— O che irrequietudine è questa? O non avete voluto la patria unita? O non l'abbiamo fatta tutti un po', e Dio sa con quanta pena? — Dunque, perchè non posate una volta? Noi, vedete, siamo contenti; certo poteva toccarci di più, ma bisogna adoperare discrezione, e ci confessiamo soddisfatti; o perchè non lo siete anche voi? — Noi non lo siamo, perchè voi divoratori, noi i divorati; noi le api produttrici del miele e voi i fuchi che ce lo rubate; voi, come le lampade dei bastimenti, vi mantenete sempre in bilico sia che soffi vento di servitù straniera o vento di servitù domestica; voi condite di abiezione il vostro cibo e lo tenete più accetto al vostro palato; voi serbate la indegnissima anima vostra con la gira in bianco per indossarla a principi, a repubbliche, a tutti, a patto però che vi facciano abilità d'imbestiarvi nei godimenti materiali della vita. Ora ci vuol poco a capire che così non può tirare innanzi, e quando qualche urto straniero non ci desse la stretta, l'ordine sociale tracollerà per disfacimento interno, di tutti i mali il peggiore, perchè con la mota non si fabbrica, e se la stringi ti sfugge dalle mani dopo avertele insozzate. Quelli che se ne intendono affermano i popoli corrotti potersi solo rigenerare o per invasione straniera o per guerra civile: per guerra straniera io non credo, perchè di due cose l'una: o la vinceremo o la perderemo; quindi od oppressori od oppressi; o esercitare tirannia o patire servitù; e l'una alternativa e l'altra cagione presentissima di pervertimento: per guerra civile qualche volta il popolo corrotto si è rigenerato, ma la prova è zarosa e piena di pericoli; i nemici del popolo in subbuglio, cogliendo la occasione del disordine che tiene dietro ai rivolgimenti pubblici, potrebbero percuoterlo alla sprovvista, ma in ciò mi conforta quello che sovente udii dalla bocca del padre nostro Maurizio e del generale Garibaldi, ed ho anche letto che un popolo in rivoluzione si trova più presso a conquistare che ad essere conquistato; un altro pericolo egli è che dalle discordie nasca un soldato, il quale di punto in bianco ti salti addosso tiranno, e si deve reputare guaio grande e tuttavia minore della libertà ipocrita e meretricia, imperocchè dal primo qualche virtù annacquata sorge, mentre la seconda spegne ogni nobile aspirazione: pure gli è forza masticare quello che il destino, o piuttosto le nostre mani ci hanno ammannito. I seduti a mensa, alla minaccia della guerra civile si cacciano le mani dentro i capelli ed urlano: — Sacrilegio! parricidio!... — Silenzio, ribaldi; a voi, e più che a tutti a voi altri si affibbiano con le debite varianti i versi tremendi:

Vile, un manto d'infamia hai tessuto,

L'hai voluto — sul collo ti sta;

Nè per gemere — o vil, che farai,

Nessun mai — dal tuo collo il torrà.

La trista genia non si spaventa delle guerre straniere, e sì che in queste un popolo intero è avventato col ferro in mano a tagliarsi la gola con un altro popolo che non conosce, non gli ha nociuto in nulla, non odia, senza sapere il perchè, e ne diserta i campi, le case arde, oltraggia le donne, lacera vecchi e fanciulli; lo ubriacano di acquavite e di parole più perfide assai dell'acquavite, come: gloria, onore delle armi e decoro della bandiera, le quali insomma adombrano vanità e cupidigia di un feroce spesse volte codardo. Nerone, senza lo aiuto di Epafrodito scrivano, non sarebbe giunto ad uccidersi; a Napoleone I non riuscì avvelenarsi. Nelle guerre civili tu sai quali offese vendichi, perchè combatti, che vuoi; l'odio ti arma la mano, chi ti tormentò tormenti; applichi la pena del taglione; dente per dente, occhio per occhio; le truci passioni che t'infuriano in petto, se non giustificano il male che fai, lo spiegano. Come possiamo augurarci di ristorare la fortuna pubblica d'Italia senza fallimento? Il giorno che terrà dietro alla bancarotta sarà preceduto dall'aurora della risurrezione del credito nazionale. Cittadinanza marcia e amianto sudicio si lavano col medesimo bucato: bisogna buttarli sul fuoco. Come rinetterete le strade delle città dalla marmaglia dei rettili, se non per via di un diluvio universale? Non per questo ci dobbiamo perdere di animo, perchè ogni diluvio termina coll'arco baleno, annunzio di giorni più sereni. I popoli non muoiono; dopo gl'incendi le città si rifabbricano più belle; testimonio Roma dopo Nerone, e Mosca ai giorni nostri dopo Ropstokin. E tu, Curio, che ti triboli perchè la fortuna ti abbia sbalestrato fuori della tua patria, esulta; tu non avrai desiderato, nè promosso, nè preso parte ai giorni di lutto della tua terra nativa; e poichè la tua mano si sarà preservata pura della strage del passato, così potrà farsi iniziatrice del futuro. Troppe e troppo spesse le sventure si rovesciarono sopra di te, e ti hanno sgomento; il tuo cuore contristato respinse la guida dell'intelletto, ed hai corso pericolo di sommergerti nella disperazione. Pertanto io credo fermamente e con sicurezza ti annunzio che tu, io ed i tuoi figli rivedremo la patria nostra purificata e ci potremo con dignità e contentezza esercitare i doveri prima, poi i diritti di cittadini liberi davvero, di capi di famiglia e di amici della umanità. Che se (e non lo voglia Dio) la morte rendesse tronchi questi santi presagi... allora... allora... sta' sicuro, la tua volontà sarà legge alla tua consorte.

Il singhiozzo le tolse la parola, ed ella conchiuse il suo ragionare stringendosi al seno con quanto aveva di forza nelle braccia il diletto marito.

Curio, non meno commosso di lei, la baciò in fronte dicendo:

— Eufrosina, parlami sempre così; alle donne i cieli furono cortesi del dono della profezia; mantienmi sempre accesa la speranza, ed io ti dovrò troppo più della vita del corpo, la salute dell'anima.

*