Ma nella sera successiva la voce a un tratto le si ecclissò; ogni sforzo fu vano; le si strinse la gola, mentre il cuore con tremendi palpiti le sobbalzava. In capo a due giorni di riposo le parve esserle tornata la voce più gagliarda che mai; e poichè la strana intermittenza, invece di scemarle, le aveva aumentata la popolarità, non è da dirsi se lo impresario udisse con esultanza, che ella si disponeva per cantare in cotesta sera: così, per non parere importuno la confortò ad aversi riguardo, ma si guardò da insistere troppo.
I cedoloni.... ho sbagliato; i cedoloni si costumano dalla Curia romana per le scomuniche; per gli annunzi teatrali si usano i cartelloni; i cartelloni dunque avvisavano su tutti i muri per la veniente sera la Straniera cantata dalla celebre prima donna; la città ne andò in visibilio; si facevano i capannelli intorno ai manifesti; figurarsi se la calca la sera fosse grande al teatro! Ognuno si riprometteva che in cotesta sera il sole non si sarebbe ecclissato; e così pure Eponina, la quale, a guisa del guerriero che innanzi di avventurarsi nella mischia prova la spada, scivolando con celeri gorgheggi la scala dei tuoni dal grave allo acuto e viceversa, conobbe potere starsi sicura della sua voce.
Piena e stipata la sala, sicchè se fosse piovuto panìco, proprio un chicco non sarebbe cascato per terra; così profondo il silenzio che tu avresti udito anco lo zufolio della zanzara, ma zanzare non ci erano; ci erano spie.
Divina l'onda sonora sgorgò dalle labbra di Eponina, e potente come nei giorni migliori a dominare sull'anima degli ascoltanti; a seconda del genio e del temperamento degli individui convenuti costà, all'uno pareva un balenìo di luce, all'altro un brulichío che gli ricercasse le interne viscere; a questo parve voluttà del primo bacio d'amore, a quello dolcezza di lacrima piovutagli sopra la mano dal beneficato; un ghiotto affermò preferire la voce di Eponina al risotto coi tartufi, il bevone a un fiasco di barbèra! fino un avaro si attentò dire che lo scudo del biglietto quasi quasi gli pareva bene speso; breve: dappertutto festa solenne, pasqua fiorita.
Ad Eponina poi sembrava che Mercurio le avesse fatto omaggio dei suoi talari; anche un po', e si sarebbe creduta capace di volare; più lucidi vedeva scintillare i lumi nelle lampade, più sonore sprizzare le note dagli strumenti; volgendo attorno gli occhi nell'ebbrezza della sua gloria, le accadde posarli sopra una, piuttostochè donna, statua di porcellana, bianca, lustra, con certe gote dove in vece di sfumatura d'incarnato avevano impastato due toppe colore amaranto: gli occhi neri, tondi e fissi pari a quelli del gallinaccio, stupidissimo fra tutti gli animali; ella ne provò ribrezzo come alla vista di figura di cera che ritragga troppo naturalmente la umana sembianza, imperciocchè la vita simulata induca maggior paura della morte vera; torse lo sguardo, ma subito dopo si sentì attirata a riguardarla, ed avvertendo meglio le parve vedere, e vide certo, la faccia severa della contessa Anafesti; e quindi non fu dato di dubitare che il gentiluomo vôlto con le spalle al palcoscenico avesse ad essere Ludovico; di vero, quasi subito questi, atteggiandosi di profilo con gli occhi armati di cannocchiale, si mise a perquisire l'olimpo teatrale in cerca di costellazioni femminine: astri e Galileo, gli uni convenienti all'altro.
Notò Eponina cotesto atto ch'ebbe virtù di rimescolarla da capo alle piante, perchè non poteva mettere in forse che egli l'avesse riconosciuta, e le sembrava, anzi era certa, che Ludovico intendesse palesare a quel modo la sua piena indifferenza, o piuttosto il suo disprezzo per lei.
Il disprezzo!
Agli spiriti alteri può non rincrescere di cadere come i figliuoli di Niobe sotto gli strali dei figliuoli di Latona, ma rimanere uccisi pel morso di un granchio nel calcagno, secondochè avvenne al gigante Morgante, oh! gli è provare la morte due volte. Allora divampò nell'anima di Eponina la brama, la smania, il delirio, l'agonia (e se tu sai parola che valga a chiarire più espressa la sconfinata volontà umana, e tu la metti) di rinnovare la sua vendetta. Già erano presso al finire dell'opera, e alla Eponina rimaneva cantare la tremenda scena della Straniera, la quale ode da lontano l'inno del sacro rito che unisce in matrimonio il proprio sposo con la rivale; ella raccolse quanto più potè di vita da tutto il suo essere, e con tuono di voce che commosse dal profondo le viscere di quanti l'ascoltarono, incominciò a cantare:
Or sei pago, ciel tremendo,
Hai vibrato il colpo estremo.