— “Lionardo Salviati!” ella esclamò: e stata alquanto sopra di sè, soggiunse: “per certo, Dio me lo manda.”

E Lionardo venne introdotto con le debite cerimonie.

Non vi è che dire: — l’arte vorrebbe ch’io facessi [pg!58] parlare subito questi due personaggi, e m’ingegnassi inventare un dialogo vivo, gagliardo, e vibrato bene, onde non venisse meno il calore della narrativa; tutto quello che nei racconti o nei drammi impedisce che l’azione proceda spacciatamente al suo fine, vuolsi riprendere come errore: le diverse parti hanno da cospirare allo scioglimento a modo di altrettante linee rette, le quali, come sappiamo, compongono il passaggio più breve da un punto all’altro. E a coloro che avessero potuto dimenticarlo lo ricordava quel dabbene Guizot allora quando ambasciatore a Londra non volle che sopra le sue argenterie s’incidesse altra arme tranne una linea retta col motto «linea recta brevissima;» onde ebbe nome di Catone francese, e a Parigi ne fecero le luminarie e i falò: — non vi pare egli che si acquisti a buon mercato in Francia il titolo di Catone? — Io per me non posso ripetere altro che questo, che chi tale si avvisa ha ragione, ma che io non posso astenermi dal commettere il peccato. Quante volte non succede anche a voi, gentili mie leggitrici, di vedere il bene, ed appigliarvi al peggio! E poi io comincio a invecchiare, ed i vecchi nestoreggiano: di più, allorquando consentiva il mio ingegno a esporre queste ed altre vicende per via di racconto drammatico, io disegnai, dietro la scorta di simile accorgimento, fare conoscere quante maggiori cose per me si potesse relative alle persone e ai tempi sopra le quali e sopra i quali verserebbe il mio racconto. Infatti, io non dico a tutte, ma [pg!59] alla più parte di voi, amabili mie leggitrici, chi darebbe simili notizie ov’io non fossi? Ora che siamo qui in famiglia, confessate se voi avreste mai tempo e pazienza di attingerle dai tomi in-foglio o in-quarto, donde io l’estrassi! volumi pesanti e tarlati, che contaminerebbero la lindura dei vostri candidissimi guanti con una traccia di polvere punto meno orrenda a vedersi del sangue sparso sopra il fianco di Adone. Lasciatemi dunque favellare a mio talento; siate un poco amiche a me, che mi professo tutto vostro, e che quanto più posso, con le ginocchia della mente inchine, vi onoro. Forse potrebbe darsi che io non v’infastidissi: dove però andassi errato, il rimedio sta in facoltà vostra: voi potete fare in quel modo, che in caso simile consigliava messere Lodovico Ariosto:

Passi chi vuol tre carte o quattro, senza

Leggerne verso....

che non per questo rimarrà mozza la storia, o procederà meno chiara.

Chi era pertanto, e donde veniva questo magnifico messer Lionardo Salviati?

Messer Lionardo nacque da Giovanbatista di Lionardo Salviati e da Ginevra di Carlo di Antonio Corbinelli. La sua famiglia spesso fu nemica dei Medici. Il cardinale Salviati congiurò co’ Pazzi per distruggerli fino dalle radici, andò fallito il disegno, [pg!60] e così com’era in roccetto, lo appiccarono alle finestre del Palazzo della Signoria. Questo accidente non guastò punto la buona amicizia, e molto meno la buona parentela delle famiglie; ed un Salviati fu genero del Magnifico Lorenzo, cognato di papa Leone Decimo, ed avo del granduca Cosimo, nato da Maria d’Iacopo Salviati, per modo che Lionardo poteva considerarsi parente d’Isabella. Lionardo (sebbene questo non si avesse a dire in quel tempo, ma che può bene palesarsi adesso) contava appena due anni più d’Isabella, ed erano stati educati insieme; sicchè questi le aveva portato e portava svisceratissimo affetto, non altramente che sorella o altra persona più congiunta per sangue si fosse. Dotato di temperatura gentile, e di complessione dilicata,[13] poco si trovò acconcio ai violenti esercizj cavallereschi del tempo, e si dette intero agli studii delle lettere e della filosofia. Era pallido in volto, con barba scarsa, ed in sembiante mesto; di lena fu debole, e nonostante ebbe voce assai gagliarda, pronunzia chiara e soave da guadagnarsi l’attenzione; e rendendosi nel discorso più simile a pregante che a comandante, a sua voglia delle orecchie e dello animo s’insignoriva di chiunque favellare lo ascoltava. Il granduca Cosimo nel 1569 lo aveva insignito della dignità di cavaliere di Santo Stefano, ed egli, poco uso a vedere delle cose oltre la scorza, portava la croce rossa devotamente sopra il petto, persuaso che non avesse avuto altro scopo, tranne quello di liberare il sepolcro [pg!61] di Cristo dalle mani dei cani (chè in quei tempi così per vezzo appellavano i Turchi, i quali a posta loro ci pagavano a misura di carboni). Lionardo, nato quando i destini della repubblica erano sepolti, nudrito in corte, parente del principe, e ben veduto da lui, non avendo mai accolte nell’animo le parole ardenti dei libertini, di cui parte ramingava in miserabile esilio, parte aveva spento o la morte naturale, o la scure giuridica, o il pugnale dello assassino; anzi avendo sentito fino dalla infanzia vituperarli come facinorosi susurratori per pescare nel torbido, e nemici infestissimi di Firenze, aveva preso a considerare davvero Cosimo I liberatore della patria, tutela fidatissima e sostegno della salute di quella, personaggio insomma di alto affare, da preporre piuttosto agli antichi che da paragonare ai moderni. Aggiungi, che la sua vanità di scrittore rimase pienamente soddisfatta da Cosimo, il quale «pareva bene che amasse i virtuosi, e ne faceva segno alcuna volta piuttosto colle parole che coi fatti; conciossiachè essendovene pure alcuni, nessuno ne fu da lui aiutato, onorato e sollevato, se non leggermente.»[14] E di vero, quando Lionardo ebbi recitata la orazione in lode della sua incoronazione, senza far bocca da ridere gli disse: «che tra le altre cose per le quali teneva cara la dignità ricevuta, era questa così degna e così alta orazione che ne succedette:»[15] come se Cosimo, che non credeva più al bianco che al nero, fosse uomo da starsi sopra [pg!62] coteste novelle; ma lo faceva così per acquistarsi rinomanza a buon mercato, e perchè, come dettava il proverbio fiorentino, sapeva quanto la carne di allodola[16] vada a genio ai letterati, i quali se spesso mandano fuori vento, più spesso ancora vengono di vento pasciuti. E certo non fu colpa di Lionardo se Cosimo non rimase per le sue scritture famoso nella memoria dei posteri, imperciocchè non lasciasse sfuggire occasione di levarlo a cielo con ogni maniera di encomii.

