— “Di grazia, Eccellenza, se la modestia trattiene lei, non defraudi me delle mie lodi; perchè ancora io combattei; e avendomi la fortuna piuttosto che la mia prodezza fatto abilità di salvare la vita ad uno strenuissimo guerriero, non posso renunziare ai vantaggi che mi vengono da questa azione, comunque condotta dal caso....”

— “Tu mi hai vinto, ed io non potrei tacere onestamente quando il silenzio dovesse essermi ascritto a ingratitudine. Orsù, favorite le orecchie; io favellerò breve e disadorno, com’è concesso a un soldato. E voi, Isabella, ritenete quanto sarò per dire, e fatene nobile argomento dei vostri canti.... avvegnachè al guerriero oggimai per guiderdone null’altro rimanga, tranne il riso della bellezza, e la luce del canto....”

— “Non basta?” — domandò Isabella.

— “È troppo. — La Cristianità si era commossa profondamente: baroni di alto lignaggio, uomini plebei, da tutte parti accorrevano a combattere i nemici di Cristo, molti per ottenere la remissione dei peccati, e le indulgenze bene in questa occasione largite dal pontefice Pio V; ma come erano le voglie dei combattenti prontissime, immensa la cupidità di stringersi [pg!373] a mortale battaglia, così non accordavano le segrete intenzione dei principi collegati. Desideravano la giornata i Veneziani, la desiderava caldissimamente il Pontefice; ma Filippo II repugnava avventurarsi in impresa dove ne andavano tutte le forze del regno, e dove la vittoria forse avanzava meglio le cose degli altri collegati che le sue; nè in quel suo profondo e maligno consiglio amava che gl’italiani uomini acquistassero una bella fama, temendo che non venissero a sentire il bisogno, come vuole la nostra natura, di acquistarne una molto maggiore. Il gran Commendatore di Castiglia era stato imposto a don Giovanni di Austria come un freno da rodere, e non rifiniva mai da susurrargli negli orecchi, temperasse quei suoi spiriti bollenti; suprema gloria, suprema religione essere il vantaggio del re suo fratello: sicchè l’anima grande di cotesto magnanimo pendeva contristata da incertezza affannosa. Ma ogni giorno accorreva nuova gente per combattere, non cercando altro premio nè altra gloria, tranne quella di spargere il proprio sangue per la fede. Don Giovanni mandava dal cuore profondi sospiri, stava torbido; con gli occhi fissi al pavimento ora divampava vermiglio, ora pallidissimo allibiva. Ad aggiungere sproni a cotesta anima, di per sè focosa, si univano i conforti di Gabrio Serbelloni, generale delle artiglierie, di Ascanio della Cornia, maestro generale di campo, e di Sforza conte di Santafiore, generale degl’Italiani pel re Filippo, e sopra tutto una cura[97] [pg!374] misteriosa e profonda che gli prorompeva dal cuore, e che pure sapeva quel forte regalmente comprimere: — e nonostante, pareva che la battaglia non sarebbe accaduta, chè la fortuna legata ai peggiori con ogni sua possa attraversava la impresa; e già una fama molesta si spargeva, che per essere la stagione tarda, fortunevoli i venti, avrebbero in cotesto anno tentato senza più impadronirsi di Castelnuovo, o della Velona, o di Durazzo, o di Santa Maura. Arrogi che don Giovanni stesso, concitato di grandissimo sdegno contro i Veneziani, per poco stette a perdere la occasione per la quale il suo nome perverrà immortale ai più tardi nepoti. Le galee veneziane scarseggiando di soldati, parve bene a don Giovanni di fornirle con le sue genti italiane e spagnuole; rimedio peggiore del male, conciossiachè non passasse giorno che non ne nascessero tumulti, e risse, e zuffe sanguinose. Il capitano Muzio da Cortona, posto sopra la galea di Andrea Calergi nobile cretense, venuto a contesa con alcuni Veneziani, messa mano alla spada, ne ferì parecchi; onde vi si fece tumulto, fu chiamato all’arme, e volgendoglisi quanta accorse quivi gente veneziana allo incontro, malamente il conciavano; ma il Veniero generale veneziano, come se ciò non bastasse, lo fece prendere, e così grondante sangue senza misericordia impiccare. Don Giovanni, estimando offesa la sua autorità, era deliberato a tôrre una solenne vendetta contro i Veneziani, rigettando gli argomenti co’ quali Marcantonio Colonna e il provveditore [pg!375] Barbarigo s’ingegnavano raumiliarlo. — Ma Dio, che vegliava alla salute nostra, operò sì che pervenisse col mezzo di certa nave di Candia la nuova infelice della perdita di Famagosta; ed aggiungeva la fama, come Marcantonio Bragadino e Astorre Baglioni, difesala valorosamente dieci mesi, costretti per diffalta di munizioni e dalla impazienza dei cittadini, l’avessero resa a patti onorati: ma il barbaro vincitore rompendo la fede, ordinò prima, che al Bragadino si mozzassero le orecchie, e poi fattolo trarre a vituperio sopra la piazza, dopo inenarrabili strazii volle che lo scorticassero vivo; nè di ciò ancora contento, riempita la pelle di fieno, la sospese all’antenna di una galeotta, mostrando per la Soria e per le altre contrade del Turco lo infame trofeo. — Allora don Giovanni, chiusi gli occhi, e diventato pallido in volto come per morte, parve uomo che avesse ricevuto una percossa fortissima sopra il capo; e così stette alcun tempo: poi componendosi a regale atteggiamento, si volse al Veniero pacato, e la mano gli stendendo disse: — Pace! noi non abbiamo nemici altri che i Turchi. — Quel sembiante, quelle parole, e il modo col quale furono profferite, fecero raccapricciare gli amici che gli stavano attorno: pensate quale effetto avrebbero sortito sopra i nemici! Marcantonio Colonna, che gli era accanto, mi affermò che nella luce sinistra degli occhi di cotesto magnanimo principe a lui parve leggere la morte di ventimila infedeli. Il Veniero strinse la invitta destra, e [pg!376] la baciò, e non potè ristarsi da esclamare fra i singulti: — Disgraziato Bragadin! Povero sangue! — Spagnuoli, Tedeschi, e Italiani, deposta ogni ira, si gettarono lacrimando le braccia al collo, si baciarono in bocca, e si dissero: — Pace! — Quindi con súbita vicenda cacciandosi le mani fra i capelli, percuotendo dei piedi la terra, con orribilissimo grido urlarono: — Arme, arme! — Ed arme sia! — rispose don Giovanni recandosi in mano la spada nuda, che agitata traverso ai raggi del sole parve mandare, e mandò certo vivissimi lampi di luce divina; ed ordinò che sopra la sua galera spiegassero il gonfalone della Lega mandato dal Pontefice, ov’era dipinto il Crocifisso con l’arme dei collegati sotto, nel mezzo quella del Papa, a mano destra quella del Re, e a sinistra quella dei Veneziani. Il vento, e non fu lieve auspicio di vittoria, distese per l’aria il glorioso vessillo, per modo che pareva mani invisibili lo tenessero tirato pei quattro lati; e don Giovanni fissandovi gli occhi con pietosissimo affetto, esclamò: — In hoc signo vinces!In hoc signo vinces! — esclamarono i prossimi; e queste sacre parole, con prestezza prodigiosa propalate, vennero in un momento dai più remoti legni ripetute. Il gran Commendatore di Castiglia, che aveva dal Re mandato segreto di attraversare la impresa, sia che considerasse quanto era grande pericolo mostrarsi avverso, sia piuttosto che dallo impeto universale si sentisse stravolto, mutati atti e sembiante, procedeva più animoso [pg!377] degli altri, e sovente mormorava: — Da Madrid si può comandare di starsi fermi, ma davanti il nemico non si può obbedire! —

“Un altro successo nel quale vedemmo manifestarsi palese la mano di Dio fu questo, che essendo i nemici lontani, e potendo schivare di venire a giornata, e qualcheduno dei caporali loro avendolo con moltissimi ragionari persuaso, allo improvviso giunsero le spie, le quali avvisarono essere rimasto indietro il nerbo dell’armata cristiana. Notizia che in parte era vera, ma accresciuta di mille doppi dalla fama, avvegnadio si movessero tardi e non arrivassero in tempo le ventisei navi capitanate da don Cesare Davalo d’Arragona, in quei tempi dolentissimo per la morte del marchese di Pescara suo fratello, morto il luglio avanti: il quale insieme con don Giovanni era stato proposto a capo di tutta la impresa. Sopra queste navi andarono le fanterie tedesche condotte dai conti Alberigo da Londrone, e Vinciguerra d’Arco, per modo che essendosi vinta la impresa massimamente per lo sforzo degli Italiani, a cagione loro non c’incolse diminuzione di gloria. — Nel medesimo errore condussero noi le nostre spie referendoci con false notizie mancare nell’armata turchesca Aluccialì con ottanta galee. Così da una parte e dall’altra maraviglioso era il desiderio di combattere, parendo ad ognuno doverne avere la meglio. Alì Pascià del mare, considerando spirargli prosperevole il vento, senza frapporre altro indugio [pg!378] mosse tutta l’armata con fretta molta, ed ordine poco, dal golfo di Lepanto. Il cavaliere Gildandrada, mandato innanzi a specolare, tornava il sei di ottobre, che fu sabato, nel cupo delle tenebre, a farci avvertiti dello approssimarsi dei nemici: navigammo tutta la notte; e la mattina all’alba sette ottobre, giorno della festa di Santa Giustina vergine, attingemmo le Curzolari, anticamente chiamate Echinadi, distanti circa trentacinque miglia da Lepanto. In questa, ecco tornare Giovanni Andrea Doria, avvisando si disponessero a combattere, conciossiachè l’armata turchesca secondata dal vento stava per giungere loro addosso. Allora don Giovanni con mirabile serenità comandò che l’armata si mettesse in ordinanza, la quale fu questa: le galee si divisero in centro, in corni, in vanguardia e in dietro-guardia, in maniera che parevano disegnare la forma di un’aquila. — Giovanni Andrea Doria capitanava il corno destro con cinquantatrè galee, ed ebbe insegna verde attaccata alla punta dell’antenna. Agostino Barbarigo condusse il corno sinistro con altrettante galee, spiegando bandiere gialle dal calcese. Fu preposto alla retroguardia don Alvaro di Baxan, marchese di Santacroce, con trenta galee e bandiera bianca sopra la poppa, disposto a soccorrere dove meglio ne apparisse il bisogno. Guidò la vanguardia con otto galee don Giovanni di Cardona, portante anch’egli insegna bianca. La battaglia poi, di sessantuna galea, governava don Giovanni con bandiera azzurra in cima all’albero; e [pg!379] siccome presagivano che lo sforzo disperato si sarebbe vôlto da questa parte, così posero a difesa della galea reale, a mano destra, la Capitana del papa con Marcantonio Colonna generale, Romagasso, ed altri cavalieri; a sinistra, la Capitana veneziana con Sebastiano Veniero generale, appresso la quale era la Capitana di Genova con Alessandro Farnese principe di Parma, e dall’altra parte la Capitana di Savoia con Francesco Maria della Rovere duca di Urbino: i lati di questa battaglia venivano chiusi a destra dalla Capitana di Malta, a sinistra dalla Capitana Lomellina, dove combatteva io stesso; — avanti alla poppa della Reale stavano la Capitana e la Padrona di Spagna col gran Commendatore. Ottimo accorgimento poi fu, come dimostrò lo effetto, di porre le sei galeazze veneziane, munite ognuna di quattrocento archibusieri elettissimi, di sessanta cannoni di bronzo, di tormenti e di fuochi artificiali da offendere, davanti forse un mezzo miglio i corni e la battaglia; le due governate da Andrea Pesaro e Pietro Pisani di fronte al corno destro; le due di Antonio e Agostino Bragadino, innanzi al sinistro; a capo della battaglia le altre di Giacomo Guoro e Francesco Duodo. — Ahimè! perchè non mi arride un genio amico, e perchè non mi ascolta tutta la Cristianità, per celebrare col canto, che eterna anche i mortali, quei magnanimi che accorsero volontarii a prendere parte nella memoranda giornata? Io pregherei la Madre di Dio, che non [pg!380] circonda la fronte di allori caduchi in Elicona, a richiamarmi alla memoria i nomi tutti degl’incliti che vinsero vivendo, e de’ martiri che vinsero morendo; e principalmente di questi, dacchè sebbene io creda che si delizino adesso nelle sedi beate, pure il suono della laude torna più degl’incensi gradito anche ai celesti. Ma non isfrondiamo l’alloro; che forse nascerà chi con voce migliore valga a dispensare il meritato guiderdone a cotesti generosi: così almeno giova sperare! Dalla parte opposta, condotta dal vento greco-levante, che le spirava secondo, si avanza l’armata nemica, occupando largo spazio di mare, frettolosa e scomposta, come quella cui tardava sterminarci, e temeva le sfuggisse davanti una vittoria certissima. Descriveva la forma di mezza luna: trecento e più erano le vele. Alì Pascià generale di mare, e Pertau generale di terra, guidavano la battaglia; Siroc governatore di Alessandria, e Memetbeg governatore di Negroponte, il corno destro; il sinistro Aluccialì vicerè di Algeri. La Reale turchesca non appariva meno gagliardamente difesa della nostra, avendo ai lati sei galee principali, tre di qua e tre di là, su le quali a mano destra erano Pertau, Mamud Rais capitano dei Giannizzeri, Saderbei governatore di Metelino, e a sinistra Mustafà tesoriere, Caracoza governatore della Velona, e Caragialì capitano dei corsari. Don Giovanni, poichè ebbe veduta in ordine l’armata, sceso dentro un agile legnetto, trasvolava di galea in galea, confortando a combattere [pg!381] valorosamente con brevissime e fortissime parole, chè il tempo, il luogo, e la indole dell’uomo non consentivano lunghe dicerie. Corre fama che giunto sotto la Capitana di Venezia, nel vedere Sebastiano Veniero, vecchio di settantasei anni, tutto cinto di elette e splendide armi, col capo scoperto per canizie venerabile, acceso in volto di stupendo ardore, confortare i suoi ad operare virtuosamente, ammirando la bontà dell’uomo, gli gridasse: — Padre! padre! benediteci tutti!... — E il Veniero guardando il cielo, quasi impetrando dall’alto la facoltà di benedire, stese il braccio, e fece il segno della salute esclamando; — siate benedetti in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. — Dalle galee usciva un fremito, annunzio di prossima strage....“

— “Io mi ricordo” interruppe Titta “che giunto sotto la nostra Lomellina, ci fece un baciamano, e gridò: — A voi non dico nulla, uomini prodi, — e sparì via....”

— “I cappuccini e i gesuiti col crocifisso in mano, e con parole ardenti sopra i labbri, senza paura del pericolo imminente, di su, di giù, trascorrevano suscitando le ire, aizzando il furore, a tutti concedendo remissione di peccati, e indulgenze amplissime, e speranza certa di vincere, e preda infinita....” Quando don Giovanni si ridusse al bordo della sua galea, gli occorse agli occhi una fregatina piena di vigorosi rematori in atto di aspettare: ne domandava al governatore della sua galea, il quale rispose: — [pg!382] averla apparecchiata ad ogni evento, perchè il principe potesse mettersi in salvo: — e don Giovanni fieramente: — Affondatela; fo voto a Dio di volere piuttosto morire combattendo per Cristo, che campare con vergogna. — Al Commendatore, che per debito di ufficio lo ammoniva ad avvertire meglio sopra il fatto del combattere: — Orsù, disse, il tempo della consulta è passato; ora attendete ad operare il consultato. — Ecco balena la Reale turchesca; si spande il rimbombo dell’artiglieria: il segnale è dato, la Reale nostra risponde; la battaglia è ingaggiata. Disegno dei nemici fu spingendosi innanzi a forma di mezza luna col vento in poppa insinuarsi nei nostri lati, passare alle spalle, e invilupparci dentro un cerchio di morte. Le sei galeazze poco curarono, e quei prestanti Veneziani imperterriti e fermi non fecero atto finchè non li ebbero a mezzo tiro di archibugio; allora, di subito, e in un medesimo punto, spararono trecento sessanta cannonate, e duemila quattrocento archibugiate! L’orribile fragore sbigottì quei medesimi che lo avevano suscitato: il mare si commosse come per burrasca, e le galee sospinte da urto violentissimo presero a vacillare incapaci di governo; ma presto i nostri si riconfortarono notando i danni del nemico, e caricati con maravigliosa velocità gli arcobugi, continuarono a trarre disperatamente. E io vo’ che sappiate come in questa bisogna giovassero i nuovi arcobugi a ruota, ch’essendo piccoli, e a maneggiarsi accomodati, non era chi non [pg!383] isparasse almeno tre volte prima che i nemici avessero sparato una sola con quei loro gravissimi: e tale fu il primo momento della splendida vittoria. La virtù vinse il furore; e i Turchi, mai più avvezzi a simili incontri, ebbero ad allargarsi laceri e sanguinosi, a mutare ordine di battaglia e a dividersi in tre schiere come la nostra armata.

