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Inesorato come il destino, il capitano Parpaglione nel dì e nell'ora stabiliti comparisce in camera al maggiore: che cosa questi dicesse e facesse per indurre costui a contentarsi di sole cinquecentocinquanta lire non si potrebbe con poche parole significare, e le troppe riuscirebbero sazievoli; bisognò snocciolare una ad una tutte le robe rubate, e fu bazza che il capitano se le accollasse per cinquanta lire, non senza però un pertinace tirarsi pei capelli, onde determinare il valore di ogni pezzo. All'ultimo si accordarono: il capitano, mentre stava per mettere in tasca gli orecchini di oro, osservò come ad uno di essi fosse rimasto attaccato un capello bianco, ond'egli presolo delicatamente tra l'indice e il pollice della destra, fece l'atto di restituirlo al maggiore, accompagnando il gesto con queste parole beffarde:
— Quantunque di argento, non mi può servire; però ti propongo renderlo alla sua amabile proprietaria.
Rimasto solo, il maggiore arse il biglietto e, fatto un pizzicotto delle ceneri, le pose sul palmo della mano, poi ci soffiò sopra e le disperse al vento esclamando:
— Siate maledette in eterno!
Distrutta la prova, l'avvocato di Curio, il quale d'altronde di male gambe procedeva nella difesa, non potè nè anche avvantaggiarlo con la scusa capace solo ad attenuare la colpa; all'opposto, avendola l'imputato addotta nella istruzione del processo e non la potendo provare, gli concitò mirabilmente contro l'animo dei giudici. Il colonnello unico ebbe a sostenere dentro di sè un'aspra battaglia fra il convincimento morale e la mancanza della prova materiale del fatto; nondimeno anche a lui fu mestieri piegare il capo, e comecchè con mano tremante, pure anch'egli depose il voto funesto nell'urna. Curio ad unanimità di voti uscì condannato a morte.
Tali un giorno, certo non tutti, ma troppo più di quelli che potessero sopportarsi, gli ufficiali dell'esercito italiano; e guai a chi si fosse attentato riprenderli: figlio di madre infelice era costui! La sua sorte pari a quella di Atteone, quando ardì contemplare Diana ignuda; i suoi stessi cani gli si avventarono addosso e lo divorarono; — ed io lo so, che provai cani una ciurma di nati nella terra in cui io pur nacqui: a me risparmiarono lo schifo e il ribrezzo di rammentarli, perchè da loro stessi conficcarono i propri nomi in cima alla forca. Nè uomo nè Dio varranno a staccarli di là ove li attaccarono; essi un giorno serviranno di Faro[12] per allontanare gli uomini liberi da questi liti resi infami dalla loro scellerata stoltezza.
O patria! O mia Livorno! in quale abiezione caduta, poichè il sole della libertà col suo calore vitale ad altro non valse che a farti scoppiare fuori le petecchie dei moderati servili, vili e feroci!