— Dubiterei della giustizia, dubiterei dell'onesto e del decoro, dubiterei del cuore e del cervello vostro, illustrissimi giudici, insomma io dovrei dubitare di troppe cose, se adesso la minima incertezza mi turbasse circa l'assoluzione dei miei clienti; ma ahimè! questa è una di quelle cause dove anche vincendo si perde; dacchè accusatori e accusati dove troveranno più i mutui affetti ond'erano sì lieti? Dove le gioie domestiche? Dove la pace dell'anima? Spento il fuoco, non troviamo altro che cenere. La stima scambievole è un cristallo preso al bersaglio. Amore trovò nel suo nido i serpenti come Ercole, ma come Ercole non li seppe strozzare. La fama, il delicato ermellino che preferisce la morte a patire la sua pelle maculata, tu l'hai affogata sotto un monte di obbrobrio. Chi fu il mal cristiano che ti mise la torcia in mano perchè tu incendiassi la tua casa? Chi ti armò del coltello col quale sgozzasti la tua felicità? Quali furie t'invasero? In che ti parvero rei questi cari capi? In che cosa peccarono? Quali le prove? Io rabbrividisco considerando come nella mancanza assoluta di ogni amminnicolo si mettano in campo come argomento di delitto il pudore, la verecondia, le lacrime degli accusati. Dunque pel difensore della legge la meraviglia di sentirci iniquamente apposta una colpa sarà prova di colpa? Prova di colpa il dolore che invade l'anima nostra vedendoci feriti da mano caramente diletta? Lo sbigottimento di comparire in pubblico con sembianza di reo, l'amarezza infinita che allora s'insinua in tutte le fibre del nostro essere, pel regio procuratore costituiscono indizi di reato; e se tali egli ha i segni della colpa, o m'insegni, di grazia, quali saranno per lui i segni della innocenza? Se pallore e tremore attestano mala coscienza, dove vi salverete, o giudici; dove mi salverò io; dove voi, signor difensore della legge? Sì, voi? Perchè qui, testè, alla presenza mia, di tutti, orribilmente vi tramutaste in viso e tremaste per tutta la persona. Veniamo a mezza spada: Signore, di che cosa incolpate voi queste persone dabbene? Del trovarsi spesso insieme? Chiedetene ragione all'accusatore Efisio, il quale si faceva a cercare premuroso il nostro Gavino, della prolungata assenza lo rampognava; a casa volente o repugnante lo conduceva. Di amarsi l'un l'altro? Oh! la novità cotesta per lo accusatore Efisio! Non aveva partecipato egli, promosso e approvato cotesta divina trinità di amore? Se l'amore è delitto pel pubblico ministero, e se egli si sente immune da tanto misfatto, me ne rincresce per lui, perchè s'ei solo non si troverà impiccato, ed anche solo ei si troverà nel mondo. Di essersi scritte lettere piene di dolci desiri? Qual maraviglia! Si amavano, e dovevano trattenersi dal ripetersi in prosa e in rima ciò che mille volte si dicevano al cospetto del marito? — Ricordatevi come per queste anime elette un tempo Amore fu una strada maestra dove esse camminarono di conserva spensierate e liete; di un tratto ecco pararsi davanti a loro un bivio; il tronco a destra menava al matrimonio; il sinistro alla disperazione. Efisio ed Artemisia infilarono a destra, e ce li seguitò l'Amore, finchè incontrato l'Imeneo, gli raccomandò i giovani ad averne buona cura, e costituitolo procuratore in rem propriam corse dietro a consolare il povero Gavino. In quattro salti lo avrebbe raggiunto Amore, se non si fosse trattenuto per via a scaricare la faretra delle frecce e a spegnere la fiaccola dentro al ruscello; pure lo agguantò, si mise a sedere con lui sopra l'erba, e prese nelle sue le mani di lui, gli disse:
— Non mi ravvisi? Io sono sempre Amore, quantunque abbia spento la fiaccola e buttato via le quadrella. Io mi trasformo; ma sono Amore in sembianza di padre, di fratello o di figlio; — quanto a marito non è pensiero mio, tocca a Imeneo...
