— “No... ma egli mi sembra che sarebbe stato più desiderabile trovarmi alle Curzolari....”
— “Troilo, io voglio che sappiate che in ogni parte, e in ogni ufficio dove uomo si porti da cavaliere leale, può guadagnarsi onore... — Ora via, fatemi contento, provate.”
E Troilo provò; ma il braccio gli tremava, e valeva appena a sostenere la spada: si tenne sopra le difese, e in breve, come svogliato, declinò la punta:
— “Non sono più quello di prima; morì di me gran parte. Se Dio mi concede vita che basti, ho deliberato andare a ritemperarmi nella religione di Malta....”
— “Farete opera meritoria, Troilo: e giova adesso lo andare, che il sommo Pontefice ha compartito indulgenze larghissime a chiunque si muova per combattere contro gl’infedeli. Voi siete stanco di oziare, io di travagliarmi; e ambedue cerchiamo [pg!348] nuovi modi di vita. Così va il mondo: non ci acquietiamo mai nelle sorti presenti; facciamo come gli infermi, che dando volta ora su questo, ora sopra quell’altro fianco, s’ingegnano confortare il loro travaglio. Io non so se il sepolcro ci darà fama; ma certamente il sepolcro solo varrà a darci riposo. — Ma che parlo io di sepolcro! E perchè voi siete così mesti nei sembianti? Questo è giorno di esultanza, questo è uno dei giorni che spiana più di una ruga sopra la fronte e sopra il cuore: godete! Io mi sento il più lieto uomo della terra. La mia casa deve risonare di grida festose.... Giubbilate! vi scongiuro, giubbilate! — io vi comando....”
— “Credete voi che la gioia possa comandarsi come una colonna di fanti!” parlò con voce languida Isabella.
— “E qual cosa impedisce ch’ella non venga spontanea?”
— “L’anima nostra prende agevolmente l’abito della mestizia, nè può lasciarlo così di subito come noi altre donne facciamo di un velo o di una cintura. E poi, si danno gioie modeste e segrete, che all’aria aperta svaporano, che voglionsi custodire a modo del fuoco di Vesta dentro il sacrario della anima...”
— “No, viva Dio! io amo la franca e viva gioia, amo il giubbilo fragoroso che si compiace dei fuochi, si diletta dei banchetti e dei festini, i fiori e i suoni desidera. — Ben venga l’allegria, che s’indora [pg!349] co’ primi raggi del sole matutino, e si rinfresca di rugiade, pei prati discorre e pei boschi, dietro le fiere si affatica. — In campagna, su, in campagna: dentro queste prigioni che chiamano città, non possiamo respirare a nostro agio: una oppressura stringe il petto, e affanna il cuore. Costà vedremo se vi riuscirà continuare nella mestizia. — Io voglio vedervi lieti: io vi farò tutti contenti, o non sono Paolo Giordano Orsini duca di Bracciano. — Isabella, sentite: ho deliberato recarmi a complire il Serenissimo fratello vostro: prenderò meco Virginio; e resagli, come per me si conviene, debita onoranza, torrò commiato subito, e ci ridurremo senza porre tempo tra mezzo a starci in villa, al bel nostro Cerreto. Quivi sono ombre, e fiere, e macchie; colà scorrono copiose e fresche acque: quindi l’occhio si delizia sopra grandissima parte di questo paradiso terrestre che le genti salutano col nome di Toscana. — Nessuno speri gustare le dolcezze domestiche meglio che per la quiete dei campi, o all’ombra delle foreste; e noi colà ci sentiremo felici. — Non vi piace così, Isabella? Certo, voi accogliete troppo entusiasmo nell’anima per negarmi questo. Marito io di poetessa, apro il cuore allo spirito della poesia....”
— “A me gradisce quanto piace a voi, signore mio; — pure, considerate come faccia grandissimo caldo, e avreste minore fastidio camminando di notte....”