— E quando?
— Domenica prossima.
— Credete che domani potremo rimbarcarci su l'Erebo?
— Nè manco per sogno.
— Dunque il capitano è imbroglione? Sono queste le virtù che professano i cittadini americani?
— Il capitano reputano universamente uomo lealissimo: egli non inganna perchè ha fede che la sua volontà basti a risarcire il suo battello per domani, e certo egli non lascerà nulla addietro onde ciò avvenga: e poi avvertite che l'americano si fa a dire: io non costringo nessuno a credermi; sono libero di affermare la mia opinione intorno ad un fatto che casca sotto gli occhi di tutti; sta al giudizio degli altri accertarsi se la mia opinione possa verificarsi; — e ciò basta alla sua coscienza mercantile. Ma qui, aggiunse guardando l'orologio, l'ora si fa tarda, e prima di tornarmene a casa mi occorre mangiare qualche cosa.
— Ed anco noi siamo digiuni da ieri.
— Dunque venite meco, che saprò io dove darmi di capo.
Curio e Filippo tennero dietro al tessiano, maravigliando forte com'egli s'incamminasse verso la spiaggia dove aveva investito l'Erebo; ma la maraviglia loro crebbe oltremodo quando da un fianco del battello incagliato videro un nugolo di maestri di ascia, segatori, carpentieri, calafati ed altri operai siffatti, usciti come per incanto di sotto terra, che lavoravano a furia per risarcirlo; dall'altro fianco del battello, immediatamente a canto, sorgeva sopra la spiaggia una baracca ornata di festoni di rami, di bandiere nella massima parte americane; fra quelle delle altre nazioni primeggiavano le papaline, venivano dopo le inglesi; scarse le francesi; delle italiane nessuna. Sopra la baracca una immensa bandiera bianca di bambagina, dove avevano dipinto in fretta con tinta nera: «grande banchetto elettorale tessiano; tre mense; antipasto, pranzo, frutti, pasticcerie, birra e wiskey tutto compreso; un dollaro a testa».
La guida dei nostri viaggiatori tentennò il capo e sorridendo disse: