Il ministro sgallina negli appalti, intinge nelle forniture, rosicchia nelle ferrovie e in simili altri negozi; ma non piglia mica mance. Dio ne guardi! Da ciò lo tengono lontano la coscienza, e un poco altresì la memoria dello scappuccio accaduto al Teste, ministro di quella perla di re che fu Luigi Filippo. Il ministro, tutto al più, pregato e ripregato, consentirà a stento che nei consigli di amministrazione entrino fratelli, figli, generi, cugini, biscugini e cognati, insomma tutti i suoi congiunti in linea retta e trasversale fino al quarto grado inclusivo: ma, a fine dei conti, o che ci ha da fare egli? Forse non sono essi padroni di governarsi a modo loro? Il ministro potrà, alla più trista, indursi a vendere ai concessionari una sua boscaglia, dieci volte più di quello che costa, ma gli è chiaro come l'acqua che questa vendita non entra per nulla nella strada ferrata, nè manco come appendice o corollario; in vero, la macchia è di legno e la ferrovia di ferro; e poi, o chi ha vietato mai, e volendo lo potrebbe, ai ministri di fare i loro affari e farli bene? Le sono grullerie da dormire ritti.

Il ministro altresì, in capo al giorno, ha mestieri di sollevarsi un'ora o due: o chi sarà l'indiscreto che ci trovi a ridire? Verso la mezzanotte egli se ne va a geniale ritrovo di qualche giocondo uomo, ed anche di gioconda femmina, e quivi si lascia un po' andare. Diavolo! L'arco teso sempre si rompe. Certo cotesti uomini e coteste donne (io non lo vo' nascondere) non erano stinchi di santo; tutt'altro, ed egli lo sapeva; ma in chiesa co' santi, e alla taverna coi ghiottoni: a lui bastava gli ricreassero lo spirito. Colà, di mezzo allo stravizio ed all'allegria, scappava talora dalla bocca al ministro uno enimma, un geroglifico, una sciarada, che cotesti sparvierati chiappavano a frullo tirando a spiegarla, e le più volte ci davano dentro; tanto la fortuna li secondava o l'ingegno. Dove mai, puta il caso, avessero indovinato che stava per aria qualche grossa notizia politica, la quale, appena pubblicata, avrebbe avuto virtù di alzare il prezzo della rendita pubblica, eccoli per tempissimo affacciarsi in Borsa e quivi... sentiamo un po' se cogliete in quello che ci andavano a fare. — A comprare, voi rispondete, e v'ingannate. — No, signori; ci andavano a vendere. Sgomentati, sgomentano: la rendita tracolla: gagnolano e spariscono; altri subentrano, paiono diversi e pure sono fili dei medesimi ragnateli: questi fingono svogliatezza e paura: il numero dei venditori, pecoreggiando, cresce, e nell'orecchio si vanno mormorando a denti stretti: meglio è cascare dalle scale che dalla finestra; e ti sbatacchiano in faccia la rendita a gran rinvilio.

Ecco l'ora del pescatore che tira in terra le reti; ecco l'ora che l'uccellatore getta il giacchio; ecco l'ora del pollaiolo, che, recatesi nella mano manca le zampe della gallina, le stringe il collo colla destra e tirando forte la sbalestra nell'eternità; ecco l'ora che il prosseneta infila nello stidione i giocatori di Borsa per arrostirli; ecco che li ha begli e arrostiti.... — Non aggiungere parole; io ti tappo la bocca; tregua alle prediche; esse non riscattarono mai un'anima dalla servitù del demonio nè da quella della Borsa. — E poi la Provvidenza ha stabilito ne' suoi eterni decreti che i pesci si abbiano a pigliare mai sempre con gli ami e gli uomini con gli inganni. Con l'arte e con l'inganno si vive mezzo l'anno; con lo inganno e con l'arte si vive l'altra parte: sentenza d'oro, da scriversi in oro sul frontone delle chiese, delle reggie, dei Parlamenti, dei tribunali, e, per istringere tutto in una parola, sopra le porte di ogni città addirittura.

Gli uccellatori rendevano conto della preda fatta al ministro, il quale, mentre riscontrava i biglietti di banca, borbottava: prima pars mihi nominor quia leo, e si sentiva rimuginare in corpo una voglia terribile di andarsene fino in fondo alla parlata del lione; ma, pensando poi che la medesima storia si aveva a riprincipiare il giorno appresso, e non poteva fare a meno di loro, spartiva in modo da rimandarli contenti. — Ebbene, o che questo si può dire rubare? Dov'è, dov'è, la contrettazione dal luogo a quo al luogo ad quem prescritta dal giureconsulto Paolo, come costituente la natura del furto? Sfido qualunque procuratore del re a trovarcela dentro. Anco denunziando il caso al Parlamento, forse questi lo qualificherebbe indelicato, e avrebbe torto marcio, imperciocchè delicatezza significhi morbido, liscio e soave al tatto, qualità tutte che assai si confanno alle mammelle delle fanciulle, non già alle mani dei deputati, molto meno a quelle dei ministri, le quali, per governare valorosamente, vogliono essere aspre e forti, e soprattutto indelicate.

