— “Ah! signor duca, a voi non istà esporre questa parte della battaglia. Fummo noi che superammo la Capitana del Pascià; e davvero se vi adoperammo lo estremo della nostra virtù a vincere, non ci opposero punto meno gagliardo furore i nemici. Morì, mi ricordo, quell’ottimo Marino Contareno; morirono, e in ricordarlo mi prende ribrezzo ed affanno, con esempio immortale i quattro fratelli Cornaro; ahimè! il fiore dei magnanimi periva; ma, comunque fulminati attorno dalle galee nemiche, non lasciammo la presa, e ci scagliammo laceri, ma deliberati di vincere o di morire. Certo ogni orma impressa da noi costava sangue, ma i passi erano alla vittoria: già anelanti, e pugnando con le coltella, arriviamo a mezza galea. Il signore duca a capo di tutti pareva un angiolo che ci conducesse al trionfo...”

— “E se tu, Titta, meno avevi in cuore il tuo padrone, a questa ora non rimarrebbero di lui che le nude ossa, e il nome. Bene la mente dolorosa ricorre a Orazio e a Virginio Orsini, consorti miei, che mi caddero ai piedi mortalmente feriti; bene m’ingombra l’anima di tristezza la memoria di Fabio [pg!394] mio nepote, percosso a un punto di arcobugio in una spalla, e di fuoco nel collo, avvoltolarsi per la coperta morendo senza piangere il fiore della perduta giovanezza, anzi contento di essere chiamato presto alla pace di Dio; ed io mentre mi chino a soccorrerlo, ecco sento trafiggermi di freccia la gamba destra; e quando levo la faccia, una mano stringente un pugnale rovina sopra di me improvvido di difesa; il pugnale sfugge dalla mano, e innocuo mi cade sopra la persona; la mano anch’essa mi cade sul capo, ma separata dal braccio, e con la mano un lavacro di sangue m’inonda il volto...”

— “Così è; mi capitò proprio a tiro, senza che io ci pensassi nemmeno, e la tagliai netta come un giunco...”

— “Ed io mi ti professo debitore della vita, e finchè Paolo Giordano Orsini avrà un cuore e una casa, Titta Carbonana occuperà un posto nel cuore e nella casa di Paolo Giordano Orsini... — Beviamo! — Alla memoria dei morti alla battaglia di Lepanto!”

— “Dio li abbia in gloria!...” acclamarono da tutte le parti.

— “Orsù dunque,” riprese Paolo Giordano, “diamo compimento alla storia. La Lomellina, soccorsa da Vincenzo Querini, delle sette galee che la combattevano ne prese cinque. Pertau gittatosi dentro un caicco a furia di remi si allontana; e noi vedemmo le spalle di quel feroce vôlte in amarissima fuga. Molti si danno vanto della morte di Caracozza; ma la verità [pg!395] è che Giovambattista Benedetti cipriotto, uomo d’inestimabile valore, superata prima la galea Corcut, accortosi avere dappresso Caracozza, gli si avventò addosso disperatamente. Con ira punto minore Caracozza rovina contro lui, sia che lo strascinasse vaghezza di gloria, sia, come credesi piuttosto, un odio antico: s’incontrarono: — una scarica di arcobugi fatta da ambe le parti gl’involse di fumo, e quando il fumo sparve, ambedue stavano supini, e spenti per molte ferite tutte nel petto. Al Benedetti subentrava Onorato Gaetano, nepote del papa, il quale, secondo che udimmo da persone degne di fede, aiutato da Alessandro Negroni, e da Pattaro Buzzacherino, con non troppa difficoltà condusse a termine cotesta onorata fazione. I Cristiani schiavi sopra le galee turche, accortisi dallo scompiglio che la fortuna abbandonava li aborriti padroni, rompono le catene, e afferrate quelle armi che il furore e il caso ministrano, fanno acerba vendetta dei lunghi patimenti, e assicurano la vittoria. Mentre queste cose succedono nella battaglia e nel corno sinistro dell’armata cristiana, procedeva alquanto avversa la sorte nel corno destro. Giovanni Andrea Doria, il quale doveva scostarsi dalla battaglia soltanto quattro corpi di galea, trasgredì il comando, e si distese pel mare. Dicono che il facesse con buono intendimento, sia per dare campo alla battaglia e al corno sinistro che si allargassero, e si ponessero con agio in ordinanza, sia per sospetto di non rimanere avviluppalo da Uccialì, che gli veniva [pg!396] incontro con molto maggiore numero di galee che non erano le sue; sia finalmente per prendere il vento in poppa onde dare dentro con impeto ai legni nemici. Ma Uccialì, espertissimo capitano di mare, quando conobbe le galee del corno destro così sparpagliate e lontane, non potere di leggieri l’una l’altra soccorrere, senza punto curarsi di essere sotto vento, si strinse addosso alle smembrate con forze di gran lunga superiori, e uccisi i principali capitani, ne prende dodici. Qui apparve la virtù di Benedetto Soranzo, da paragonarsi piuttosto all’antica che preporre alla moderna; imperciocchè, visti morti o feriti intorno a sè tutti i compagni, ed egli stesso essendo in più parti della persona impiagato, non gli bastò l’animo di considerare la sua galea calcata da orme turchesche, nè potè patire che rassettata un giorno i nemici se ne valessero ai danni della patria dolcissima; onde strascinatosi al luogo dove si conserva la munizione della polvere, vi appiccò il fuoco, e sè, la galea, e tutti i nemici che vi stavano sopra con orribile scoppio slanciò rotti e mutilati per l’aria. Uno solo per somma ventura campava; e fu Giacomo Giustiniani, che sospinto senza offesa lontano nel mare, potè per miracolo salvarsi a nuoto. Nè certo vuolsi tacere il fiero scontro della Capitana di Malta, la quale investita da tre galee turchesche combatteva intrepidamente mostrando dura fronte alla fortuna; se non che Uccialì ravvisando lo stendardo di San Giovanni, come colui che si professava capitale [pg!397] nemico della Religione di Malta, non vergognò spingerle contra altre tre galee per averla ad ogni modo. Fra Pietro Giustiniano, generale, considerando soprastare a sè e ai suoi l’ultimo fato, li esortò a morire animosamente, dacchè per vincere non v’era speranza, e del rendersi non parlava nemmeno. Durò la mischia di sei galee contro una, gloriosa pei Cristiani, infame ai Turchi, tre ore; due terzi della gente giaceva uccisa, l’altro terzo grondante sangue; il generale per tre immani piaghe versava la vita; cinquanta cavalieri nobilissimi avevano spirato l’anima; la galea fino al castello occupata; lo stendardo caduto in potere dei nemici; e nonostante faceva prova difendersi. Frate Agnolo Martellini, vostro cavaliere fiorentino, ridotto a men tristo partito degli altri, sosteneva la onorata agonia. Uccialì compreso di rabbia ordinava si mettesse fuoco alla galea, ma il Doria facendo forza di remi sopraggiunse alla vendetta, e la fece; imperciocchè urtando i nemici stanchi dallo aspro combattimento, ne menò orribile strage, ammazzando Caragialì, capitano di Algeri, con moltissimi altri caporali turcheschi. — E belle di fama e di sventura furono le galee toscane, le quali per mala sorte seguitarono il Doria. La Fiorentina, combattuta da sette galeotte, rimase vuota di soldati e di ciurma; sopravvisse ferito gravemente Tommaso dei Medici, la più parte dei cavalieri di Santo Stefano combattendo fino all’ultimo sospiro compiva la vita. La galea di San Giovanni, guidata dal cavaliere Agnolo [pg!398] Biffoli, patì una stretta punto meno dolente, chè il capitano vi fu ferito di due archibugiate nella gola, ed oltre al cavaliere Simone Tornabuoni e Luigi Ciacchi, vi morirono sessanta uomini di valore; e peggio capitava la galea sopra la quale combatteva Ascanio della Cornia, circondata da quattro nemiche, se meno pronto giungeva al soccorso Alfonso di Appiano, capo delle galee fiorentine. Ma ormai da ogni lato sonava il grido della vittoria, e Uccialì vedendo movergli contro tutta l’armata nemica per invilupparlo, e prostrarlo, deliberò partire. Don Giovanni di Cardona si avvisò contrastargli la fuga con le otto galee di Sicilia, ma scompigliato da forze maggiori, riportati non piccoli danni, ebbe a cedere il passo. I provveditori Canale e Quirini si misero a dargli la caccia; sennonchè avendo stanchi i galeotti per le durate fatiche, con infinita amarezza lo contemplarono ridursi a salvamento con quaranta legni, la nostra galea corfiotta, e lo stendardo di San Giovanni. In questa fuga accaddero due casi degni di memoria, i quali furono, che Giovambattista Mastrillo Nolano, e Giulio Caraffa Napoletano, mentre sono con altri compagni condotti prigioni sopra due diversi brigantini, mostrando nel momento stesso la medesima audacia come se si fossero data la intesa, si sollevano contro i Turchi, accoltellano i Rays, e quanti altri fecero sembianza resistere, e di schiavi e vinti diventati liberi e vincitori, tornarono a noi, che a braccia aperte li accogliemmo, co’ brigantini [pg!399] nemici pieni di schiavi e di ricchissima preda.