Ma con quanto coraggio, o con quale giustizia potremmo muovere rampogna a Lionardo Salviati, se scrittori solenni, di cui giovi ricordare soltanto Bernardo Davanzati, nel quale il volgarizzamento di Tacito avrebbe dovuto inspirare lo esempio se non dello ardire, almeno del pudore, senza mutare fronte recitavano dai pergami: «la creazione di Cosimo contenere laude divina, avendo egli acquistato il principato, bene di tutti gli umani il più desiderabile e soprano, chiamato per amore, modo di tutti gli altri il più santo e il più giusto; — e per virtù dell’animo, già conosciuta dai suoi in guisa eroica e naturale, averlo spontaneamente fatto principe; — Siena pel suo dolce e piacevole imperio potere quasi dire come Temistocle, fuggitosi in Persia: Se io non perdeva, guai a me, ch’io sarei perduta! — avere a tutti gli sbanditi restituito la patria e gli averi; mite, benigno, pio, clementissimo, diligente a tenere provveduta l’annona [pg!63] onde il popolo non patisse penuria di viveri, a diminuire le pubbliche gravezze studiosissimo sempre, e così alacre cultore della giustizia, che quella amò più di sè stesso; di cui porse manifesto segno allorquando, mentre la guerra ardeva contro Piero Strozzi, pregò Dio che facesse vincere non lui, ma chi avesse mente migliore, e la causa più giusta?»[17] Se dunque, dico, da simili e da altre enormezze scrittori nè parenti nè amici non aborrivano, male potremmo muovere rimprovero contro Lionardo, se ignorasse o volesse ignorare le armi apparecchiate dal cardinale Cybo, e la perfidia di Francesco Vettori, di Roberto Acciaiuoli, di Matteo Strozzi, e del più tristo di tutti, Francesco Guicciardini, e i terrori sparsi, e le violenze commesse; e la notte dell’8 gennaio 1537, in cui, Cosimo presente, fu tra i mentovati di sopra, e Alessandro Vitelli, stabilito si eleggesse Cosimo duca, e se il bisogno lo richiedesse, vi si adoperasse la forza; e la mattina del 9, ove tra gli urli dei soldati che gridavano: — Viva il duca e i Medici! — e le minaccie del Vitelli, che giurava se i senatori non si affrettavano ad eleggere il signore Cosimino, erano tutti morti, venne creato spontaneamente duca.

Cosimo aveva promesso al Guicciardino lasciarsi governare da lui; ma per questa volta lo schermitore fu vinto di scherma, e, parve impossibile, da un giovanetto di diciotto anni! Gli aveva promesso ancora di tôrre per moglie una sua figliuola; sennonchè [pg!64] a lui non bastò neanche il cuore di rammentarglielo, e morì avvilito dal disprezzo altrui, e di sè stesso.

È ufficio dello storico (ma io sono un povero narratore di novelle), ebbene, è ufficio di qualsivoglia onesto, riferire i bei tratti di cui si onora questa nostra umana natura. Benedetto Varchi generosamente racconta nel libro quindicesimo delle Storie un’azione generosa: prima di tutto ci ammonisce come nella notte precedente alla elezione spontanea di Cosimo, in una pratica segretissima venisse concluso, ch’ei si creasse duca in ogni modo, quando bene bisognasse adoperare la forza; e poi narra di quell’ottimo Palla Rucellai, che disse arditamente non volere più nella repubblica principi o duchi, e per palesare fatti consuonanti alle parole, prese la fava bianca, e mostratala a tutti la gettò nella borsa esclamando: — “Questa è la mia sentenza.” — Al Guicciardini poi e al Vettori, che di ciò lo riprendevano, notandogli che la sua fava non valeva più che una, rispose: — “Se voi avevate deliberato quello che disegnate di fare, non occorreva chiamarmi;” — e rizzatosi per uscire, il cardinale Cybo lo ritenne con astuta dolcezza, spaventandolo con la mostra delle armi circostanti, e col pericolo che avrebbe potuto correre; ma il valentuomo per nulla sbigottito riprese: — “O messere cardinale, io ho passato sessantadue anni, sicchè poco male oggimai possono farmi.” — Magnanimi esempii sono questi, i quali non possono ricordarsi nè lodarsi [pg!65] abbastanza; e quante volte meco stesso considero, come Benedetto Varchi queste storie per commissione di Cosimo dettasse, a lui medesimo le leggesse, ed egli senza dimostrare animo turbato le ascoltasse, mi è forza concludere, che gli uomini capaci di dire la verità mi paiono anche più rari dei principi capaci di udirla, e le piaggerie essere più spesso una viltà dei cortigiani che una pretensione dei governanti.