“Quantunque grande apparisse la prestanza dei nostri, la quale pure è dono prezioso dell’alto, volle nonostante il Signore con segno più visibile della grazia sua palesarci come per noi combattesse, dacchè in quel punto accadde notabile mutazione di vento; cessò il greco-levante favorevole ai Turchi, e mosse un ponente-maestro propizio ai Cristiani, portando il fumo contro di loro, e privandoli del vedere. Scirocco intanto, non ismarritosi nell’animo, ordinava alle sue galee schifassero le galeazze, e rasentando il lido colà dove il fiume Acheloo sbocca in mare, si cacciassero fra la terra e le galee del Barbarigo, e facessero prova di assalirlo alle spalle. Barbarigo però, punto meno astuto capitano, le estreme galee fa che si approssimino alla terra, e descrivano con le altre una linea diagonale, componendo uno angolo acuto di cui un lato veniva formato dalla terra, l’altro dalle sue galee; e tolto in mezzo Scirocco, usando del vento propizio lo spinge contro la isola. Aspramente si combatte per ambe le parti; ma le galee turchesche perdendo sempre più mare, investono nel lido; i Cristiani le seguono, le [pg!384] raggiungono, sopra quanti Turchi mettono le mani addosso tanti tagliano a pezzi; le galee parte vengono in nostro potere, parte con le artiglierie affondano, parte finalmente abbruciano. Ma non senza sangue da questo lato acquistammo vittoria; dacchè, per tacere delle altre morti, mentre più infuria la mischia tra Scirocco e Barbarigo, quasi nello istante medesimo cadono quegli morto, questi ferito mortalmente di una freccia in un occhio, mentre allontanando lo scudo dalla faccia si affatica a concitare i combattenti agli estremi conati. Barbarigo, sentendosi percosso a morte, mentre vacillando indietreggia, deputa in luogo suo Marco Quirini, che secondato da Antonio Canale e dal Cicogna, i quali tutti fecero in quel giorno testimonianza amplissima di onorata virtù, seguita il corso della vittoria, distruggendo le reliquie di cotesta squadra governata da Memetbeg Pascià di Negroponte, e da Alì rinnegato corsale. E in questa fazione furono visti il Cicogna, che guasto per la faccia e per le mani da una pignatta di fuoco artificiato, sopportando inenarrabili spasimi, non volle mai ritirarsi se prima non ebbe vinta la galea nemica, la quale adesso come trofeo nobilissimo è conservata nello arsenale di Venezia; e il provveditore Antonio Canale, che vestito di una veste lunga e bianca imbottita di cotone, con cappello simile in testa, e in piedi scarpe di corda per non isdrucciolare, menando uno spadone a due mani, empiva di terrore e di strage le galee nemiche [pg!385] sopra le quali balzava con agilità e destrezza maravigliosa. Giovanni Contarini dei conti di Zaffo però ebbe la gloria di prendere la galea di Scirocco, e trovatovi sopra morto questo nemico del nome cristiano, gli fece troncare la testa, e conficcatala sopra una picca gridò tre volte: — Ecco la testa di Scirocco! — per confortare i suoi, ed atterrire i nemici. Presso al timone giaceva il moribondo Barbarigo, e ad ora ad ora domandava ai circostanti: — Abbiamo anche vinto? — Quando strappata dalla poppa nemica la insegna, il Quirino accorse alla volta del Barbarigo gridando: — Vittoria! — il morente si terse il sangue dagli occhi gravi ormai del sonno della morte, vide la odiata insegna, e rise, poi pregò che gliela porgessero, e recatasela in mano, vi si ravviluppò dentro come nel suo lenzuolo sepolcrale; e non osando noi separarlo dal trofeo sul quale esalava l’anima gloriosa, con la bandiera medesima lo sotterrammo a grande onoranza in terra benedetta....[98]

“Ma lo sforzo disperato accadeva intorno alla battaglia. — Alì Pascià si era spinto innanzi animosamente, e come i Turchi costumano, con immenso fragore di tamburi, di trombe, di ceramelle, e di altri istrumenti guerreschi; nè presumevano atterrirci meno con urli di minaccia, e scede, e strepito di arme percosse tra loro. Don Giovanni, armato di piastra e maglia, stringendo nella destra un’azza pesante, si loca sublime con la persona scoperta sopra [pg!386] il castello da poppa, ed ordina a Lopez di Figheroa capo degli archibusieri, che per cosa dicano i nemici o facciano, nessuno ardisca porre mano a ferire se prima egli non ne desse il segnale alzando l’azza. I Turchi sempre e più sempre si accostano, e sparano archibugi, e scoccano freccie sopra i nostri con danno non piccolo; e molto ancora ci portavano angustia due colubrine da prora, le quali ci avrebbero deserti se più pronti fossero stati a caricarle, e a spararle. Ci pareva duro dovere stare fermi a tanto strazio, molto più che di tratto in tratto vedevamo caderci al fianco qualche amico o congiunto, e lacero rimuoverlo dal ponte, e calarlo di sotto. Avremmo quasi tacciato di viltà don Giovanni; ove noi non sapessimo chente uomo ei si fosse, e volgendogli lo sguardo addosso, ci pareva una statua di bronzo in mezzo alle freccie e alle palle che gli fischiavano attorno, di cui egli faceva caso quanto del vento che gli agitava le chiome. Quando la Reale turchesca ci venne sotto a meno che a mezzo tiro di archibugio, don Giovanni leva l’azza, e l’agita impetuoso a mulinello: i nostri colpi parvero un colpo solo; il fumo sospinto verso i nemici ci tolse la vista del danno che avevano ricevuto; allorchè si dileguava, il ponte avverso ci apparve quasi abbandonato. Prima però che il fumo passasse via, don Giovanni ordina dare di forza nei remi, e la galea sospinta ancora dal vento scorreva come un uccello. Un altro accorgimento aveva preparato don Giovanni, [pg!387] e fu questo, di far troncare allo improvviso i rostri o speroni alla sua galea, perchè accostandosi meglio alla nemica, gli fosse fatta maggiore comodità di potervi saltare sopra: cotesto esempio da noi tutti immediatamente imitato fu un altro motivo di vittoria.

“Il fumo passa, e la galea di Alì apparve quasi deserta sul ponte. Don Giovanni, còlto il destro, gridava: — Avanti, cavalieri, andiamo alla vittoria.... noi non possiamo se non vincere, perocchè morendo ci aspetti una palma in paradiso; vivendo, un lauro sopra la terra. — E posto fine al parlare, come colui al quale tardava fare, corre con maraviglioso ardore alla prora, lo seguitano gli altri volenterosi, ed ecco, in meno che non balena, si arrampicano, saliscono, e stanno nella Reale turchesca. Alì, provvido capitano intanto dalle galee circostanti aveva domandato soccorso, che movendosi tostano per via di scale e di corde saliva da poppa, mentre i nostri penetravano da prua: per la qual cosa la battaglia rinfrescata s’inacerbiva, e ridottasi tutta intorno all’albero maestro, nè i Turchi valevano a cacciare i Cristiani, nè i Cristiani a conquistare intera la galea mezzo occupata. Tanto era grande la calca, così stipate le schiere, che nessuna arme giovava, tranne i pugnali; e i combattenti, come li trasportava il furore, vi adoperavano i morsi non altrimenti che se belve si fossero: e tu vedevi quella foresta di capi ora piegare da questo, ora dall’altro lato, come campo di biade mature [pg!388] agitato da venti contrarii. Non domandavano quartiere, nè lo desideravano: guerra di esterminio fu quella. Ma ecco, quale che ne fosse la cagione, i Cristiani prendono a balenare, lasciano piede, indietreggiano, e gli avversarii dove i nostri levano l’orma pongono incalzando la loro, e crescono in ardimento quanto i Cristiani degradano in vilezza: già molti degli attergati sospinti dal moto irresistibile cadono riversi nel