— “Sì veramente, che qui respiriamo noi! — Non [pg!350] sentite, che pare che piova fuoco? In Firenze non capisco più il sole: durante il verno, scivola così di nuvola in nuvola, come un fallito che mescolandosi nella calca s’ingegni sottrarsi al donzello della Mercanzia; nella estate poi, ci sta conficcato come un chiodo, e le vuole il bene che portò al suo figliuolo Fetonte.... E poi ad uomo di arme ha da recare fastidio il sole? — Che ne di’ tu, Troilo?”
— “Salvo vostro onore, acconsentirei allo avviso della duchessa....”
— “Or bene, via, se ti dà noia il sole, tu andrai in carrozza con lei; — e noi viaggeremo a cavallo....”
— “A cavallo verrò ancora io!” disse con voce commossa Troilo. E Paolo Giordano sorridendo rispose:
— “Non te l’ho detto mica per offesa, Troilo; io mi credeva che tu volessi continuare a farle quella buona e fedele guardia che tu le hai fatta fin qui....”
E posto fine alle parole, tolto per mano Virginio, assicurando che presto ritornerebbe accompagnato con onorevole corteggio di gentiluomini, si dipartiva per andare a complire il suo cognato.
Partito che fu, Troilo e Isabella, com’è da credersi, con tutte le facoltà dell’anima loro si fecero a pesare le parole profferite da Paolo Giordano, e a sottoporre a minuto esame i gesti, gli sguardi, ed ogni particolare sfuggito ad occhi meno veggenti dei loro. Così stavano sprofondati nella indagine, che se in quel punto il terremoto avesse scosso la città, non [pg!351] se ne sarebbero accorti, siccome corre fama, e si legge per le storie, che avvenisse ai Romani e ai Cartaginesi combattenti la battaglia del Trasimeno. Maravigliosa cosa poi fu questa, che entrambi nel punto stesso ed in modo affatto contrario le riflessioni loro concludessero, e mentre Troilo deponeva la paura, l’altra dava l’addio alla speranza.
E senza adoperarvi il linguaggio delle labbra, con le infinite altre favelle che la sembianza umana è capace di significare, si erano manifestati a che cosa pensassero, e come il giudizio loro decidesse; e poichè pur troppo si accorgevano non accordarsi, una voglia smaniosa si era cacciata addosso a Troilo di conoscere più apertamente i sensi d’Isabella. Ma licenziare i molti convenuti non pareva onesto, nè prudente stringersi al cospetto di loro in segreto colloquio, ed era pericoloso lasciare Troilo che continuasse cenni ed ammicchi, a tutti sciaguratamente palesi, di volerle ad ogni costo parlare; ond’ella per lo meno reo partito scelse andare presso una sua tavola; e quivi recatosi in mano il canzoniere del Petrarca, cercò un sonetto, lo lesse attentamente in prima, e incisa lievemente con l’ugna la parte della pagina dove voleva che l’attenzione di Troilo si riposasse, lo lasciò aperto, accennando dell’occhio al medesimo che si facesse a leggerlo: poi, tolto motivo di non so quale parola profferita dagli astanti, provò di mescersi nei loro colloquii, cosa che le venne conseguíta molto di leggeri, come colei che era disinvolta [pg!352] e arguta molto. Troilo, quando gli parve tempo convenevole, si accostò al tavolino, e lesse nel punto segnato:
Ma del misero stato ove noi semo
Condotte dalla vita altra serena,
Un sol conforto, e della morte, avemo:
Che vendetta è di lui ch’a ciò ne mena;
Lo qual in forza altrui, presso all’estremo,
Riman legato con maggior catena.
Troilo fece spallucce, dicendo tra sè: — Questa ormai gode reputarsi spacciata; ma come non si scorge chiaro che Paolo Giordano è il più lieto uomo del mondo? A costei piace, e giova, che tu vada lontano, Troilo. Ma noi ci conosciamo di vecchio: e non mi sono mai sentito disposto come adesso a starmi qui, e a vederne la fine. Che a me convenga rendere la piazza, trovo giusto; e se la vogliono con una mano, io gliela do con due: ma qui bisogna capitolare a patti onorevoli; andare agli accordi con vantaggio; ed io intendo uscirne con tutti gli onori della milizia, armi e bagagli, e non essere cacciato come un vecchio fante di famiglia senza ben-servito. —