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[CAPITOLO QUARTO.]

L’OMICIDIO.

FRANZ — Voi volete farmi morire di languore. Io morrò di disperazione nella età della speranza, e voi ne avrete la colpa.... Dio mio! io che non ho goccia di sangue che non sia vostro! io, che respiro soltanto per amarvi, e per obbedirvi in tutto....

ADELAIDE — Esci dal mio cospetto....

FRANZ — Signora!

ADELAIDE — Va, accusami dunque al tuo signore:

Goethe. — Goetz di Berlichingen.

La diffidenza si era insinuata nel cuore d’Isabella come un aspide in fondo al nido: le suonavano a modo di ronzio insopportabile le immani parole di Troilo; vedeva il sospetto codardo, sentiva che anche da lui avrebbe potuto essere tradita e accusata; e fissando questo abisso d’infamia, ne risentiva una vertigine morale punto diversa dalla vertigine fisica, che sorprende il risguardante qualche dirupo delle Alpi: però non è da dirsi se studiasse ogni argomento per non trovarsi insieme con Troilo, o trovandovisi, fare in modo che qualcuno l’accompagnasse. Per altra parte, era cresciuto il bisogno di [pg!99] tenere il Torelli presso di sè; e la solerzia del giovane, la sua devozione, e l’assiduità dal medesimo posta a bene servirla, fecero sì che la Isabella non potè trattenersi dal guardarlo con occhio di singolare amorevolezza. Procedendo sempre, come fu suo destino, improvvida, non pensò che il fanciullo era oggimai diventato uomo, che in cotesta età le passioni mandano sottosopra l’anima a guisa di uragani; non temè, nè si accôrse dello ardore funestissimo, che infiammava il sangue di Lelio. Tranne baciarlo in fronte, siccome costumava quando era garzoncello, si compiaceva tuttavia a scompartirgli la bella chioma sopra la fronte, e percuoterlo dolcemente nelle guance, a usargli insomma ogni maniera di vezzi co’ quali le madri accarezzano i figliuoli dilettissimi; e se tutto questo fosse un mettere zolfo sopra il fuoco, lascio pensarlo a coloro, che o sentono il furore di un primo affetto, o si ricordano averlo pure una volta provato. Quasi sempre assorta nei casi imminenti, la Isabella non badava nè si accorgeva di certi moti di Lelio, che in condizione più riposata di animo avrebbe agevolmente conosciuto. Allorchè ella si recava a passeggiare in giardino, chè ormai di casa usciva più poco, le accadeva tanto spesso trovarsi come tolta fuori di sè, che per non investire o pianta, o statua, od oggetto altro qualunque, si apprendeva al braccio di Lelio, e secondo che l’agitavano gl’interni pensieri, ora più, ora meno fortemente glielo stringeva; sicchè [pg!100] l’anima di lei per via di coteste strette meglio che elettriche si trasfondeva nel giovane, il quale con lunghissimo sguardo come delirante la contemplava, e a larghi sorsi beveva il veleno che già gli aveva attossicato irrimediabilmente la esistenza.

La faccia del Torelli, oh quanto mutata! Ormai non poteva più conoscersi qual fosse la sua età: con le labbra accese ed aperte come uomo arso da tormentosa sete, le guance scarne, la pelle tesa sopra le ossa, tutt’occhi; spesso madido di sudore. L’acceso desiderio, che gli stava confitto come un ferro tagliente nel mezzo del cuore, aveva partorito tale e siffatto disordine nel sistema dei nervi, che la sensazione più leggera bastava per farlo tremare da capo alle piante per ispazio di tempo grandissimo; le vene gli si erano infiammate, e ad ogni moto, comecchè tenue, il petto gli anelava in guisa, che pareva gli si volesse rompere; lo travagliava un affanno continuo; la vista gli si smarriva allo improvviso in una massa di luce sparsa in miriadi di faville, o aggirantesi in circoli vorticosi; e nelle tempie sempre un martellare senza posa, e schifo di cibo, e notti insonni, o travagliate da spaventosissime fantasime. Cosiffatta miseria non poteva durare, e non durò.

Volgeva a sera il giorno più bello del mese di giugno: il sole tramontato con i suoi ultimi raggi empiva in parte lo emisfero di una luce serena di oro purissimo, e dal punto in cui cotesta luce cessava [pg!101] cinque raggi pure di oro si diffondevano mirabilmente in su per lo azzurro dello empireo, in modo che alla commossa fantasia rappresentavano la mano del Creatore, che si stendesse pacata a benedire la natura; le foglie trionfali degli allori, quelle acute dei mirti, le frastagliate delle quercie, e tutte insomma della famiglia multiforme degli alberi, apparivano contornate distintamente in quel campo magnifico, sicchè avresti creduto potere annoverarle; il venticello vespertino agitava le cime delle piante, le quali movendosi l’una verso l’altra parevano ricambiarsi misteriosi colloquii: e gli uccelli prima di chiudere gli occhi alla quiete, con dolcissimo coro, che la natura insegna, e sola può insegnare la natura, cantavano un inno di gloria al Signore; le acque rotte tra i sassi non sembra più che piangano, ma liete mormorino pel continuo incalzarsi che fanno; più soave spirano il profumo dagli aperti calici i fiori; con le facoltà concesse dai cieli alle cose create, il cielo, la terra e le acque instituiscono una gara a cui meglio riuscirà di manifestare la gratitudine verso il Gran Padre del mondo, e da tutte insieme nasce uno incanto, e sorge una favella, che sembrava dire, e diceva certo: siamo nate ad amare!

Isabella si era condotta sopra il verone, e qui seduta, pone il braccio su l’omero di Lelio, e sopra il braccio appoggia la faccia: gli occhi solleva al cielo, in atto che rammenta Niobe; o piuttosto una [pg!102] testa di Maddalena penitente, come poi seppe immaginare il nobile pensiero di Guido. Quella sembianza di preghiera, di mutuo dolore, e di pace stanca, è sovraumana a vedersi: bene l’aveva disfiorata la sventura; la febbre lenta che le consuma la vita gliela vela di mesto pallore, ma cotesta fronte comparisce pur sempre portentosa di bellezza; — bella come quella di un angiolo decaduto!