mare, altri più fortunati saltano sopra la Reale di Spagna.... Che più? Che più? Don Giovanni stesso è travolto dai suoi nei passi dolorosi della fuga. Non meno provvidi, i nostri avevano già munita la Reale di nuove milizie, che arrivando alla riscossa non solo impedirono ai Turchi invadere la nostra galea, non solo li trattennero sopra l’orlo estremo della prua, ma duramente gli rincalzarono indietro, e ai nostri fu dato salire di nuovo sopra la Reale dei Turchi. Sul ponte della galea s’ingaggia nuova zuffa, e ormai da più di un’ora versavasi sangue, nè si sapeva da qual parte si sarebbe inclinata la vittoria; sangue era la coperta, giù dalle pavesate lungo i fianchi della galea colava sangue, e il mare sollevando la spuma orrendamente vermiglia pareva che ribollisse di sangue. Ahi! truce vino, che dispensa nei suoi conviti la guerra. — Quattro volte fummo respinti, quattro volte penetrammo nella Reale dei Turchi: laceri da ambe le parti, da ambe le parti per morti illustri dolentissimi: e dei superstiti quale ferito, quale spossato sì, che la mano non reggeva [pg!389] più l’arme. In una di queste zuffe avvenne che rimanesse morto lo strenuo cavaliere Bernardino Cardine senza ferita: una palla di smeriglio gli percosse la rotella, la quale per essere coperta di finissimo acciaio non venne rotta, ma tanto violentemente gliela fece battere nel petto, che il Cardine ne cadde senza vita sul ponte. E l’ultima volta che don Giovanni fu respinto, successe un altro caso notabile, che indietreggiando egli senza mai voltare la faccia al nemico, sia che il piede sopra lo intavolato lubrico gli sdrucciolasse, o quale altra ne fosse la cagione, cade, ed accenna precipitare supino nell’acqua; se non che un soldato spagnuolo, che non gli si era mai dipartito dal fianco, lo abbrancò forte con la destra per la cintura mentre con la manca si atteneva al sarchiame: allo improvviso il soldato prorompe in un grido; il braccio manco gli ciondola giù cionco; egli e don Giovanni senza rimedio precipitavano, quando allo Spagnuolo venne fatto afferrare co’ denti un cavo, e quivi si tenne finchè, accorso prontissimo lo aiuto, furono salvi ambedue. Don Giovanni illeso da qualunque percossa si apparecchia agli estremi conati. — Prodi uomini, grida, anche uno sforzo, e abbiamo vinto. — Mentre però attende a riordinare i suoi Spagnuoli, che in quel giorno mostrarono davvero virtù romana, avvennero due successi pei quali ci fu data vinta la impresa. La galea comandata dal signore Alfonso d’Appiano sfolgoreggiava con le artiglierie la Reale turchesca, ed essendo bassa di prora, portava [pg!390] tutti i suoi colpi nel corpo della galea nemica, fracassando quanto incontrava; e a questa bassezza andammo pure debitori di un altro principalissimo motivo di vittoria. Una palla sbalza un fusto immane, o troncone, e lo sbalestra con tanta violenza contro Alì, che rotto in più parti della persona, dà con le spalle dentro l’albero maestro, e schizzatolo del suo sangue cade giù moribondo. — O che fa egli Marcantonio Colonna? Il valore dell’uomo, la memoria delle imprese passate, la caldezza con la quale questa impresa aveva promossa, ad un tratto e al maggiore uopo vennero meno? Come sta egli irresoluto? Com’egli, generale del Pontefice, vede impassibilmente discorrere tanto sangue cristiano? Egli si talenta spaziare pei mari come se andasse a diporto in barca a godersi il ventolino della sera; anzi pure sparisce dal ponte, e non sanno più ove siasi cacciato. — Questo uomo singolarissimo aveva avuto la costanza di starsi in mezzo agli scoppi delle artiglierie, agli sbalzi dei fusti, al precipitare degli alberi e delle corde, fra i varii e orribili aspetti della morte, fra tante cause di pietà e di furore, senza