Siena, ecco come fu lieta! Di trentamila anime che conteneva sul principio della guerra, si trovò ridotta a dieci: tra miserie, battaglie, e strazii da fare drizzare i capelli, e che possono, da cui ne avesse vaghezza, riscontrarsi nel diario del Sozzini e nei racconti del Roffia, perirono cinquantamila contadini, senza contare punto coloro che in paesi stranieri si refugiarono. Il contado ne rimase deserto, rovinata la cultura dei campi, le industrie distrutte, sicchè tuttavia Siena se ne risente. E così a dire di Tacito, ove fanno solitudine appellano pace. Scipione Ammirato, forse per coscienza, o per orrore, volendo non tradire la verità, e per altra parte non rincrescere ai Medici, con ordinamento dei quali scriveva, prese il partito di lasciare una laguna alla sua storia, e parve il velo dipinto da Timante sul volto ad Agamennone nel sacrificio d’Ifigenia. Bernardo Segni,[18] all’opposto, nelle storie che furono pubblicate dopo la sua morte, descrisse questa infamia di Siena concludendo: «Si arresono al duca, avendo perduto [pg!66] tutto il dominio, distrutta ogni loro facoltà; e quasi la vita di tutti gli uomini di quella patria e di quella provincia.»
Circa all’annona, dieci volte fu carestia, e tre volte strinse per modo, che la gente si periva di fame; nè già si creda in piccolo numero, perchè nella carestia del 1554, tra la città e il dominio, morissero meglio di sessantamila persone:[19] nel 1549 il grano costò lire ventisette al sacco, nel 1551 lire trentadue; nel 1554 lire trentasei e soldi sedici; e nel 1556 lire quarantadue e soldi dodici.[20]
Se mite ei fosse e clemente, ne fanno fede certi estratti di memorie manoscritte delle Librerie Magliabechiana e Riccardiana,[21] dai quali ricaviamo, centotrenta e più dei principali cittadini di Firenze nel breve giro di pochi anni dichiarati ribelli: quanti capitavano nelle mani, impiccati o decapitati; qualcheduno mandato alle Stinche, a beneplacito, o in galea; parecchi assassinati; a tutti levata la roba, e fino alle donne la dote. Nella più parte dei memoriali in cui veniva supplicato per la vita di qualche ribelle, Cosimo di mano propria scriveva brevemente: s’impicchi.[22] In qualche luogo ho letto, che degli assassini stipendiati ne tenesse fino a mille; nè già tutti uomini plebei, ma in parte costituiti in dignità: e poi faceva anche da sè, avvegnachè, lasciando da parte il figlio don Garzia, nessuno storiografo nega che di propria mano trucidasse Sforza Almeni perugino, «lasciando però,» aggiunge Aldo Manuzio, [pg!67] «che i beni di lui andassero agli eredi, ed adempiendo alle volontà del trafitto espresse in certa carta che gli fu rinvenuta nelle tasche.» Non vi pare egli questo un tratto di benignissimo principe?... Della preghiera fatta a Dio nella guerra dello Strozzi perchè desse vittoria alla causa più giusta, possono somministrare buono argomento di verità, e la commissione del vescovo di Cortona mandato in Francia sotto pretesto di complire la regina, ma in sostanza per corrompere i famigli di Piero Strozzi onde gli propinassero il veleno recato seco entro un’ampolla, per cui gli venne nome di vescovo dell’Ampollina,[23] e la lettera scritta al capitano Giovanni Orandini conservata nello Annale XII della Colombaria, nella quale leggiamo queste parole intorno all’ordine di assassinare lo Strozzi: «Onde per qualche modo andando a Siena, per via di una archibusata, o in qualunque altro modo che migliore paresse a voi, levarci dinanzi l’arroganza di costui; — il che facendo, si può promettere diecimila scudi di fermo, oltre ad acquistare la grazia nostra, e gradi, e provvisioni.»[24] Per la quale cosa è mestieri confessare, che se molto fidava in Dio, moltissimo confidava ancora nelle archibugiate; o piuttosto, che se è vero che invocasse il nome di Dio, ciò facesse perchè chi usa ingannare gli uomini arriva a tanta insania, da credere di potere prendere a gabbo anche Dio. E per dire qualche cosa ancora intorno alla temperanza d’imporre nuovi carichi al popolo, bastino [pg!68] queste poche parole di uno storico lontano dalle cupidigie del principato, quanto dalle enormità dei libertini: «Aggravò i cittadini e i sudditi con inaudite gravezze, raddoppiando gli antichi tributi, e dei nuovi aggiungendone molti; — nel maneggiare lo imperio ha in gran parte distrutto l’onore e la facultà della patria e di tutta la Toscana.»[25]
Pio certamente egli fu, imperciocchè pene immanissime promulgasse contro la bestemmia ed altri peccati, dopo che un terremoto subissò Scarperia, spaventò Firenze, ed in un giorno sette saette fulminarono il Palazzo della Signoria; e soprattutto poi, perchè con prontezza non mai lodata abbastanza, appena ricevuta la lettera di Pio V, che gli faceva pressa di consegnare al Maestro del sacro palazzo monsignor Pietro Carnesecchi, accompagnata dalla commendatizia del cardinale Pacheco; il quale ammoniva Cosimo com’egli di due cose lo avesse lodato presso il papa, cioè non esservi principe in tutta la cristianità più zelante di lui della Inquisizione, e non esservi atto che per suo particolare contento e consolazione, comecchè grave, non fosse per fare eseguire;[26] senza punto mettere tempo fra mezzo, avendo il Carnesecchi in casa, anzi pure seduto alla propria mensa, lo fece arrestare, e consegnare al padre Maestro.[27] — Questo sagrifizio dei doveri della ospitalità e dei vincoli dell’amicizia, avvegnachè il Carnesecchi in tutta la sua vita si fosse dimostrato devotissimo a casa Medici, ed avesse servito lungamente [pg!69] Clemente VII come protonotaro, e Cosimo come segretario in Venezia; questo sagrifizio di uomo celebrato per bontà e per dottrina dal Sadoleto, dal Bembo, dal Mureto, e dal Manuzio, comecchè l’Ammirato, studioso di scemare la importanza dell’uomo, lo dichiari non ignorante;[28] questo sagrifizio, dico, meritava un premio proporzionato, il quale, se non leggiamo pattuito espressamente, apparisce abbastanza promesso nelle seguenti parole nella lettera del 19 giugno 1566, del cardinale Pacheco a Cosimo: «Tenendo ancora per certo, che da questo caso dipenderà gran parte della buona corrispondenza che V. E. deve tenere col papa in questo pontificato.» Infatti, Pietro Carnesecchi nel 3 ottobre 1567 fu decapitato in ponte, e abbruciato,[29] e Cosimo nel 4 marzo 1569 fu per privilegio del papa coronato granduca, con facoltà di usare corona ed armi reali. Ma il Carnesecchi andò a morte con maravigliosa costanza, anzi si direbbe con qualche ostentazione di forza, conciossiachè volesse vestire panni elettissimi, e guanti bianchi: Cosimo poi, quando chiuse gli occhi al sonno eterno, era egli ugualmente tranquillo?
Nonostante questi fatti, noti adesso per trovarsi stampati in tutte le storie, ed allora notissimi per le cose discorse largamente di sopra, io per me vorrei perdonare al Magnifico cavaliere Salviati, se celebrando Cosimo non rifinisse di levare a cielo la clemenza, la strenuità, la prodezza e la mansuetudine sua, e lui ad Augusto preponesse, però che [pg!70] questi ebbe ad usare le proscrizioni, e Cosimo no, quantunque Cosimo si contentasse assomigliare ad Augusto, sotto la costellazione del quale, ch’era il Capricorno, il suo astrologo D. Basilio lo assicurava essere nato;[30] ma una colpa, che nè io nè altri possiamo perdonare al Salviati, si è lo insegnamento contenuto nelle parole seguenti, alle quali sentendo ribrezzo di mettere la mano, le riporterò tali quali occorrono scritte: «Quelli che i principati dalle loro patrie o dalle loro repubbliche stati loro profferiti ricusano; ciò facendo, non pure di viltà di animo, ma di empietà ancora, o di arroganza manifestissimo indizio hanno dato. Di viltà, dico, mancando di coraggio, e gli onori rifiutando, e i governi, che sono cose appetibili; di empietà, se atti conoscendosi, hanno negato, in quello che per sè si poteva, di prestar l’opera loro alla patria; d’arroganza, se stimatisi inabili, hanno in questo giudizio a quello della repubblica il lor parere anteposto.»[31]
Ahi! messere Lionardo, come tristo ragionare è cotesto! Come suona sofistico e callido, e affatto indegno di uomo grave! Come e dove vi trasportava il mal genio, o il bisogno di mentire adulando! Parrebbevi onestà, se alcuno si prevalesse dei doni di uomo preso da manía? Molto più dei doni che non si possono fare, come la libertà della patria che da Dio viene, e a Dio spetta, ed è inalienabile, perchè non appartiene a nessuna, ed appartiene a tutte le generazioni; e la generazione presente, che disereda [pg!71] i posteri, come nemica del suo sangue non opera alto valido. Sarà arrogante il medico, se non abusa della malattia dello infermo, ma pietosamente lo risana? — I popoli, quando stanchi della propria dignità si accasciano in terra come il cammello invocando qualcheduno che li cavalchi (posto che ciò non avvenga, come suole quasi sempre accadere, per tradimento o per fraude), o si possono, o non si possono guarire: nel primo caso, si guariscono, e poi, se lo esempio di Licurgo sembra duro a seguirsi, si adoperi quello di Solone e di Andrea Doria, o piuttosto scelgasi volontario esilio, dacchè l’uomo mal vive cittadino là dove principe imperava; nel secondo caso, consumato ogni sforzo, come Silla getti la scure, e lo abbandoni alla ira di Dio: almeno tali devono governarsi le anime che il mondo saluta grandi, che partite da questa terra esercitano le lingue degli oratori e le fantasie dei poeti, e finalmente che ricordano derivare l’uomo origine divina. Per forza o per ingegno, offerta od usurpata, a verun cittadino è lecito togliere la libertà alla propria patria: questo contende la morale, questo la pietà, questo la religione di tutti i popoli, e principalmente poi la cristiana. — Sì certamente, la carità cristiana, perchè rigettata la distinzione di San Tommaso come scolastica, e proposta piuttosto a modo di disquisizione astratta che vera in pratica, di tiranno imposto a forza, di tiranno recatosi addosso volontariamente, onesta è quella azione che possiamo eleggere sempre, conforme [pg!72] insegna Aristotele. Ora, come l’occupare la libertà della patria può essere cosa eleggibile in ogni tempo? Per la parte dell’occupante, potrà o vorrà consultare vie via il volere degli occupati? Saprà o vorrà egli conoscere se fu spontaneo davvero, e universale il moto che lo spinse in alto, o quando declini, o quando cessi? Per la parte degli occupati, non può essere a meno che non sia momentanea afflizione e infermità della patria: avvegnachè la patria consista nella fida cittadinanza alla quale consacriamo affetti, reverenza, e, al bisogno, le sostanze e la vita; e questa tolta, la città in cui viviamo non può chiamarsi patria altrimenti, nè merita i mentovati sacrificj. E se la patria è più che madre, chi può ridurre in servitù la propria madre? Se questo offerisse la madre, come insana non si deve ascoltare; se questo accettasse il figliuolo, come empio si deve aborrire. E notate, che simili usurpazioni, come odiosissime, vanno circondate da simulacri bugiardi di libera dedizione; e Giulio Cesare stesso ordinò, nei lupercali lo presentassero di una corona. Inoltre, la libertà, dopo la vita, è preziosissima cosa: ora quanto più ci torna cara una cosa, tanto meno se ne presume il dono; e quando pure potesse alienarsi, potremo supporre ceduta legalmente la libertà in un momento di ebrezza, di furore o di errore? Finalmente la città inferma, immaginiamo, che chiami un cittadino a racconciarle il freno; per certo lo chiama e lo desidera fino a tanto che sia stato conseguíto un simile scopo. Ora, [pg!73] o il cittadino è capace a compiere il presagio della patria, o no: se capace, soddisfaccia al bisogno per cui venne chiamato, e si parta; o non è capace, manca al fine, e si parta. Ma io forse mi affatico a dimostrare quello che non abbisogna punto di prova; quale presunzione, quale insania è mai questa di concludere per via di argomento ciò che la natura e Dio scolpivano nel nostro cuore? — E Lionardo Salviati scrivendo le riferite sentenze, forse non le credeva; lo fece per apparato di eloquenza, o piuttosto per amplificazione rettorica, e si accôrse, comecchè tardi, del torto: ma ormai non era più tempo a ripararlo; sicchè non n’ebbe in seguito mai il viso lieto, maledì l’ora che apprese a scrivere prose, e sconfortato dai disinganni, atterrito da memorie di sangue, supplicò Dio, che lo intese, ad abbreviargli una vita tanto male impiegata in disutile della verità e degli uomini da lui pure amati ardentissimamente.
