— Mia cara Giulia, allora entrò di mezzo a dire Abramino, perdonerà se non posso più a lungo trattenermi con lei, perchè col treno del tocco mi occorre andarmene fino a Casale per assicurare il pagamento di un effetto tornato in protesto col relativo conto di ritorno; di là passerò a Vercelli per assistere alla circoncisione del mio nipote, figlio di mia sorella Esterina e del cognato Anania; poi darò una capata a Milano per vedere un po' come vanno le faccende del banco sete, che da tre anni mette fuori bilanci magnifici, e poi tra ceralacca e spago non dà un soldo di dividendo: ma che vuol'ella, cara signora Giulia? L'hijo d'un mancer ci fece sottoscrivere mio padre per cento azioni, e da questo, veda, signora mia, che anche le civette impaniano.
Tale preludiava Abramino nei suoi amori con Giulia.
Al maggiore pareva mille anni svignarsela, onde di nuovo appressatosi a Giulia, in atto eroico favellò:
— Giulia, addio: non ti raccomando i nostri amori, come fece Augusto a Livia, perchè questa rimase vedova, mentre tu convoli a seconde nozze, e nè meno t'impongo dimenticarmi, perchè so che tanto non è nella tua potestà; ti resti di me la memoria come di un sogno che sopraggiunge su le ale dell'alba e fa risvegliare la dormente alla luce con un sorriso. Nel dipartirmi da voi vi auguro sieno i vostri amori pari al muschio del quale dura perenne il profumo senza mai diminuire di sostanza: bevete infaticabilmente nella tazza della voluttà, e l'amore ve la riempia senza requie a bocca di barile: si rinnovino per voi gli amori come il fieno nei prati, dove rifà capo sotto la falce che lo miete; vivete felici, ruzzolate per un pendio di rose monde da ogni spina dalle mani stesse delle Grazie, e quando giunti al termine del tramite mortale, se il Dio dei cristiani non si trovasse d'accordo col Dio di Moisè per collocarvi insieme in paradiso, vi mandino almeno a domicilio coatto nella stella di Venere; addio, addio.
Sbirciato il cappello di Abramino e vistolo nuovo, mentre il suo declinava al tramonto, se lo mise in capo, e provato che gli andava, se ne andò via bisbigliando.
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— E ora alla busca delle cinquanta lire, e più se riesce.
La signora Radegonda, di cui il casato si tace honestatis causa, era giunta a quella età che non invoglia persona a ricercare qual sia; — la età grigia; tra le ventiquattro e l'un'ora di notte; la età che non è bianca ancora, e il nero muore; dondolante fra i cinquanta ed i cinquantacinque anni, fu moglie buona e mamma meglio di una figlia unica, e sopra il marito e la figlia, finchè vissero, riversò tutto l'acquazzone della sua tenerezza: ma da prima perse il consorte; poi, per colmo di sventura, la figlia; e l'amore sbraciato dal dolore le coceva l'anima spasmodicamente; anch'egli patisce di ripienezza, e in qualche luogo bisogna pure scaricarlo; provò sfogarsi col canarino, col gatto, col cane, ma non li rinvenne bastevoli all'esercizio della sua passione: allora si tuffò a capo fitto nella beghineria; e fu peggio, imperciocchè i santi le stessero dinanzi dipinti ed appesi a un chiodo; Cristo di legno, e crocifisso, nè disposto a quanto pareva a sconficcarsi, come fece un dì (lo dicono i preti) per abbracciare santa Caterina di Siena: dei confessori, i giovani avevano grandi faccende altrove, i vecchi tabaccosi non le andavano a fagiuolo, e la povera donna aveva ragione. Intanto il sodalizio con gli angioli in sembianza di giovani eternamente leggiadri, l'estasi amorose, le preghiere lubricamente devote, le orazioni confettate di misticismo e di libidine, l'amor divino rinforzato coll'acqua arzente del bruciore terreno, avevano proprio ridotto la misera creatura in un mucchio di stoppa, anzi di polvere, o piuttosto in un barile di petrolio. Dio guardi se ci fosse cascata sopra una favilla. Veruna compagnia di sicurtà contro agl'incendi l'avrebbe per tesoro assicurata; — e poi incendio di amore non ha riparo. Di fatti la favilla non mancò. Fortuna volle che dirimpetto alla vedova tornasse di casa il Fadibonni; si videro, si adocchiarono, si salutarono, si sorrisero; costui, spillando lo stato della vedova, la seppe abbastanza comoda secondo il suo stato per la pensione lasciatale dal marito, a dovizia fornita di masserizie, di panni, di ogni ragione orerie, insomma di tutto ciò che i giureconsulti romani distinguevano col nome di mondo muliebre. Ce n'era di avanzo, perchè il Fadibonni se ne mettesse incontinente alla caccia, e non fu lunga impresa, nè ardua: pei bambini balocchi di legno, ai vecchi balocchi di carne: pari in entrambi la concupiscenza di ottenerli, dispari la tenacità di conservarli: quanto facile i primi a buttarli via, altrettanto duri i secondi ad agguantarcisi con tutti i tentacoli. Ora taluno vorrebbe sapere chi dei due condusse la povera donna al mal passo, l'anima o il corpo. Per me confesso addirittura che non lo posso contentare; primamente, perchè mi riesce difficile chiarire distinta la esistenza di cotesti due enti, e supposto che riuscissi a sciogliere siffato nodo, ecco che inciamperei nell'altro, non meno scabroso, di determinare se la materia prevalga allo spirito, o viceversa; chi il mandante, chi il mandatario, o piuttosto chi il colpevole in capo e chi il complice. La meschina era cascata dentro una fitta, dove ogni conato per uscirne la faceva sprofondare vie più: peccava, si pentiva, tornava a peccare per ripentirsi poi, e così con perpetuo ciclo logorava ogni estremo residuo di volontà, di pudore, ed eziandio di salute. Dall'altra parte il maggiore, attaccatosi come ruggine alle sue ossa, le sperperava con persistenza scientifica ogni sostanza; orerie, argenti, pannilini, lani, stoviglie, rami tutto insomma mano a mano spariva. Cotesta casa era neve al sole, ned ella si attentava rifiutare nulla, anzi, strano a dirsi! dava volentieri, pensando che le tribolazioni vecchie e nuove provate nel suo traviamento le dovessero andare in isconto dei peccati.
Alla stregua che la roba scemava, le assenze del maggiore infittivano e si prolungavano: adesso correvano mesi che non capitava a casa Radegonda; difatti ci era rimasto tanto olio da mandare un sospiro di luce: anche la pensione vitalizia della vedova, a cura del maggiore, era stata per parecchio tempo impiegata ad Abacuc, figlio di Anania e padre di Abramino Ottolenghi.
Il Fadibonni ecco si mostra improvviso nella camera di Radegonda, la quale dalla comparsa di lui rimase abbarbagliata, levò supplice le pupille al cielo, le mani congiunse in atto di preghiera, mosse le labbra, ma non potè profferire parola; il peccato aveva preso a nolo dalla beghineria le sue smorfie, ma quel tristo le si accostò carezzevole, la blandì con parole soavi, e siccome ella mostrava non crederci, egli, aggrondate le sopracciglia, proruppe in accenti minatori, perchè la donna smarrita lo pregava per l'amore di Dio e delle anime del purgatorio a placarsi; il maggiore durò un pezzo ingrugnato, alfine parve rasserenarsi, e strettale la mano le disse: