Ella guardava il cielo, e Lelio lei, dacchè nel volto di cotesta donna egli avesse riposto il suo paradiso; e così stava immobile e intento, che non pareva cosa viva; gli si empirono gli occhi di lagrime, che presero a sgorgare copiose giù per le guance, senza fare atto di angoscia, nè di altro: così talora ho veduto cadere la rugiada raccolta nel cavo degli occhi di qualche statua, e mi parve che piangesse: ma quindi in breve le lagrime cessarono, arido gli divenne lo sguardo, dilatato, e corrusco di luce sinistra; lo invase un tremore come se fosse il ribrezzo della febbre, e fors’egli era; e allo improvviso, non sapendo quello che si facesse, vinto da troppo maggiore potenza, che a lui fosse dato di superare, le gittò le braccia al collo, e la coperse di baci pel capo, pel volto, e pel seno, con una smania convulsa, con tale e siffatto delirio, che in verità metteva compassione, conciossiachè si saria detto: costui versa l’anima in quei baci.

Isabella un momento smarrita, richiama l’alterezza della dignità offesa, e forse, assai più della dignità, [pg!103] la principesca superbia; e tremante anch’essa, ma per altissimo sdegno, respinge energicamente il giovane paggio, e si svincola dalle braccia di lui; quindi senza far motto, con occhi orribili, s’incamminava alla stanza per cui si giungeva al verone; e Lelio, annientato, le trasse dietro come immemore del commesso misfatto. Isabella si accosta con veloci passi verso una tavola, e risolutamente stende la mano al campanello di argento; poi allo improvviso sosta, quasi che il volere e il disvolere le contendessero nella mente; già un pensiero più mite sembrava che spuntasse tra la procella della passione, comecchè l’ira durasse: così vediamo pei mari la furia del vento gareggiare con la furia dell’onda; ma placato il vento, tornata a splendere l’alma luce del sole, continuare il mugghio dei marosi minaccevoli e turbati. Dopo qualche esitanza pur vinse il primo consiglio, e scosse a più riprese il campanello. Non bastò la prima nè la seconda volta; finalmente comparve uno staffiere, al quale la duchessa ordinò: — “Venga il maggiordomo....”

E il maggiordomo, passato altro buono spazio di tempo, si recava a ricevere i comandi della duchessa. Era il maggiordomo don Inigo, gentiluomo spagnuolo, fidato e discreto come una buona lama di Toledo: non rideva mai; oltre quelle richieste dalla necessità, era un gran caso se in capo a un mese lo udivano favellare tre parole. Di forme robustissimo, torvo il ciglio, il volto di colore bilioso; — chi [pg!104] sa che cosa mai si volgesse in cotesta anima! Era chiuso come un sepolcro.

— “Mea Señora!” disse inchinandosi.

— “Don Inigo, Lelio nostro ci ha dimostrato desiderio di ridursi a vivere a casa con i suoi vecchi parenti; e a noi è sembrato non doverci nè poterci opporre a così onesto desiderio.... La madre sua, poveretta! chi sa con quanti voti lo richiama, e mi parrebbe crudeltà differirle più oltre questa consolazione. Riveda il figliuol suo cresciuto in ogni maniera di studii che a valente gentiluomo si addicono; lo riveda virtuoso e dabbene.... e soprattutto innocente, — e sia l’orgoglio della sua vita. Don Inigo, voi accompagnerete Lelio sino a Fermo, e direte ai suoi parenti, che Lelio ci faceva sempre buona ed onesta guardia, che ci sarà sempre ricordanza amorevole come di figlio; che in ogni cosa dove possano avvantaggiarlo le mie facoltà, si valgano di me non altrimenti che se io fossi di loro; in ispecie poi alla madre assicurate che i costumi pravi su di lui non poterono punto, che io non ebbi a dolermi in nulla del giovine, tranne certe fanciullaggini, ardimentose troppo, ma che col tempo si perdonano, appunto perchè fanciullaggini; nonostante, confortarla io a scegliergli presto tra le fanciulle di Fermo chi per venustà di persona, per soavità di modi, e corrispondenza di affetti possa ridurre in pace uno spirito di soverchio ardente, un cuore che non è senza qualche procella. Inigo, condurrete il suo giannetto [pg!105] bianco con tutti gli arnesi di velluto cremisino, vesti, masserizie, insomma ogni cosa, sicchè non rimanga presso di noi pure una piuma di lui, che la intendiamo donata, e doniamo. Dalla guardaroba del duca nostro marito scerrete una collana e un medaglione da appuntarsi alla berretta, e glieli porrete nella valigia; vi porrete ancora cento ruspi di oro, e il certificato amplissimo dei suoi onorati servigi, che voi firmerete e munirete del nostro sigillo ducale. Se il caso facesse che il giovane si trovasse male disposto, prendete una delle nostre carrozze, e a nome nostro chiedete le pulledre della posta, che ve le daranno, e partite ad ogni modo. Domani il sole non deve vedervi a Firenze. Addio.”

E qui, alzata la destra, faceva il cenno col quale l’orgoglio dichiara alla umiltà che gli si tolga davanti. Ma poi, premurosa di temperare la durezza dell’atto, aggiungeva:

— “Andate, Lelio, andate; noi formeremo sempre mai voti per la vostra felicità, e ci torneranno accettissime sempre le nuove del vostro buono essere.”

Don Inigo non sapeva darsi pace intorno alle tante parole spese per tale negozio, a cui gli sembrava bastante la parola — andate, — se togli quanto concerneva il giannetto, i ruspi, la collana, e simili; ma prima di essere carico di tutti quei discorsi, aveva seco stesso deliberato lasciarli a casa, o farne getto per la via. Lelio con volto dimesso, composta [pg!106] ad arco la persona, quasi rotto per la immensità dello affanno che l’opprimeva, si allontanò seguendo il maggiordomo, più che altro somiglievole al condannato dietro al carnefice che lo mena a guastare.

Isabella lo guardò fisso; stette ancora a guardare lungamente la porta dond’era scomparso, poi dandosi forte della palma nella fronte esclamò:

— “Ahi! sciagurata femmina! quanti infelici per te....”