— Gua'! gua'! bisbiglia Filippo, il quale tutte queste cose attentamente considerava; qui non ci è tempo da perdere; chi ha paura delle passere non semina panico... prima che arriviamo a sovvenirlo, egli sarebbe spacciato... e la vendetta! Oh! la vendetta non resuscita... ecco... no... da bravo, Filippo... e sparò.
Il vecchio che, prossimo a soffocare, ormai aveva perduto la vista delle cose circostanti, con sua ineffabile contentezza sente di un tratto liberarsi la gola; un tepido lavacro gli bagna la faccia; il nemico, prosciolte le membra, gli rotola allato: solo lo molesta una puntura al sommo del petto; guardò, e vide il coltello che, caduto a piombo, gli aveva traforato le vesti e sforacchiato le carni. Filippo lo sovvenne a rimettersi in piedi, imperciocchè Maurizio si sentisse tutto rotto nella persona, e mentre si agguantava alla sua mano, egli le disse:
— Patriotto, io vi devo per la seconda volta la vita; avete fatto un tiro da Guglielmo Tell.
E Filippo a lui: — E' mi parrebbe bene ritirarci a casa, perchè questa guazza notturna per noi altri vecchi è peste.
— Voi dite unicamente; tra i nostri non ci è guaio?
— Sani e salvi.
— Bene; sto in pensiero per la marchesa e per la contessa.
— Oh! eccole là accucciate davanti alla porta di casa. Come il Signore, dopo avere lavorato, riposano.
— Che diavolo dite, Filippo? Dio, prima di riposarsi, creò...
— Ed esse distrussero, interruppe sempre acerbo Curio; ma fare e disfare è tutto un lavorare.