— “Oh figliuolo mio! mio sangue vero! Speranza e orgoglio della nobile casa Orsina!”
Meravigliarono tutti; e Virginio, invece di corrispondere a così stemperate dimostrazioni di affetto, stavasene a modo di sbigottito, e guardava la madre desideroso di più soavi amplessi; ma il padre s’ingegnava assorbire tutta l’attenzione del figlio, e tra la madre e lo sguardo del figliuolo s’ingegnava interporre la sua persona. Alla perfine Virginio si sciolse da coteste ardenti carezze, e volò nelle braccia che la madre gli tendeva aperte, e si ricambiarono uno abbracciamento lungo e dolcissimo, il quale io in questa terra non saprei rassomigliare che ad un altro amplesso dato da madre amorosa a figliuolo diletto; nè forse lassù in cielo gli amplessi degli angioli davanti il trono dello Eterno superano in affetto quelli materni.
Paolo Giordano guardò con occhio pieno di mestizia quelle due creature: il suo cuore si sollevò in un sospiro che compresse a mezzo, e respinse verso [pg!346] la sua sorgente; poi gli occhi gli si offuscarono di sangue e di bile, e li volse trucemente contro Troilo; il quale annichilito teneva fitti i suoi sopra il pavimento. Non si ha da dubitare, che se Isabella e Troilo non fossero stati in quel punto preoccupati, la prima nella esultanza del figlio, e l’altro dai rimorsi della coscienza, in quei così spaventevoli sguardi di Paolo Giordano avrebbero letto la propria condanna, avvegnachè rivelassero lo inferno.
E come se sopportasse impazientemente che così si tenessero congiunte due anime destinate a separarsi presto, piuttosto geloso di uno amore che voleva e intendeva avesse a diventare tutto suo, chiamato a sè con voce alquanto acerba Virginio, gli disse:
— “Esaminarti come tu sii valoroso in lettere a me non appartiene, chè di siffatte novelle io comprendo poco; ma dimmi su, come maneggi un cavallo? come tratti tu l’arme? Ti fanno paura le spade?”
— “Provate!....”
— “Di grandissimo cuore.” — E Paolo Giordano fece portare da un famiglio gli arnesi necessarii alla scherma, ch’egli non lasciava mai indietro, come colui che si sentiva peritissimo in questo esercizio. Qui cominciarono uno assalto oltremodo furioso, in cui se Paolo Giordano si mostrò, com’era naturale, di maggiore lena del figlio, questi alla sua volta di agilità pari alla paterna, e per i suoi anni veramente maravigliosa. [pg!347]
— “Troilo!” esultante Paolo Giordano esclamava, “Troilo, in fe’ di Dio, è una delle migliori spade ch’io mi abbia trovato fin qui. Fatemi grazia, Troilo, provate un po’ anche voi; nei tempi, te pure, o Troilo, estimavano franca spada i nostri capitani.”
— “Nei tempi! — Ma adesso mi sento sgagliardito. Oh! quanto era meglio che mi fossi condotto anche io a far procaccio di bella fama, o di morte onorata....”
— “E che? Troilo, guardando casa mia, avreste voi per avventura acquistato vergogna?....”