commoversi punto, aspettando tempo opportuno a esterminare il nemico: quando conobbe la fortuna parargli davanti la occasione, andò sotto il ponte, e volgendosi con gran voce ai condannati al remo, così favellò: — Gente! Dio vi aveva riscattato, e voi vi siete resi indegni del riscatto; l’acqua del battesimo fu sparsa sopra il vostro capo invano: voi lo avete così contaminato [pg!391] di pensieri iniqui, che ormai non dà più luogo a una benedizione. Voi siete disperati della salute eterna. In questo mondo quando profferiscono il vostro nome, le vostre madri, le vostre mogli, o le vostre figlie declinano vergognando la faccia; i cittadini vi tengono come bestie feroci. Il cielo vi rifiuta, e la terra vi aborre. Ebbene, io vi riconcilierò con Dio e con gli uomini: io posso far sì che dai vostri parenti sia ricordato il nome vostro con orgoglio: io posso operare in maniera che la mano del più cortese cavaliere della cristianità si stenda verso la vostra senza tenerla per disonorata.... — E quei miseri ad una voce dicevano: — Deh! signor nostro, misericordia di noi! Dateci almeno comodità di morire combattendo. — Ebbene, rispose Marcantonio, io vi dono la libertà: non vi movete dagli scanni; io torno sopra il ponte: quando udirete uno squillo di tromba, riunitevi; e al secondo, con quanta maggiore forza vi concedeva la natura, adoperandovi gli ultimi sforzi puntate i piedi, e agitate i remi. Quando sentirete avere noi investito la galea nemica, saltate fuori, e combattete come l’anima v’ispira. — Tornò sul ponte, e afferrato il timone indirizzò la prua contro la poppa di Alì. Il primo squillo di tromba si fece sentire, poco dopo il secondo. La galea dava un balzo come foca ferita: l’acqua flagellata ribolle, e mugghia fremente e spumosa fuggendo via. La galea, percorso un breve tratto di mare, con urto irresistibile investe il luogo designato. La Reale turchesca per poco non capovolta: [pg!392] con l’orlo della pavesata si tuffa in mare da un fianco, dall’altro mostra scoperta la carena; la più parte dei difensori rimane con impeto irresistibile balestrata lontana nell’acqua, e così pure avveniva dell’ammiraglio, se non si appigliava all’albero maestro con ambe le braccia. Quando tornò diritta, il Colonna prevalendosi dello sbigottimento dei nemici, saltò sopra la galea accompagnato dai suoi, e se ne rese padrone. Riarse la ira dei comandanti turcheschi; le galee messe in custodia dalla Reale, e sette nuove se ne mossero ad un tratto per condurre don Giovanni a pessimo partito. Il Veniero solo si fece contro a tutte, sostenendone lo impeto con prodigioso valore; ma quel fiero vecchio sopraffatto dal numero vedeva scemare di momento in momento il numero dei suoi; una freccia gli aveva trapassato un piede, e un poco per l’acerbità del dolore, un poco per la perdita del sangue sentiva non potere più reggere: urgeva il bisogno del soccorso, e non sapeva piegarsi a domandarlo. Giovanni Loredano e Catarino Malipiero videro il pericolo dell’inclito vecchio, e accorsero a sovvenirlo; questi prodi giovani potevano starsi dietro le pavesate che ci tornarono validissimo riparo della giornata, ma non glielo consentiva la egregia natura; dalla cintola in su si mostrano scoperti, e mentre combattono da veraci campioni di Cristo, percossi di arcobugio cadono entrambi morti nelle corsíe. Il marchese di Santa Croce, che già si era mosso, giunse se non a tempo [pg!393] per salvare la vita al Malipiero e al Loredano, opportuno almeno a vendicarne la morte; i Turchi furono tagliati a pezzi, e le galee caddero in nostro potere. Corse fama nei tempi, che il Veniero s’impadronisse della Capitana di Pertau Pascià, ma la fama non raccontava il vero, e fu la Lomellina, che vinse Pertau...“