— Efisio! Io non ti sono amico, quantunque io chiuda nel petto un giovane cuore e mi senta poeta quanto tu; io non ti sono amico, ma va'... io ti compiango. Io vorrei potere condurti adesso al camposanto...
— Oh! Sentiamo anche questa!
— Io vorrei poter costringere i morti ad obbedire ai miei comandamenti, per dir loro: — Sorgete e rispondete: amereste voi tornare in vita a patto, aprendo le braccia ad un amico della vostra infanzia, questi vi rispondesse urlando: indietro, le tue braccia stritolano peggio delle mascelle del coccodrillo? Ovvero desioso di deporre un bacio su i labbri della donna del tuo amore, questa fuggisse via strillando: i tuoi baci uccidono più presto della peste bubbonica? Quanti mi state ad ascoltare, dite, vi garberebbe tornare alle vostre case per dimorarci soli più che nel sepolcro? Alle vostre ville per udirvi solo l'eco delle vostre pedate, come se la solitudine pigliasse cotesta voce per ischernirvi? Chi vorrebbe vivere unicamente per sentirsi morti? Non speranza di figli. Non conforto di cui teco partecipi i dolori e le gioie. Veruno ti bagnerà le labbra riarse dall'agonia, veruno ti chiuderà le palpebre, o ti dirà il vale estremo. Per me gioco la testa contro un cocomero, che i morti con la gargana del deputato Massari[2] risponderanno ad una voce: — Lasciateci in statu quo, intendiamo e vogliamo rimanere morti. — Eppure questa è la vita che ti sei fatto, o Efisio. Se ti fossi conciato come Origene propter regna cœlorum, io lo sopporterei con pazienza, ma ridurti, come hai fatto, la vita in vetri rotti per camminarci su scalzo la via dell'inferno, questa io la giudico tale una rabbia contro di sè, che ogni altro tormento mi comparisce un ninnolo...
Qui chinò il capo sul petto e ce lo tenne alquanto; poi, rialzatolo, a un tratto esclamò:
— Eppure a tanta ruina tu potresti riparare con una sola parola. Dopo il Creatore a te solo è concesso con una parola ricondurre la luce dove hai chiamato le tenebre, ripopolare di stelle il firmamento per tua colpa abbuiato; una parola... una sola parola, e il lago tornerà a riflettere gli azzurri sereni del cielo. Che ti arresta? Dubiti forse del tuo perdono? Io mi ti offro mallevadore che la tua Artemisia, che il tuo Gavino ti perdoneranno; ti perdoneranno, perchè è bello per l'uomo pronunziare almeno una parola della lingua di Dio, e questa parola è perdono... Va', Efisio, tu sei perdonato a patto che tu ti possa perdonare.
— Poffare Dio! esclamò Ambrogio, gli avrebbe a rifare anche il resto?
— Ma sicuro, riprese Agata, l'ha fatta penar tanto quella poverina.
Vuolsi credere che se Fabrizio, ovvero il presidente, avessero avvertito le capestrerie dell'avvocato, non l'avrieno sì lungamente lasciato ruzzare fuor di briglia; ben per lui che, pari a due boa ingronchiti dal freddo, costoro non davano segno di vita.
Diverso da essi Efisio, scappa su a modo di un diavolo di saltaleone senza che il suo avvocato fosse a tempo di reggerlo, e volto al banco degli accusati con parole tronche esclamò:
— Maledetto il giorno in cui apersi il cuore alla gelosia. Maledetta l'ora che dubitai di voi. Maledetto l'uomo, che invece di raumiliarmi, mi aizzò: annullo la mia querela; confesso che fu proprio il diavolo (e senza badarci accennava all'avvocato) che mi trasse dinanzi a voi, illustrissimi signori: questo valgami di scusa, e perdonatemi...