Comecchè Egeo, pari alla iena, si cibasse co' rilievi del lione, tuttavia dei danari ei ne raccolse, e di molti: ma la farina del diavolo se ne va tutta in crusca. Appena costui aperse l'anima ai raggi del sole della galera a vita, i sette peccati mortali (altri dice otto; contentiamoci di sette) gli ci entrarono dentro con la foga dei contadini, quando, udito l'ultimo tocco che chiama alla messa, prorompono in chiesa: però tre soli rimasero padroni del baccellaio cacciandone via gli altri a perticate; i tre rimasti in casa furono gola, avarizia e lussuria.... Già si sa, la parca torce per ordinario le vite umane con questi fili a tre capi. Dell'avarizia parmi avere detto assai; però, posto in sodo che avarizia vera va composta di due parti uguali di cupidità per acciuffare, e di strettezza per tenere, bisogna dire che in lui la prima maggioreggiava assai più della seconda; anzi questa, talvolta trasportata dall'ardore di passione più veemente di lei, pigliava sembianza di prodigalità. Così vero questo, che nella spesa della mensa non intendeva risparmi: niente gli pareva buono se non costasse un occhio, e nulla gli sembrava cattivo di quanto la fama predicava rado: vizi vecchi di gente corrotta; usanze consuete a coloro che si cibarono troppo più tempo che non vollero di polenta di meliga. Volle altresì magione nobilesca e suppellettile sontuosa: l'arme sua da per tutto, cioè quella che gli fece un pittore da insegne di osterie per venti lire. Egli poi architetto, ornatista e tappezziere: una variante sguaiata della pianta di Omobono Boncompagni, il nostro amico banchiere. Costui aveva conficcato sopra il suo palazzo l'architettura come Cristo in croce; ci spasimava da fendere il cuore a chiunque l'avesse veduta: le belle arti rinchiuse a mo' di belve feroci dentro il suo albergo, ci si arrapinavano, e in perpetua lite si bisticciavano fra loro: le mobilie di foggie diverse affastellate in mucchio ti davano più che altro testimonianza di saccheggio: pochi i servi e vestiti a nero, ed inguantate le mani di bianco, ministranti ad un padrone che le aveva perpetuamente sudicie.

Così pure negli amori: mandava al mercato per gli amori come pei polli: femmine non illustri per infamia scartava e le mutava spesso: poneva grandissima parte di reputazione comparire in pubblico con cavalli diversi attaccati alla sua carrozza, e con donne diverse attaccate al suo braccio.

Fra le pitture di Pompei ne occorre una assai festevole in vista, la quale rappresenta una pollaiola che vende amorini raccolti dentro una stia, ed è nell'atto di profferirne uno agguantato sotto l'ale, a modo di piccione, allo avventore: ora ciò che un giorno fu argomento di gioconda piacevolezza per un pittore, alunno non meno di Apelle che di Anacreonte, fra noi divenne lurida realtà; e le pollaiole, non come in antico pei mercati e su i trivi, ma in casa, in chiesa, nei teatri e pei fôri; nè esse femmine volgari o grossiere, bensì gentildonne nudrite co' profumi della fina educazione. Comunque sia, il nostro Egeo sembrava che, toltosi dal culto di Venere peribasia, avesse gettata l'àncora accompagnandosi con una amante sola; e di vero egli stava attaccato ad una donna, ed una donna a lui, con l'affetto di due fuste che si fossero uncinate per darsi l'assalto.

Dell'uomo vi ho parlato con amore; adesso della donna. Nella prosodia latina corre la regola: derivata patris naturam verba sequuntur, nella prosodia delle famiglie la regola muta, e dice così: — derivatae matris naturam filiae sequuntur; ovvero tal figlia qual madre; e se falla, segnala col carbon bianco. Prosapia patrizia; figlia unica e perdutissima di madre perduta. Il padre suo ne perì di crepacuore, accarezzando unico conforto la speranza che il sepolcro seppellisce con lui la sua vergogna, e nè anche di questo gli volle essere cortese il sepolcro. — Un gentiluomo proprio di sangue purissimo celeste appetì la giovanetta, e la ebbe, chè a braccia quadre glie l'affibbiarono i genitori, come ortolano che scaraventa la pianta dello aconito nell'orto accanto. Al marito marchese, poichè l'ebbe provata, non parve esperta a bastanza, onde per compirne l'allevamento l'allogò in un sodalizio di meretrici illustri[3] affinchè si esercitasse. Quivi ella apprese dall'arte la pratica e la scienza, e tuttavia, non soddisfacendo le voglie del troppo esigente marito, si separarono di amore e d'accordo. — Egli, inquinandosi in ogni più vile turpezza, si disfece in tabe; ella, furiando nelle libidini, passò in più mani, che non corse mai fiaccola nei lupercali di Roma, e se ne compiacque.

A cui leggendo siffatti vituperii, biasimando, dicesse: cotesti sono ditirambi di mente depravata, risponderò con le parole di Tacito, allorchè scrive di Messalina:

«Veggo che parrà favola, che persona ardisse cotanto in città, che tutto conosce e nulla tace.... ma io, senza punto aggrandire, dirò quello che ho letto ed udito dai vecchi»[4].