— Countacc! Che storia è questa?
Curio, con l'occhio avvezzo al buio, aveva di già riconosciuto Filippo, e il suo cuore si era sollevato: adesso poi per questi urli infelici sentì come conficcarsi sul capo il coperchio della cassa da morto, imperciocchè, sebbene la sua ragione avesse licenziato la speranza, pure questa ostinata continuava a farsi vedere e non vedere, come le stelle fra i nugoli nelle notti di tempesta.
Filippo si chinò e si raddrizzò; quello che pensasse nel brevissimo tempo in mezzo a questi due atti non si potrebbe significare con un volume; mostrò essere della razza di Anteo, il figlio della terra, che quante volte cascava sopra sua madre, tante si rialzava più forte di prima; in fatti, di voce fermissimo e di sembiante, riaccese la lanterna e disse:
— Scusi sa, signor capitano, questa maladetta palla tedesca che ha preso a pigione la mia coscia sinistra di tanto in tanto mi dà dolori da cani: caso mai metto il piede in fallo, anche di mezzogiorno io vedo le stelle.
— Ma, ecco qua, l'altro grido donde è venuto?
— Ah! l'altro grido... non le faccia specie, signor capitano, nella piazza ci è l'eco, taluni dicono che ci si risente; grullerie? Come ho avuto l'onore di informarla, è l'eco. Mi rincresce proprio che avrà svegliata la signora del signor comandante, la quale, come saprà, dopo un travagliosissimo parto è entrata appena in convalescenza; — quanto a prigioni, di quelle a tutta prova ne possediamo poche; per fortuna, la meglio, secondo la mia povera opinione, in questo momento è vuota: — favorisca, signor capitano, di visitarla e dirmene il suo parere.
— Stupenda!
— Veda la porta com'è bassa; per entrarci bisogna andare carponi.
— Vedo; ed ecco qua, munita di doppie porte: — le serrature è a due mandate — i chiavistelli robusti, muniti con bravi lucchetti... chi la fece non mancava di giudizio.
— Consideri! Lo chiamavano Sette cervelli; lunga è poco più di quattro passi, a cinque non ci arriva; a livello del pavimento si apre la finestra munita di due grosse inferriate...