Porta entrando, abbracciar l'amata soglia,

Così fecero i miei, meco godendo

L'amica terra come propria, e vera

Patria...

A questo modo Filippo dava nome di Po ad un fiume che metteva foce nel Colorado, e battezzò Santo Ambrogio un fabbricato immenso, dove raccoglieva le vacche particolarmente addette alla fattoria, imperciocchè sopra la colonia pascessero oltre quindicimila capi di bestiame. Filippo, nel mostrare con molta compiacenza la stalla popolosa, soleva dire:

— Non ci ha dubbio; in paradiso è bene averci per protettori i santi Ambrogio, Carlo, Protato e Damiano, ma in terra, bisogna convenirne, approdano meglio le vacche. A certo ricinto vastissimo, dove la notte riduceva i bovi, impartì il titolo di Foro Bonaparte, e ad altre fabbriche l'Arco del Sempione, la Scala e via discorrendo. La contrada intera con rito solenne appellò Italia.

— Italia; e vedano, signori miei, aggiungeva con ghigno mordace, questa traslazione non mi costa proprio nulla, dacchè le signorie vostre sapranno, e se nol sanno lo imparino, la patria nostra ab antiquo andò distinta con diversi nomi, i quali furono Gianicula, Enotria, Camesena, Saturnia, Esperia, Ausonia, e per ultimo Italia; di tutti questi le rimase Italia, perchè gl'italiani chiamarono i bovi itali, e per converso i bovi barattarono il nome con gli italiani.[30] Per le quali ragioni e cagioni, a noi altri meritamente dura, ed ogni giorno meglio si conferma, il nome d'italiani; nè fa caso che gl'italiani parlino ed i bovi no, dacchè a squattrinarla da vicino, tra il favellare dei primi e il muggire dei secondi non ci corre un tiro di cannone: e poi, o chi ha detto che i bovi non parlano? Parlano benissimo, e ce lo afferma Tito Livio, ch'è quel solenne storico padovano che tutti sanno: tra i prodigi che apparvero nella seconda guerra punica: «un bove, egli scrive, in Sicilia parlò».[31]

Insomma Filippo a questo modo fantasticando si sbizzarriva. Per lo contrario Curio si compiaceva inciprignire la piaga onde portava ferito il cuore; gli veniva in fastidio ogni cosa; le più volte odiose gli tornavano le umane sembianze; le fuggiva sempre; stava ore ed ore seduto sur un tronco o un sasso con gli occhi tesi e fissi nelle immagini che gli raffigurava il suo cervello ammalato; e nella ansiosa contemplazione si andava struggendo come i mangiatori di oppio per colpa della maligna sostanza che cibano. Gli passavano balenando davanti agli occhi i campi di battaglia, i gesti arditi, le incredibili imprese; le cime nevose dei colli, gli orribili dirupi, precipitare torrenti, nemici fuggire, tornare alle offese, stramazzare feriti, boccheggiar moribondi, morti rotolare per greppi o andare travolti fra le acque grosse dei fiumi; distinti i luoghi e i volti, talchè li avrebbe potuti ritrarre a puntino con la matita ovvero col pennello; la memoria tormentatrice gli riportava con disperante precisione ogni scheggia, ogni sterpo, ogni arboscello. E niente gli fuggiva delle notti vegliate e dei baldanzosi colloqui; infine dinanzi agli occhi, per troppa tensione compunti, mirava traversare un'aquila che invece di penne scoteva raggi di luce, e dovunque passava incuteva spavento; l'aquila di un tratto diventava uomo, presentando le forme del generale Garibaldi; all'improvviso la visione mutava sembianza, e gli si presentavano dinanzi agli occhi effigiate a mo' della statua della Architettura scolpita davanti il sepolcro di Michelangelo da Valerio Cioli, con la mano sotto il mento, le larve dei suoi fratelli attendere meste la parola di consolazione, che il parente non può negare mai al parente, perchè il sangue nelle famiglie sia sempre sacro, e quando la universalità dei cittadini abbia il triste diritto di maledire un uomo, non lo ha mai il fratello. Da un altro sepolcro scoperchiato dalla cintola in su gli appariva la buona e cara immagine materna, la quale, protendendo ambo le braccia, sembrava che cercasse il capo di qualche nipote per benedirlo.

Fantasia di poeta non saprebbe immaginare nè manco i molti e vari trovati co' quali Eufrosina s'ingegnava divertire cotesta tetra malinconia, che moveva tanta guerra all'uomo del suo cuore; motti, scherzi, detti arguti, colpi lieti, capestrerie leggiadre, tutto essa poneva in opera, e spesso, Curio invano nolente, traeva a correre per la foresta provocandolo come la Galatea di Virgilio...[32]

. . . . . . . . di un pomo