Troilo, comecchè gli paresse non avere motivo a sospettare, tuttavolta o per cagione della insolita fatica, o del calore del sole, o del bere soverchio, si sentiva acceso il sangue, e svoltolandosi per il letto non poteva chiudere occhio. Ond’è che avendo inteso subito il rumore scese il letto, ed aperse. [pg!414]
— “Cosa è che vuoi, Titta, con quel tuo viso da cataletto?”
— “Vostra Signoria, se alla prima non si appone, alla seconda non falla. Il signor duca m’invia a significarle, che non trova modo di prendere sonno....”
— “Giusto come a me....!”
— “Tanto meglio; — onde vi prega volere andare a tenergli un po’ di compagnia, e a fare insieme due chiacchiere.... Così vi terrete sollevati tutti e due....”
— “Erat in votis! Attendi; in un amen mi vesto, e vengo teco.”
E abbigliatosi con quelle vesti che prima gli capitarono sotto le mani, presto fu in punto. Titta con un torchio acceso in mano lo precedeva, ma arrivato alla porta di Paolo Giordano, trattosi da parte, e inchinata la persona, favella ossequiosamente:
— “Passi, Eccellenza!”
Entrato Troilo, Titta chiuse, dando volta alla chiave, ponendosela in tasca; e intromesso che fu colui nella seconda stanza, anche di cotesta chiuse con molta accortezza la porta, rimanendo di fuori.
Troilo, posto piede nella stanza, vede Paolo Giordano seduto accanto al letto davanti una tavola, e, o fosse la fantasia, o la virtù del lume, da una ora a questa parte gli sembra di dieci anni invecchiato. Giordano senza levare gli occhi gli dice: