— È giusto; eccolo.
Curio lo estrae dal portafogli e glielo consegna, l'altro lo piglia e con moto rapidissimo se lo caccia in bocca per ingollarlo; però Curio, non meno celere di lui, con la manca lo afferra per la strozza, e tanto lo stringe, che non che il foglio, ma neppure l'aria ci può passare, e nella bocca aperta spinge due dita della destra e ne cava fuori il foglio lacero in parte, ch'ei getta via lontano per terra; poi a pugno chiuso piglia a pestargli il viso, che meno forte cala mazza del fabbro sopra la incudine; Curio sentì sgretolarsi sotto la mano il naso di costui, e gli occhi così di un tratto gli comparvero infaonati da parere un vero Ecce Homo. Accorsero gli ufficiali compagni del malcapitato per salvarlo da cotesto furore, e tutti di concerto si posero a tempestare con colpi di sciabola sui reni e sul cranio di Curio, finchè a lui, rotto in più parti della persona e tutto grondante sangue, non si prosciolsero le braccia stramazzando supino; nel cadere arrangolò:
— Sono morto!
Due barelle trasportarono il maggiore a casa e Curio all'ospedale.
Tre giorni dopo questo caso i soldati, attingendo acqua al pozzo per lavare la caserma, trovarono impedimento a tuffare il bugliuolo; a fine di rimovere l'ostacolo calarono un paio di ganci, ma, non bastando a sollevare il peso, ce ne aggiunsero un secondo paio, poi un terzo; tira... tira, fra schiamazzi e risa portarono fino all'orlo del pozzo un cadavere... il cadavere del soldato cui il buon Curio aveva promesso sovvenire; la giovane incinta, quando seppe l'atroce caso, si accosciò giù, si coperse il capo, stette immobile sul giaciglio di paglia, non pianse, cheta cheta aspettò che la fame le conducesse liberatrice la morte.
Fadibonni mise un bel pezzo a guarire, imperciocchè, quantunque le sue ferite non presentassero verun carattere di gravità, e' bisognò che aspettasse gli sfumassero dalla faccia il nero, il pagonazzo, il turchino, il verde e il giallo, che tanti sono appunto i colori della pesca reale.
Curio, preso dal delirio, si versò lungo tempo in pericolo senza speranza di salute, ed anche i medici se la buttavano dietro le spalle, non mica per difetto di carità, che anzi umanissimi erano, ma perchè conoscevano come, salvandolo da una morte, lo avrieno gittato fra le braccia di un'altra più triste e forse più dolorosa. Contro l'aspettativa e il desiderio così dei nemici che degli amici, sopravvisse, ed in capo a ben lunghi undici mesi Curio tornava più gagliardo di prima.
Intanto il tribunale militare aveva incominciato la istruzione del processo, e Curio, sottoposto agl'interrogatorii parecchie volte, aveva sempre con rara precisione esposta la cosa proprio nel vero modo in cui era andata; ma il Fadibonni con parole sdegnosissime la negava a spada tratta; chiamati gli officiali testimoni, non avevano veduto nè udito nulla; in cuore detestavano Curio, perchè mentr'egli credeva flagellare il solo Fadibonni, tutti ne sentivano dolore, come quelli che andavano tinti di una medesima pece. Però il colonnello, soldato vecchio e di virtù antica, il quale la corruzione della milizia italiana conosceva e deplorava, avendo voluto egli stesso interrogare più volte Curio e a lungo, era rimasto colpito dallo aspetto gentile di lui, dai modi ingenui e dallo accento di verità col quale raccontava, senza alterazione alcuna, nei suoi minimi particolari lo accaduto; anche gli facevano impressione la casata illustre del giovane, la cultura e la fama di prode. Il suo pensiero batteva sempre sul pagherò smarrito: se si fosse potuto ritrovare, certo a Curio una grossa pena sarebbe tocca pur sempre, ma la turpe fraudolenza del maggiore, quantunque non provata pienamente, lo avrebbe salvo dalla morte. In simile concetto si appigliava ad ogni amminnicolo per procrastinare la trattativa della causa, aspettando fiducioso che il miracolo della riperizione del pagherò avesse da un punto all'altro a verificarsi. Ma ormai erano a tale le cose, che un nuovo aggiornamento non sarebbe passato senza biasimo, e però l'apertura del giudizio fu stabilita per la entrante settimana.
Certo non erano di oro i fili che in cotesto periodo di tempo la Parca filava per Curio, ma per Fadibonni li filava di ferro arroventato. Nel cuore e nel cervello di lui perpetua si alternava la vicenda del caldo e del freddo. In mezzo all'allegria del convito, alla festività del conversare, nel vortice armonioso delle danze di un tratto una caldana di piombo strutto gl'inondava tutta la persona; una grandine di numeri 600 gli trafiggeva le pupille; traballava per cadere, e sarebbe caduto di certo, se altri sottentrando non lo avesse retto: questo poi non veniva da rimorso, bensì dalla paura che il pagherò si rinvenisse.
Il tempo, galantuomo vero, e, per giudizio mio, unico al mondo, si accosta con passo misurato al giorno del dibattimento e le angoscie del Fadibonni si fanno più atroci, mentre Curio, sovvenuto dalla coscienza netta, si rassegna a un destino ch'ei non può mutare: erat in fatis mala morte mori, come si legge sul tumulo di Giulia Alpinula, figlia infelice di padre infelicissimo.