una stretta nelle braccia dell'altra confusero il pianto. Appena la contessa potè ricuperare l'uso della parola, prese il figliuolo per un braccio, esclamando:
— Su, levati, Lodovico, e prostrati davanti a questo miracolo di donna: pregala... supplichiamola insieme, affinchè ella si degni accettarti per marito. Del passato, nè parola, nè memoria.... Vieni, mia diletta figliuola.... un altro abbraccio.... un altro poi.... O Dio! ti piaccia temperare alquanto l'allegrezza che mi opprime il cuore.... Eponina, tu mi rendi più che il figlio.... più della vita.... mi hai salvato il nome, la fama della mia casa.... Io ti giuro da gentildonna che sopra Dio, no, che sarebbe peccato, ma quanto Dio, tu sarai da me sempre reverita....
Eponina ecco si pone framezzo alla madre e al figliuolo; trema tutta: dagli occhi le prorompono scintille di passione e di genio; stupenda a un punto e terribile a vedersi; con voce velata, che a mano a mano diventò scoppiettante e poi strepitosa come folgore che i nuvoli scoscenda, disse:
— Uditemi con animo pacato; io ho da parlarvi parole che non movono già da senso di orgoglio offeso, nè da baldanza presuntuosa di me: io le ho librate nelle mie meditazioni notturne e diurne, con diligenza maggiore di quella dell'orafo, quando pesa le gioie nelle sue bilancie. Noi non possiamo intrecciare insieme la nostra vita, però che troppo sieno diverse le nostre nature, sicchè congiunte, invece di aiutarsi si roderebbero: noi innocentemente c'ingannammo, quando abbiamo creduto avere col nostro affetto rattorta una corda da confidarci con sicurezza la nostra felicità, mentr'ella si spezzerebbe al maggiore uopo, mandando tutti in ruina. Signora contessa, di presente ella è nel suo entusiasmo sincera, ma crede forse che questo entusiasmo durerà in lei? Crede ella che la esaltazione, generata da una scossa passeggiera di fibre, valga a vincere sentimenti scesi come una somma aritmetica dalle nostre passioni, o se vuol meglio, le nostre passioni, figlie dei nostri sentimenti? Ah! io ho veduto l'entusiasmo; egli è vento che scaccia le nuvole, ma si rompe contro le vette dei colli. Ci basti poterci stimare: evitiamo con tutte le forze il caso di addivenire i nostri scambievoli carnefici. Veda, signora contessa, ella non lo susurra neanco a sè medesima, eppure vive in lei qualche cosa che, suo malgrado, avrebbe desiderato che Ludovico si perdesse piuttosto pei suoi vizi, che si salvasse per la virtù di una popolana. Questo pensiero si guarderà bene di affacciarsi sotto questa forma al suo spirito onesto, ma le si insinuerà nel cuore con sembiante di angiolo; tutti i serpenti quando vogliono tentare fanno così. Lei educarono a reputarsi, a sentirsi superiore al comune degli uomini, perchè nata di nobile prosapia; se io potessi vederle il cuore, ci leggerei com'ella non baratterebbe le sue perle di contessa co' satelliti di Giove scoperti dal Galilei, nè la sua corona per la ghirlanda che ornò le tempie del Petrarca. Che posso io dirle contro questo sentimento oggimai parte del suo sangue, del suo cuore e del suo intelletto? Parole inani e talvolta, non senza ragione, attribuite ad astio plebeo. Non ci è dubbio, a pensarci su dobbiamo confessare che la maggiore offesa alla nobiltà gliel'ha fatta la monarchia, che, diventata mercantessa, ha riposto nel suo magazzino tagli di nobilea, come pezze di panno frustagno: i titoli si vendono a braccia; a vestire un furfante di barone bastano sei braccia, per un conte dodici, quindici pei marchesi, pei duchi venti. Se vi ha differenza fra la vendita della pannina e quella della nobilea, ella è questa una, che nella prima tu puoi accapigliarti con Abram giudeo per risparmiare sul prezzo, mentre nella seconda il prezzo è fisso. Ma tutto ciò non crolla i convincimenti di voialtri signori che, di natura di Mida, proprio nella vostra coscienza credete tutto quello il quale da voi si tocca diventi oro. Troppo spesso che non era da aspettarci, i nobili, almeno i moderni, si sono rivoltolati nelle sozzure plebee per pescar danaro; e se voi li aveste avvertiti della turpe sosta che facevano nel fango, vi avrebbero risposto: Dio ce ne guardi! Noi passiamo su questo moticcio in punta di piedi, onde giungere senza zacchere al festino di Corte. Ella, signora contessa, mi piace dichiararlo, è quanta onestà vive nel mondo, eppure le godeva l'animo immaginarsi che Ludovico fosse il sostegno della mia esistenza, e me, non dirò erba parasita intorno la torre dall'avito castello, ma per lo meno vite appoggiata all'olmo altrui....; non seduttrice, ma neanco sedotta.... castellana, che avesse reso la rocca, compìta la resistenza a pelo, tanto per non offendere l'onore militare; ed ora che trova le parti del tutto invertite, per generosità della sua indole, non le duole, anzi ammira; ma una volontà, che chiamerò spontanea in lei, più forte della sua volontà ragionata, la induce a desiderare che la faccenda fosse andata diversamente. Ella è onesta, eppure, per naturale repugnanza contro me, ella si industriava a screditarmi agli occhi di Ludovico, insinuandogli come dalla conoscenza della mia famiglia e di me gli fossero derivati tutti i mali che pure non avevano origine da me, nè dai miei. Era giusto questo? Era gentile? Avevamo noi fomentato in lui il vizio del giuoco e la dissipazione? Noi, spinto a creare debiti che non avrebbe potuto pagare? Messo noi in mano agli strozzini? Avesse tolto o no danari in prestito da mio fratello, forse sussistevano meno il debito con l'ebreo Zinfi e le cause poco lodevoli che lo avevano partorito? Voi dite che mio fratello in prezzo delle sue obbligazioni gli pagò biglietti falsi, ed è vero; ma ditemi, immaginaste neanco un momento che mio fratello potesse essere stato a posta sua tradito? Tutt'altro; pare che voi trovaste la vostra compiacenza a credere che cotesta falsità fosse opera delle sue mani; però non gliene faceste motto; però v'intoraste nella opinione che egli vi avrebbe negato ogni cosa; pensaste che la medesima difficoltà che incontraste a pagare lo Zinfi vi si parava contro per pagare mio fratello? Gli foste grati del non avervi mai chiesto interesse? Ovvero delle frequenti proroghe al pagamento? Sotto colore di generosità, voi ne cavaste motivo per calpestare promesse solenni. Voi lo vedeste, appena io ebbi notizia del fatto, ne scrissi ad Omobono, ed egli vi rese indietro subito le cambiali ripigliando i biglietti senza opporsi: dei tanti delusi prima di me, perchè io sola devo portare il danno? Permetta dunque, signora contessa, ch'io le renda il suo figliuolo in condizioni meno triste di quelle in cui egli si trovava quando mi capitò fra mano; se in tutte queste avventure ci hanno cose che la trafiggono come madre, pensi che non le ho fatte io, e come donna di alto sentire si consoli, confermandosi nel suo concetto che noialtre donne siamo migliori degli uomini.
La contessa si sentì come travolta da un vortice di piacere, di dolore, di esaltazione, di avvilimento, di verità opprimenti, di lusinghe, di obbrobrio, di censura, di lode da non sapere proprio più dove darsi di capo: dentro di sè pensava: «Costei, per certo, ha da essere il diavolo in gonnella!»
Eponina, tutta avvampata in viso, guardando fiso negli occhi Ludovico, proruppe:
— E tu, povera creatura, che sei venuto a fare nella mia vita? Anche tu fossi stato un astro, dovevi aggirarti fuori della mia orbita, e solo ricambiarmi da lontano un saluto di luce, senza mai desiderare d'incontrarmi. Non avevi letto di Delia, che, innamoratasi del sole, perse la vista a contemplarlo? Ti ricordi di Semele che, presumendo guardare faccia a faccia Giove nella sua onnipotenza, rimase ridotta in cenere? — Il genio pari allo incendio dove passa brucia. Noi siamo anime sventurate, ma gloriose; a noi non fu concesso rendere felici noi ed altrui; il nostro còmpito sta nel fare noi ed altrui famosi. Anime battezzate col nafta, destinate a vivere la vita del fulmine; noi ci palesiamo in cielo e in terra con un geroglifico di fuoco, e scompariamo per sempre. Che cosa importa a noi durare poco, o molto? Tanto il secolo quanto il minuto sono attimi al cospetto della eternità: appena noi abbiamo presente, baleniamo e ci dileguiamo, e nondimanco lasciamo per tempo lunghissimo abbarbagliati i mortali di ammirazione o di odio. Voi altri poi siete ingollati dalla morte come dal boa, a singhiozzi: già da due terzi e più siete entrati nel sepolcro, e agitate le mani con isforzi impotenti per vivere, e guaite come i bambini, imperciocchè voi non sapete trovare presso la tomba altro che i vagiti abbandonati nella culla. Noi, noi cogliamo la luce dagli astri, il profumo dai fiori, le brezze al mattino, la dolce aura alla sera, i colori alla terra, al cielo, al mare, alla levata ed al tramonto del sole; il più ardente sospiro allo amore, la più candida preghiera alla fede, la lacrima alla tenerezza, il bacio alle labbra della madre, il grido di cui combattendo per la patria si sente ferito nel cuore, i palpiti del vasto petto dei magnanimi, i gaudi della libertà, tutto quanto lo universo in sè comprende di bello e di sublime, e a modo di erbe dai sughi portentosi noi lo pestiamo, lo stilliamo, lo riduciamo in quintessenza, di cui una stilla sorbita basti a fulminarci di piacere. Forse non vi hanno veleni capaci di tanto? E se la natura possiede sostanze di tanta potenza nel male, perchè si sarebbe diseredata di altrettali sostanze potenti di bene? Ora tu, povera creatura, che hai fatto, e che faresti in seguito accanto a me? Ogni atomo della mia vita entrerà come una spina nella tua, i miei detti ti lacereranno, i miei gesti ti scotteranno: umiliato, sbigottito, sottosopra travolto, a te altro non rimarrebbe che scegliere fra le varie maniere della pazzia o stupida o furiosa. Va' e ara la tua felicità, perchè a tirare diritto un solco nella vita, bisogna aggiogare bovi allo aratro, non aquile: queste tirano a volare in su, e si rifiniscono a battere le ali invano. — Ci siamo ingannati ambedue, ma la pena io porto sola. Diventa marito e padre: se ti manterrai onesto, sarà la sola mercede che io voglio pretendere da te: la onestà è un guanciale comune dove devono addormentarsi al sonno eterno i grandi come i pusilli. Tu non puoi imparare altra scienza oltre quella del ben morire; apprendila bene. Se dalle nozze ti verranno figlie, non imporre il mio nome a veruna di loro; potrebbe arrecarle sventura; e tu fa' in modo di dimenticarmi del tutto; io desidero che la mia memoria ti passi davanti allo spirito come un'ombra a mano a mano diafana quanto più si accosta l'alba, — e vanità al primo chiarore dell'aurora; te, la mia memoria turberebbe, e me, il sapermi ricordata non consolerebbe. Vivi; vivete: porgetemi entrambi la mano, e senza amarezza: addio!
La esaltazione e l'abito dei gesti teatrali, come già avvertimmo, avevano compartito alla bella persona tale un sembiante d'impero, che quanto sarebbe stato agevole deridere usciti fuori della sua presenza, altrettanto difficile non patire stando al suo cospetto. Madre e figlio si trovarono corti a parole: ed invero tutte quelle che si potevano dire erano state dette fra loro, senza risparmiarne pure una; anche coteste, che sarebbe stato prudente tacere.