Rimarrebbe far conoscere adesso quanto nelle lettere il Salviati nostro valesse; ma non lo concedendo, com’io vorrei, la indole di questo libro, m’ingegnerò come meglio io possa, stringendo in poco il molto. Nelle lingue latina e greca egli fu intendentissimo, della italiana maestro solenne; più apprese, e acquistò tesoro maggiore di dottrina di quella che insegnasse o mettesse fuori, secondo l’uso di quei letterati, i quali, meglio che ad altro, possiamo assomigliare alle arche degli avari; compose copia di poesie, gravi e giocose, che come piace a [pg!74] Dio ai giorni nostri ignoriamo, e non istampansi. Dettò a venti anni il Dialogo dell’Amicizia, in cui introduce Girolamo Benivieni a favellare delle lodi dell’amicizia a Iacopo Salviati e a Piero Ridolfi. La occasione sarebbe stata commuovente davvero, fingendo egli che Girolamo per la perdita dell’amicissimo suo Pico della Mirandola, portentoso giovane, chiamato la fenice degl’ingegni, si fosse deliberato lasciarsi morire; ma poi, di repente mutato consiglio, convertì in gioia il dolore, pensando che Dio aveva, come meritevolissimo, chiamato per tempo il Pico al premio dei Santi: ma la parola priva di calore, le distinzioni scolastiche, il difetto di fantasia e di passione, muovono a tutto altro che a piacere o a pietà, e il fastidio precede di troppe pagine il laus Deo. Le commedie, la Spina e il Granchio, e’ sono uno impasto fatto con lievito avanzato nella madia di Plauto e di Terenzio, sicchè pensate voi se infortito! — Solite balie mezzane, soliti bari e truffatori, e vecchi che credono tutto, e vicende impossibili, e riconoscimenti inverisimili, e riboboli fiorentini, e favella dura, sicchè noi restiamo maravigliati come la gente prendesse diletto a coteste rappresentanze che oggi oseremmo appena imporre come penitenza dei peccati. Delle cinque lezioni sopra un sonetto del Petrarca, è da dirsi che ci somministrano piuttosto la misura della pazienza grandissima dei nostri padri, che del grande ingegno dell’oratore. Le orazioni, le funebri in ispecie, paiono proprio fiori da morto. [pg!75] Sotto il nome dello Infarinato, contristò con acerbe scritture l’anima dolorosa di Torquato Tasso; ma la Gerusalemme rimane, e cotesti scritti non si leggono più da nessuno: e questa azione fa torto al Salviati come scrittore e come uomo, seppure anche in questo non lo scusa la sua cieca devozione per casa Medici. Castrò, come si diceva in quei tempi, il Decamerone di Giovanni Boccaccio; ma i posteri hanno riso della castrazione, e, lasciato al Salviati il frutto della castrazione, hanno voluto il Boccaccio intero. Grande però fu la sua venerazione per questo sommo scrittore, e scrisse tre volumi di Avvertimenti intorno alla lingua ricavati dal Decamerone: questi volumi possono anche ai giorni nostri, e forse più che mai nei giorni presenti, consultarsi dagli studiosi della gloriosissima nostra favella. La lingua adoperata dal Salviati è pura, ma non dice nulla; pare un ornamento di cadavere: non idee, non pensieri, non immaginazioni; costretto a evitare il grande, che sta nel vero, forza è che ricorra al falso, e già vediamo spuntare in lui la sinistra aurora del secento. Di ciò sia prova questa figura della Orazione per la incoronazione di Cosimo I: — «Queste mura, Beatissimo Padre, e queste case, e questi tempii, pare che ardano del desiderio di presentarsi davanti ai piedi di Vostra Santità; e questo fiume, e queste piaggie, e questi monti, par che piedi desiderino per venire; e questi mari e questo cielo, lingua per favellare, e per potere di tanto beneficio, se non quello [pg!76] che hanno in animo, rendervi almeno qualche grazia, e presenzialmente riconoscersi debitori.» — Parole copiose, eloquenza nessuna; epiteti, aggiunti, riempitivi a ribocco; un periodo intramezzato vie via da molti altri periodi tra loro parimente rompentisi, sicchè la locuzione procede confusa, ardua, imbarazzata, e sopra modo penosa. Parini reputò potesse leggersi con profitto: io, tranne gli Avvertimenti che ho detto sopra, non lo credo; e Annibale Caro, sebbene indirizzasse il suo giudizio al medesimo Salviati, lascia conoscere abbastanza che non reputava commendabile il suo stile, come quello che abbondava di parole, vagava incerto, era pieno di epiteti oziosi, di periodi lunghi, e di molti più membri che non bisogna alla chiarezza del dire; il che sapete che fa confusione; e si lascia indietro gli auditori.
Insomma messere Lionardo non fu buono cittadino, e nemmeno valoroso scrittore, e nonostante uomo di eccellente naturale, tenero degli amici, e del bene loro studiosissimo. Alcuni reputeranno impossibile che possa uno individuo essere uomo ottimo e cattivo cittadino; pure, se contrarietà è, noi la vediamo in natura, e potrei citare esempii moderni, se la discretezza lo consentisse.
Lionardo, entrato nella stanza, ebbe cura di assicurarsi prima se bene il paggio avesse chiuso la porta, tirò la portiera, poi si mosse alquanto sorridente verso Isabella, le stendendo in atto amico la [pg!77] destra. Ma Isabella gli andò incontro con impeto, ambe le mani gli pose sopra le spalle, ed appoggiò il capo al suo seno, esclamando:
— “O buono, o egregio mio Lionardo, voi almeno non vi siete dimenticato della vostra Isabella!”