— Mi perito, Eufrosina, perchè temo affliggerti.
— Che importa! Pensa che verun dolore uguaglia quello di vederti ogni giorno consumare dall'umor nero.
— Ebbene, Curio prosegue attenuando la voce, sicchè appena si sentiva: tu mi hai a promettere che quando io sarò morto... ma vedi! già ti scolori in volto...
— Continua, per carità... continua.
— Signore! bisogna pur farci una ragione... io nacqui prima di te, e la natura vuole che prima di te muoia... dunque mi hai da promettere che quando sarò morto tu mi riporterai in Italia,
. . . . . . . nella mia,
Nella diletta tua terra natia,[33]
e lì mi darai sepoltura a canto la madre; così pensando... che se vivo ebbi a starmi lontano dalla terra natia, morto potrò riposarci in pace, l'anima mia si consolerà.
Allora Eufrosina, ponendo a sua posta la destra sopra la spalla di lui, tutta accesa nel volto, gli tenne il seguente discorso:
— Curio, ascoltami: io mi confesso femmina di poca levatura, quel poco che so l'ho imparato da voi; pure, meditando sopra le sentenze vostre e dei grandi patriotti italiani che ebbi in sorte udire, credo poter pronunziare un giudizio poco lontano dal vero intorno la qualità dei nostri tempi. La Italia nostra, tra bene e male, nè intera ha potuto unirsi, in onta agli sforzi di tenerla disunita di quei dessi che ora si vantano fattori della sua unità: unirono l'Italia la necessità delle cose e la virtù del popolo affidata nelle mani di Garibaldi; adesso ella è cascata in potestà di paltonieri come il retaggio improvviso dello zio morto in America; costoro, quanto più patirono miseria per lo addietro, tanto maggiormente si sono voluti rifare a tirar via negli scialacqui; dai vizi antichi accoppiati alle viltà nuove pullularono banchieri, borsaioli, giocatori, ruffian, baratti e simili lordure; ciurmaglia d'insetti non più visti prima, roditori come tarli, sozzi come cimici; ribollirono le fogne spingendo a galla ogni maniera di lordezza; gli scrivani diventarono scrittori; allagò dovunque la mediocrità invida e trista; perchè lo scritto riuscisse di un bel nero morato, tuffarono la penna nella propria coscienza; le sacre lettere mescolarono con l'acquavite e la viltà, e poi le propinarono alla cittadinanza, che ne rimase avvelenata; gli ebrei considerando allora che il mestiere fruttava, chiusero tante botteghe di rigattiere e ne apersero altrettante di giornali, ma così nelle une come nelle altre essi, con anima e mani sudicie, continuano a vendere cenci sudici. Tasse a diluvio; fortuna pubblica nabissata, la privata distrutta; esercito infermo; senza combattere dentro ci divora, combattendo fuori non è creduto capace a difenderci; all'opposto presumono educarlo can mastino della monarchia per addentare repubblicani. Con gl'impieghi crearono un nugolo di consumatori a fine di legarli col vincolo dell'interesse alla monarchia; la monarchia è un interesse; chi la rode la difende, finchè ci è da rodere; dei produttori ogni dì se ne strema il numero per molte cause, massime delle emigrazioni di cui esultano col giudizio del matto, che vedendo bruciarsi la casa batte le mani. I preti crescono come l'ombra cresce quando tramonta il sole, tra poco sarà l'un'ora di notte. I nostri uomini di Stato sapevano che preti e ortiche si propagano stupendamente spontanee, tuttavolta li hanno fecondati col guano; speravano disfare i preti come un cavo vecchio e filare la loro autorità dentro la corda nuova, mettere in combutta sacramenti e manette; mitra di vescovo e lucerna di giandarme; stolti! il prete pesca per sè, tutto per sè, sempre per sè: l'arme del prete è la rete. La materia viene dalla terra ed alla terra ritorna, lo spirito si parte da Dio e a Dio si ricongiunge; chi più nobile dei due, lo spirito o la materia? Certo lo spirito; dunque il prete non intende fare a mezzo col potere laico, molto meno stargli sottoposto; egli rappresenta Dio; prostratevi pertanto ed obbedite. Sul campo di battaglia i destini degli eserciti pendono nella mano della fortuna, nel confessionale il destino del prete sta sicuro nella mano del prete. La favola di Prometeo, in grazia del bel giudizio dei ministri italiani, si è convertita in realtà; ecco lo Stato, con le mani e co' piedi legati, messo sotto al becco dello avvoltoio prete perchè lo divori. Del popolo un dì levati a cielo il cuore e lo intelletto; egli sorgente di tutto diritto, egli solo capace di provvedere alla felicità del paese, dandosi per via di plebiscito un padrone; il popolo, buttato via un basto, si chinò giù carponi a sottoporsi ad un altro, come se non avesse provato mai di che cosa sappiano i basti; difatti, eletto appena il padrone, la scena muta; stupido, è bandito, e a tutto incapace, eccettochè a portare rena e calcina alla fabbrica della monarchia costituzionale. Se taluno più astuto non avesse avvertito: badate! potreste avere bisogno del suo sangue, lo avrebbero scaraventato in mare col sasso al collo come un cane tignoso; invero, quando ebbero bisogno di sangue, ecco, fecero scodella delle mani per raccogliervelo dentro, e il popolo strappato dai solchi e dalle officine ce lo versò a bocca di barile. E quale n'ebbe mercede il popolo? Una manata di briciole, che andatagli negli occhi lo acciecò, ma se gli fosse caduta in bocca non lo avrebbe sfamato; però il popolo si è fatto del cuore un salvadanaio di odio dove ogni giorno depone un soldo, e dello intelletto una spelonca dove accumula errori e istinti selvaggi. I vermi, che nella corruzione universale si fanno grassi come canonici in concistoro, levando la voce garriscono: