Vi chiedo licenza di buttarvi là in quattro schizzi il bozzetto di questo russo dabbene. Comincio coll'avvertirvi che per russo poteva sostenersi bell'uomo; una maniera di Apollo tagliato coll'ascia dai Druidi; portava occhiali, e l'ho già detto, ora aggiungo ch'egli erano di oro, i quali intorno alle sue tempie parevano una corona; le tempie poi comparivano di un bel colore di terra cotta, sicchè unendo la terra cotta con quelli occhiali d'oro tu acquistavi precisa la idea di un tegame incoronato da re. E poichè il dabbene principe aveva sofferto travagli da cani nelle guerre del Caucaso per la gloria del suo imperatore e pel bene della umanità, egli aveva guadagnato in ciondoli quasi quanto aveva perduto in capelli, ond'egli, comecchè con gli anni della sua vita si trovasse poco sopra lo equinozio, pure era costretto ad usare in parte una parrucca di capelli sauri, colore ordinario agli uomini del settentrione e agli sparvieri: grandissima importanza costui metteva a fare sì che veruno penetrasse questo segreto di Stato: infinita la diligenza a tenersela accomodata, la qual cosa contribuiva a darla a scoprire anco ai meno osservatori; frequenti e chiazzate ora di preghiere, ora di minaccie le raccomandazioni al barbiere di nascondere l'atroce caso ad ogni uomo, e questo pure aveva più che tutto altro contribuito a propalarlo al popolo, al comune e al contado: anche dei denti aveva perduto parecchi, e i surrogati gli comparivano in bocca come i deputati italiani sopra i seggi della destra ministeriale — legati in oro. Nel formargli il volto la natura, per via di eccezione, mise da parte il pomello della gola rilevato, che tanto piacevolmente agguaglia la faccia del russo genuino con quella del cane da macellaio, e si tenne alla forma sferica; pareva avesse preso gara con Giotto a condurre un O; rotondo il contorno del sembiante, rotondo il mento, tondi gli occhi sporgenti in fuori; anco il naso foggiato a mezzo cerchio rivolto in su, in atto di pilota che sul cassero della galera mira le stelle per ispeculare il cammino.
Non solo donne gioconde, bensì uomini sodi, a contemplare cotesto cristiano, concio a cotesto modo, avrebbero rotto in risate; non già Eponina, esperta che nelle grandi passioni tutto ciò che spetta al fisico come al morale può riuscire o stupendo, o terribile, o pietoso, — ridicolo mai: e però pensando quanta violenza di fato doveva avere condotto costui al fiero passo, ne trasse argomento di spaventarsi, onde levatasi e scansatasi alquanto, con mite suono di voce favellò:
— Signor principe, che fate mai?
— Che faccio? — questi rispose senza muoversi: — io prego.
— O che a sorte mi avreste voi scambiato con la Panagia?[34]
— Non vi ho scambiato: siete; però, Eponina, non mi sturbate, vi prego, lasciatemi pregare.
Ma non durò un pezzo in quella corrente d'idee, che, all'improvviso sorgendo, afferra la sedia dove poc'anzi Eponina sedeva, e branditala a guisa di spada parve che attendesse con quella a scacciare verso terra la sua passione, che aveva levato troppo in alto il volo, aggiungendo:
— Eponina, io vi amo, e voglio e posso amarvi; che cosa trovereste voi da opporci?
— Oppongo, signore, non essere affatto generoso tenere simili propositi a fanciulla sola, priva di protettori.
— Come! Credete voi che io vi possa oltraggiare? Pensate davvero che abbia avuto intenzione di mancarvi di ossequio? Questo non fu nè sarà. Oh! perdonatemi; se mi negate il perdono mi brucerò il cervello.