Ed egli parlava di Dio, imperciocchè se taluno vi sostiene la esistenza di più Amori, non gli date retta; amore è tutto un etere; la differenza non istà nella sostanza affatto, bensì nel diverso grado del calorico. Ed ecco per qual guisa Gavino di amante si trasformò in fratello di Artemisia, ed Efisio se ne compiacque: — me ne sarei compiaciuto anche io.
Le lettere accennano forse ad occulti ritrovi, od alludono a fatti che la pudicizia non può udire senza recarsi le mani su gli occhi? No davvero; amore tramandano sì, ma come i fiori il profumo e i rosignoli il canto. Io avrei tenuto coteste lettere preziosissime come semenzai di buoni esempi da approfittarmene alla occasione, e il procuratore regio ci trovò delitti: gusto depravato! Io ci avrei adattato le strofe di una canzone di amore, egli ci vorrebbe adattare gli articoli del codice penale: voglie fradice! Ecco che cosa vuol dire essere procuratori regi. A me basti affermare, senza tema di venire smentito, che coteste lettere nulla in sè contengono che dia appiglio alla turpe accusa. Ma che vide? Che cosa mai vide lo accusatore Efisio? Lo dica una volta: ma no... non dica nulla, egli lo ha già detto. Vide abbracciari e baciari; niente più, niente meno. Io innanzi tratto potrei opporre allo accusatore Efisio: tu sei testimone unico, epperò testimone nullo, etiamsi papa aut imperator fuisses; tuttavia io non voglio fargli torto: sta bene, abbracciaronsi e baciaronsi; ma o non li vedeva tutti i giorni adoperare così? Non sono cose ovvie, anzi desiderabili tra fratello e sorella? Se mi opporrete che tra baci e baci ci corra, e che altro è baciarsi alla presenza del marito, ed altro quando viaggia su le ferrovie romane, risponderò che toccava allora al signor Efisio accompagnare la sua concessione col regolamento, come i nostri cari piemontesi costumano; il regolamento avrebbe distinto il giorno dalla notte, la compagnia dall'assenza; anzi, ora che ci penso, avrebbe fatto meglio a mettere l'argomento in musica, indicando piano, pianissimo, andante, allegro, crescendo, e tocca via. Quanto poi a buona morale e alle altre tutte sperpetue di cui il pubblico ministero, tra i fulmini ed i tuoni della sua eloquenza, ha minacciato la società, io vo' ch'ei sappia che amore alto, veemente e sincero non nocque mai all'umano consorzio; ben gli nocque l'amore ipocrita; l'amore sensale che va in traccia di un sacco con una donna, l'amore ragioniere che tiene un libro in mano invece di arco, e la penna dietro gli orecchi invece del turcasso dopo le spalle, l'amor notaro; questi e non altri gli amori tarli che han roso le fibre intime della moderna società. Alla Maddalena fu molto perdonato perchè aveva amato molto; e santa Teresa ci ha fatto sapere essere il diavolo immensamente infelice, perchè non poteva amare... ha ella capito, signor regio procuratore? E Gesù crocifisso per virtù di amore non istaccò le braccia di croce, onde stringersi al seno la dilettissima santa Caterina da Siena? E se non reggeva il chiodo di fondo a tenerlo fitto pei piedi, chi sa fin dove si sarebbero spinte le cose. Dunque, l'egregio magistrato difensor della legge guerreggi i furti, stermini le frodi, ammazzi gli omicidi, ma lasci in pace l'amore.
La Dio mercè i miei clienti sono tali che non hanno mestieri scuse; e bandisco con fronte sicura che la bella onestà non si scompagnava mai da loro: pure, siccome gli uomini gravi hanno da cogliere ogni occasione per difendere la causa della pubblica morale, piacemi rammemorare un fatto che a molti, forse anche al pubblico ministero, basterebbe il cuore infamare per colpa, se amore, gratitudine e religione non lo avessero consacrato virtù. Favete auribus, porgetemi tutti gli orecchi. Correndo la metà del secolo decimoterzo, sotto il pontificato di Gregorio IX, il conte di Gleichen, combattendo per la fede in Palestina, cadde prigione e fu ridotto in ischiavitù. Ora avvenne che, mentre egli stava lavorando nei giardini del Sultano, la figlia di questo gli ponesse gli occhi addosso, e consideratone il decoro della forma e la severa venustà del sembiante, forte si accendesse di lui. Siccome in cotesti paesi volere (almeno in cose di amore) è potere davvero, ella per segreto messaggio lo fece avvisare ne avrebbe procurato la fuga, semprechè seco se la menasse e la togliesse per moglie; ma il gentiluomo, di coscienza netta, le mandò per risposta: più che volentieri, ma non poterlo fare, trovandosi già moglie: la quale cosa udendo la saracina, disse: ciò non tenga, chè il cuore di un uomo a più mogli può bastare. Contenti loro, contenti tutti! Saliti in nave, dopo prospera navigazione giunsero a Venezia; donde il conte, per quietare certi suoi scrupoli, mosse a Roma, e quivi presentatosi al papa gli narrò a parte a parte l'amorosa storia. Gregorio commosso lo assolvè, e poi gli spedì la dispensa di tenersi le due donne col santo timore di Dio, a patto che la saracina si convertisse alla fede cristiana. Ora, aggiunge la storia, tale e tanta fu la contentezza della contessa di ricuperare il marito, che qualsivoglia condizione le parve accettabile; nè mai rifiniva di accarezzare la sua benefattrice. La saracina non ebbe figli, e se ne consolò amando di amore materno quelli della rivale. Al castello di Gleichen mostrano anche adesso, a cui lo vuole vedere, il letto dove queste care creature dormivano insieme: ebbero sepolcro comune nella chiesa dei Benedettini a Petersbourg; e il conte superstite alle due donne compose il seguente epitaffio, che ci fece incidere sopra:
«Qui giacciono due donne che amaronsi fra loro come sorelle e me come fratello. Una abbandonò Maometto per seguitare il suo sposo, e l'altra si strinse al seno la rivale che glielo riconduceva. Uniti co' vincoli dello amore e del matrimonio, avemmo un solo letto nuziale in vita, come abbiamo in morte un sepolcro solo.»
Successe un'accompagnatura di singhiozzi; taluni giurati, paurosi di perdere il decoro, finsero soffiarsi il naso per celare le lacrime: anche le donne si sentivano commosse, ma non lo diedero a divedere, parendo loro non senza pericolo cotesto esempio; massime adesso, che non essendo più il caso che i mariti andassero a combattere contro i credenti in Maometto in Palestina, ci cascava come il cavolo a merenda; e questo osservava con molta sagacità la signora Agata, la quale aggiungeva, che se la quistione della poliandria poteva fino ad un certo punto sostenersi come non anche esausta, quella poi della poligamia, per giudizio dei savi universale, doveva considerarsi attentato contro tutte le leggi divine, umane e cattoliche.
Il nostro bizzarro avvocato capì esser giunto il momento di battere sul ferro caldo, sicchè con voce malinconica e non pertanto abbrivata esclamò:
— Tanto mi piacque dire per dimostrarvi come non sieno sempre delitto le azioni in sembianza delittuose, nè sempre virtù le opere apparentemente virtuose: la mia difesa non ha mestieri ipotesi, nè scuse, nè commozioni, nè affetti; giustizia intera invoco; un millimetro meno io la disdegno. — Efisio!...
Efisio diede un salto come un puledro a cui scaricano una pistolettata rasente agli orecchi per avvezzarlo al rumore.