— Nè basta; quante volte la donna, nella rilassatezza della quiete domestica, corrotta a grande agio, ingenuamente scellerata, propinò il veleno nel cordiale che ministrava a bere al marito infermo?
— Ah! la mia mi dà tutte le mattine che Dio mette in terra un bicchiere di acqua mescolata col siroppo di tamarindo del dottore Erba.
— E quante e quante la moglie ti ha soffocato a mezzanotte col capezzale, su cui avevi fino a quell'ora posato il tuo capo a canto al suo!
— Fin qui a vero dire non mi ha soffocato veruno, ma la è cosa da pensarci... e ci penserò.
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La causa criminale che doveva in cotesta mattina agitarsi davanti la Corte di assise si versava in un caso di adulterio, singolarissimo se altri fu mai. Efisio, Gavino e Artemisia erano tre giovani dispari per pochi anni fra loro: di bellezza uguali: loro vide insieme il dì nascente, loro vide il tramonto folleggiare insieme pei fioriti sentieri della vita: a cui li vedeva parve vedere tre angioli, e tali erano davvero per bontà e per leggiadria: l'uno all'altro aveva insegnato a sillabare il verbo amo sopra il medesimo abbecedario. Venuti poi alla età nella quale l'amore si colora, come l'erba ch'esce dalla terra per virtù del sole, per tutti si tinse in una medesima grana; e quando l'albero di Amore da un punto all'altro ingrandì trionfale, accolse tutti e tre sotto le sue fronde, tutti e tre nudrì co' primaticci suoi frutti; insomma voi avete a figurarvi tre boccette piene dello stesso elixir di Amore. Quando Efisio era presente, Artemisia lo amava più di Gavino; all'opposto preferiva Gavino se Efisio si trovava lontano. Ma poi venne tempo in cui la natura d'accordo co' genitori d'Artemisia urgevano la fanciulla, ognuno a modo suo, s'intende, a eleggere fra' due il marito; ella, che semplicissima era, rispose che non si voleva stare a confondere, li avrebbe sposati tutti e due; ma la mamma le fece comprendere discretamente, come i legislatori, a istanza massime delle donne, avendo proibito la poligamia sotto severissime pene, non avevano potuto senza pericolo di contradizione permettere la poliandria. Artemisia allora stette irresoluta; non dava in tinche nè in ceci; se a sorte ella si fosse trovata in mezzo a due vagli di biada, piuttostochè a due giovani amati, ci era caso che si rinnovasse in lei il fatto dell'asino di Buridano, che non si sapendo decidere cascò morto di fame;[1] ma ella non si sentiva punto disposta da natura a lasciarsi morire d'inedia, anco a rischio di renunziare alla gloria di trovarsi un giorno assunta in cielo, con un giglio di purità in mano grosso quanto un cero pasquale. Ora la bilancia sta in bilico; un grano basterà a farla traboccare da un lato piuttostochè dall'altro: una mezza serqua di centinaia di migliaia di lire che Efisio si trovava a possedere, in grazia della liberalità di uno zio, pesarono, come dovevano pesare, più di un grano nella bilancia; Artemisia pertanto andava moglie ad Efisio.
Simile accidente non mutò in nulla gli affetti e nemmeno le usanze di vita di queste tre amabili creature, eccettochè a sera inoltrata bisognava pure che Gavino pigliasse commiato dai dolci amici; ma il mover lento tutti e tre verso l'uscio di casa, — ma il trattenersi lungo sopra la soglia, — ma il frequente accompagnarlo giù fino al portone di strada, facevano incerto il giudizio se rincrescesse più a lui andarsene, ovvero agli altri lasciarlo andare.
Artemisia e Gavino presumerono troppo delle proprie forze, o piuttosto non avvertirono nulla, sicchè un giorno si trovarono ad avere saltato il fosso, con bene altre scuse del Menebrea quando minacciò di volerlo saltare; perciocchè furono dei nostri amanti complici, o meglio provocatori, gli anni, la stagione, l'ora, la memoria dello antico affetto e la pietà del nuovo.
Procedendo poi, come succede, con meno discrezione che non avrieno dovuto, attesa la comodità grande del trovarsi insieme, accadde quello che doveva accadere...
Efisio comprese in un attimo la fortuna avergli apparecchiato davanti tre partiti, e non più: primo, correre difilato al Naviglio, e a capo in giù precipitarvi dentro, ma se ne rimase per parecchi moti e tutti lodevoli, tra i quali capitalissimi questi: che correndo un sido da cani, avrebbe trovato l'acqua troppo fredda, ed egli temeva i reumi; e che bisogna pensare almeno due volte alle cose che da una volta in su le non si possono fare; il secondo stava nel pensiero ch'egli doveva o con ferro, o con laccio, o con veleno precipitare innanzi tempo creature umane dentro il sepolcro; e per giunta chi? Artemisia! la luce degli occhi suoi; anzi, pure dell'anima. Gavino! Il primo volto sul quale egli posò gli occhi con coscienza di amore? Solamente a pensarvi non aveva pelo sul corpo senza stilla di sudore; consisteva il terzo nel tuffarsi nello studio di uno avvocato, e ci si tuffò.