— Lasciamo, di grazia, il cervello al suo posto, e non entriamo neanche sopra la intenzione, ma egli è sicuro che voi non mi avreste tenuto siffatto discorso, se mi aveste trovata al fianco della mia genitrice.

— Io?...

— Sì, voi; e voi avete pensato potermelo fare perchè.... perchè.... ve l'ho a dire? Perchè vi sono parsa vivanda avanzata alla mensa di un altro.

— Orrore!

— Ed io, principe, sappiate, per mercè di Dio e la mia volontà, mi sento tale e sono da non ricevere dichiarazioni di amore se non per mezzo di mia madre.

— Ma, signora Eponina, o che cosa vi ho chiesto io? Nulla dalla parte vostra. A me basta che vi lasciate amare. Voi avete rammentato la Panagia; bene; forse si è mai sentito dire che questa abbia dato di un calcio nella faccia al suo devoto, che le stava inginocchiato ai piedi?

— Via, via, principe, noi siamo in età da sapere che l'amore stampa tutte le sue grammatiche a casa del diavolo. Platone e Petrarca hanno perduto più anime che tutti i romanzi francesi. Non crediate, che credereste male, il corpo starsi in potestà dell'anima, come Calibano in quella di Prospero; all'opposto Calibano si tira dietro la meschinella Psiche, a mo' che il fanciullo costuma l'uccelletto legato per una zampa. Amore, se pure può vincersi, si vince in una maniera sola, fuggendo.

— Ebbene, soggiunse gravemente il principe, quando mi accorgerò che l'amore pigli troppo a riscaldarmi, io me ne andrò a visitare le mie miniere in Siberia, e non ritornerò se prima non mi senta rinfrescato.

Eponina non si potè astenere da far bocca da ridere, e piacevolmente interrogò:

— Ma io, che sono italiana, dove mai mi ricovererò? Nel mio paese, in terra, in mare, sui monti, nelle pianure tutto avvampa; fuoco nel Vesuvio, fuoco a Stromboli, nel Mongibello fuoco.