Però anche qui egli ebbe a provare come il giudizio umano spesse volte erra, imperciocchè coloro ch'egli reputava pan buffetto sotto ai denti, gli parvero ghiaie, mentre gli altri che avrebbe venduto a mezza lira il paio, gli riuscirono meglio a pan che a farina. Breve: strizzando, attorcigliando, stiracchiando, non senza avvantaggiarsi delle infinite torture inventate dal suo mozzorecchi, potè racimolare cinquemila lire ad un bel circa. A questo modo passarono due mesi e più, quando Curio, un po' per vaghezza di sapere a che fosse cotesto negozio approdato, e molto per bisogno che pativa di danaro, si fece a trovare il maggiore. Stava per tirare la corda del campanello di casa, quando abbassando gli occhi vide a piè dell'uscio una lettera; la raccolse e conobbe essere diretta al maggiore: lo prese il capriccio di leggerla; e perciò sceso pianamente si condusse in parte dove giudicò non lo avrebbe disturbato alcuno; colà lesse quanto segue:
«Snaturato figliuolo! Ti scrivo e non rispondi; meglio avessi io dato la vita a un cane che a te; eccomi qui, meschina, dopo avere strutto quel poco che avevi e il molto che io possedeva per eredità paterna, di cascata in cascata prima mi trovai ridotta per campare darmi dintorno a vendere erbaggi; all'ultimo infermai e strema di tutto mi condussi all'ospedale dove ora mi trovo; la febbre è cessata, ma io non valgo a reggermi in piedi; lo spedalingo ha promesso tenermi qualche altro giorno per carità, ma lunedì mi toccherà andarmene senza remissione. Credilo, figliuolo, credimelo quanto è vero Dio, a me non rimane altro che mendicare, ma io non ho balìa di strascinarmi per le strade: cascherò su qualche muricciuolo e lì morirò. Mandami per le piaghe di Gesù Cristo un qualche soccorso; non me lo negare; non t'infingere povero per ributtarmi, che io so come tu spendi e spandi in male femmine e in gioco, che fu e sarà sempre la tua rovina. Altro non aggiungo: aspetto la tua risposta a braccia aperte, supplicando la beatissima Vergine che ti tocchi il cuore. Tua madre in lacrime. — Bergamo. — Livia O. T.»
Senza dubbio nel cavarsi la chiave di tasca per aprire l'uscio, cotesta lettera era cascata al Fadibonni; Curio nel ripiegarla pensò: una più, una meno, non sarà quella che lo manderà all'inferno.
Curio fece male a leggere la lettera. E chi lo nega? Per me dichiaro che fece malissimo. Tamen, ci hanno pecche naturali che non si possono correggere; ed io che scrivo conosco un uomo probo, e che per quello che fa la piazza si potrebbe citare per esempio, a cui tu confiderai sicuramente un tesoro, ma guardati di lasciarlo solo in camera tua: egli in un bacchio baleno te l'avrà rovistata da cima a fondo, frugata in ogni parte più intima; spiegato e ripiegato vesti, biancherie, pannilini e lani; aperto lettere, lettele e rimesse al posto: caso mai tu avessi smarrito in camera tua qualche oggetto, vivi tranquillo, ch'egli te lo ritroverà. Che ci vuoi fare? È istinto congenito alla natura degli uscieri, dei commissari pei gravamenti, degli espositori ai pubblici incanti, dei notari, e, bisogna che lo confessi a confusione mia, dei romanzieri.
Curio, non so a qual titolo, pareva affetto della medesima infermità.
— Dulcissime rerum, esclamò il maggiore quando, aperto l'uscio, gli comparve davanti Curio — Mira eh! se mi rammento del mio vecchio latino? Non ci si vede mai, come dicono lassù a Firenze quegli squasimosdei del bel parlare arnino; che fai? come te la passi?...
— Nel venir su; a piè dell'uscio di casa tua ho trovato questa lettera... m'immagino che ti appartenga, — e in così dire gliela porse.
La solita nuvola ottenebrò correndo la faccia del Fadibonni, il quale irrompendo in risa sfrenate domandò a Curio:
— E tu l'hai letta?
— O che nella lettera ci è scritta cosa che a te rincrescerebbe io conoscessi?