— Addio, a stasera, se posso, verrò a cenar teco.

Rimasta sola Radegonda, per la grande contentezza non capiva nella pelle, le pareva toccare il cielo con un dito: senza porre tempo tra mezzo prese a rovistare per la casa, onde rinvenire robe da potersi fare onore: ahimè! dentro le cantere non tovaglie, nè tovaglioli, nella credenza non posate, non stoviglie su la rastrelliera; di accattarli in presto si peritava; amore vinse vergogna, e con occhi bassi e tremula voce si condusse a chiedere tutte queste masserizie alle casigliane; delle quali quelle di miglior sangue l'accomodarono, pure commiserando lo stato a cui si era ridotta una signora così puntuale e per bene, altre dispettose gliele negarono, e le tagliarono dietro il giubbone che Dio ve lo dica per me.

Ora mancava il meglio, e come avesse a sopperirci non sapeva; ecco, mentre declina la faccia melanconica, le viene fatto vedere nelle dita, oltre l'anello matrimoniale, un altro ornato di piccoli brillanti, ricordo ultimo della defunta figliuola, fin lì salvati dal rigido saccheggio del maggiore.

Se l'anima le rimordesse ignoro; questo so, che in un attimo si cacciò giù per le scale, e arrivata in fondo consegnò l'anello della figlia alla portinaia, conquidendola a portarlo subito al monte di pietà per impegnarlo; ella poi si trattenne nel casotto ad aspettare: indi a breve l'assalì l'impazienza, perchè ogni tantino cavava il capo fuori lo stambugio della portinaia, come fa la gallina tra le stecche della stia per beccare il granturco nella mangiatoia. Alla fine la portinaia tornò; al monte non avevano voluto dare su l'anello più di trenta lire. La vedova prima desiderò toccare la moneta e ne sentì ineffabile compiacenza, poi la rese alla donna prescrivendole recarsi al mercato per comperarvi commestibili e vino. Avuto quanto ella ordinava, si mise intorno ai fornelli soffiando a gote gonfie sul fuoco, apprestò le vivande, attese a cocerle con religiosa diligenza; di tratto in tratto le gustava, paurosa pigliassero di bruciato, o troppo sapide riuscissero, troppo sciocche; si pettinò, si lisciò, si fece bella... aveva lo specchio davanti e ci si contemplava più spesso che non fosse di mestieri, ma sempre invano, imperciocchè ella badasse allo specchio quanto un re (dispotico o no non fa differenza) al consigliere fedele. Con ardentissimo affetto ella affrettava il tramonto del sole, quantunque l'accostasse di un giorno al sepolcro, e alla età sua un giorno contasse mezzo anno; che importa ciò? per rivedere presto l'amor suo avrebbe dato a patto un anno intero, due anni. Le ossa, come le legna, quanto più sono secche più avvampano.

Verso le due ore di notte venne il desiderato. Qui la Musa fa punto, salta un foglio e ripiglia la storia dal momento nel quale la misera Radegonda, vinta da molte cagioni, massime dalla virtù del laudano a lei propinato in copia dal perfido Fadibonni, giacque nel letto come corpo morto: costui allora pianamente si vestì e si pose a rifrustare sottilissimamente per tutta la casa: delle posate non ci era a fare capitale, le riconobbe di ferro inargentato; tovaglie e tovaglioli lisi, buoni a nulla: peggio le vesti, e per asportarle troppo voluminose nè tali che dessero un filo di speranza le avrebbe accettate il capitano per danaro. Che fare? Dare l'anima al diavolo non concludeva, e poi il diavolo da tanto tempo ci aveva acceso su la ipoteca, che non ci era da pensarci nè meno; peggio votarsi ai santi.

Guardò torvo l'addormentata e le vide i pendenti agli orecchi.

— Non basteranno di certo, borbottò fra sè, ma sarà sempre qualche cosa — e ci stese sopra la mano bramosa, svellendoglieli in modo così brutale, ch'ella, quantunque dormente, ne gemè. — E ora che si stilla? Di un tratto, toccatasi con la mano la fronte: — Smemorato che sono, esclama: la Madonna! che, lei sveglia, non ho potuto saccheggiare mai. — Eccola! Non manca nulla, aggiunse dandosi una fregatina di mani secondo l'usanza del Cavour, corona, lampada, angiolino e piletta; vera consolatrice degli afflitti!

E la corona, la lampada, la piletta e l'angiolino — fino l'angiolino, che nella destra brandiva l'aspersorio in modo che pareva volesse venire ad uno assalto di sciabola con Lucifero — tutto insomma egli ripose nelle tasche.

Così il soldato adoperava con Radegonda come il prete con Amina: uccelli entrambi da preda.

Compito l'inclito gesto, il Fadibonni si partiva senza spegnere il lume, scalzo, con gli stivali in mano, e lasciando l'uscio spalancato; se non che giunto a mezze scale gli frullò in mente che i casigliani, levandosi di buon mattino e notandolo, sospettosi di furto non avvertissero la questura, donde scandalo nel vicinato e qualche stroppio per lui; perciò rifece le scale, e chiuso l'uscio con precauzione se ne venne via.