“Circondato da nere nuvole, il sole declinava al tramonto, gittando lungo per le onde uno sguardo obliquo, per cui avveniva che la parte rischiarata mandasse vivida luce, e l’altro mare fosse ingombro di tenebre: al fiotto dei marosi si accompagnavano gli urli, le imprecazioni, le supplicazioni, e i singulti, e da lontano parevano un pianto solo, — il pianto della natura sopra lo strazio dei suoi figliuoli certo da lei non creati per lacerarsi così. Per la striscia di luce comparivano casi da far piangere gli angioli, e taluni, ma pochi, degni affatto della origine celeste dell’uomo. Vedevi una gente chiusa al terrore salire sopra le galee che abbruciavano, cacciarsi tra le fiamme, senza sospetto che in quel punto ardendo le polveri preda e predatori dirompessero in frammenti minutissimi; altri non sazi ancora di combattere, siccome l’odio implacabile li flagella, si acciuffano pei capelli o per le barbe, e in difetto di arme co’ pugni percuotonsi, co’ denti si lacerano, ed ora la testa dell’uno or la testa dell’altro con infelice vicenda sparisce sotto le onde, finchè queste, sdegnose quasi che durasse tanta ira in creature così fragili e caduche, le avviluppano nello immenso seno, e non compariscono più. — Poc’oltre si contendono un albero, o fusto, o troncone, per appigliarvisi, e rimanervi tanto che giunga il soccorso; ma mentre, più caritativi e meglio assennati, poteva bastare a tutti la tavola della salute, [pg!400] consumando le forze estreme per possederla ognuno esclusivamente per sè, li opprime un fato comune; tale altro stupido di paura, abborrendo annegare, afferra un frammento di galea che arde, e fuggendo l’acqua perisce per dolorose bruciature; — e infiniti palischermi guizzavano di qua e di là pieni di gente ebbra di vittoria, che le teste dei Turchi natanti toglievano a bersaglio, come il cacciatore costuma delle anitre per gli stagni; e a quale si accostava supplicando la vita lasciavano che mettesse le mani sopra la banda del caicco, oppure gli porgevano il remo quasi per aiuto, poi a colpi di accetta tagliavano le mani, o fendevano loro la testa con disoneste ed infami ferite. Pochi di questi burchi (avvegnachè il ben fare sia sempre poco) andavano in traccia dei cari parenti e dei compagni, vivi o morti ch’e’ fossero; pietosa e vana cura, però non vana tanto, che a qualcheduno non venisse fatto trovare quello che andava cercando, e lo amato capo dalle onde estraeva: se speranza di salvarlo in vita balenava, con ogni maniera di ufficio lo proseguiva; morto poi, lo rivestiva, lo armava, nella destra gli poneva stocco o zagaglia, lo faceva orrevole, e come vivo e ascoltante lo lodava. Questa battaglia, dove combatterono assai più di cinquecento vascelli, durò da mezzogiorno fin presso alle ventidue ore: vi morirono dei nemici, chi dice ventimila, chi trentamila, e chi un numero maggiore; su di che mi stringo a dire, che molti certamente furono, [pg!401] ma nessuno li contò.[99] Dei nostri mancarono alla chiamata settemila sei cento cinquantasei; liberammo dodicimila schiavi cristiani; i vascelli presi sommarono a duegento: noi perdemmo la sola galea corfiotta: degli altri legni nemici, se togli quaranta scampati con Uccialì, quale rimase sommerso, quale arso; acquistammo cento diciassette cannoni, duegento cinquantotto pezzi di artiglieria minore, e diciassette petriere; prigioni circa quattromila, tra i quali, per tacere degli altri, comparivano notabilissimi i figliuoli di Alì, di cui il maggiore moriva di angoscia a Napoli, e l’altro trattenuto in prigione cortese dal papa. Immensa la preda. Nella galea di Alì trovarono ventiduemila soldanini di oro, in quella di Caracozza quarantamila; e in tutte le altre copia così di pecunia come di armi, di arnesi e di vesti doviziose, conciossiachè i Turchi estimando mettere in fuga i Cristiani con la vista, e di girsene, piuttosto che a battaglia, a giocondo ritrovo, procedevano ornati, di magnifici abbigliamenti vestiti, circondati di tutte quelle delizie cui erano costumati a godersi nella sicurezza della città; oltrechè seco loro apportavano le spoglie nobilissime di Cipro e delle riviere cristiane, che nel lungo corso avevano lasciato deserte.

“Ma il generale Veniero, come colui che avendo consumato gran parte della sua vita sul mare era sottile speculatore dei venti, persuase a don Giovanni, il quale, deposto ogni altro affetto, lui abbracciava, [pg!402] lui onorava unicamente, lui padre chiamava, e a modo di padre con reverenza filiale proseguiva, a ripararsi, senza mettere tempo di mezzo, in qualche porto vicino, ed indicò Petalà sopra la riviera della Natolia, dacchè il tempo minacciasse fortuna. L’armata assentiva al comando, e adoperandovi forza di vele e di remi, verso le quattro ore di notte gittò l’áncora in Petalà, lungi sei miglia dal luogo del conflitto.[100] Don Giovanni, consigliato dalla egregia sua indole, volle prima di tutto si provvedesse ai feriti, e quanto meglio fu dato con animo prontissimo gli obbedimmo. Ed egli stesso non indulgendo a fatica, così senza prendere cibo si recò a visitare i giacenti. Poco invero poteva egli giovare effettualmente a quei miseri; ma la presenza amica, la maestà dello aspetto, una parola di refrigerio rese a qualcheduno di loro meno acerbo lo spasimo delle piaghe, più tolleranda la morte. Ora accadde, che passando presso a un giacente sopra un mucchio di paglia, don Giovanni sentisse con molta familiarità salutarsi:

“— Buona sera, don Giovanni!

“E questi, a cui non giungeva nuova la voce, ma su quel subito non ricordava di quale si fosse, rispose nel paterno sermone come appunto favellava il giacente: