Isabella non mosse piede fuori della stanza, ch’era la sua maritale. Questa stanza compariva spartita in due sezioni: la prima, che faceva capo a tre finestre sopra il verone, spaziosissima, tappezzata di damasco operato ad armi dei Medici e degli Orsini, di colore verde: intorno alla camera, a certe distanze ricorrevano dei medaglioni di bassorilievo in marmo rappresentanti varii ritratti di famiglia dentro grosse cornici dorate: due porte l’una contro l’altra al termine della stanza andavano distinte per larghi pilastri di porto-venere; e sopra le porte un cornicione con due corridietro, od orecchioni, come dicono in arte, in mezzo ai quali un busto composto di marmi di qualità diverse, bianco la testa, il rimanente broccatello; e sotto, la portiera con due cortine a frange di oro: nei canti due ampissimi vasi chinesi, o piuttosto giapponesi, turchini, con mascheroncini, maniglie, ed altri ornamenti di argento dorato condotti con sottile magistero; appoggiati [pg!107] alle pareti due stipi di ebano intarsiati di madreperla, maraviglia a vedersi, e seggioloni, e sgabelli di ebano ricoperti di damasco pur verde; in mezzo, una tavola di ebano e di argento, del medesimo lavoro degli stipi. Questa prima sezione terminava in un arco di cui l’estremità posavano sopra una cornice assai sporgente sostenuta da colonne, la base e il capitello delle quali erano di bronzo dorato di ordine corintio, ma il fusto a spirale di porto-venere ricinto nel cavo della spirale da un ramo di foglie di mirto in bronzo dorato; il vano dell’arco coperto da tende di damasco. Oltre l’arco era il letto, immenso di mole, e carico piuttosto che ornato d’intagli, di amorini, di fogliami, e frutta, e piume, da mettere sospetto in chiunque avesse dovuto giacervi sotto: quali e quante fossero suppellittili, arnesi, e masserizie là dentro, troppo riuscirebbe lungo a descrivere; basti all’uopo nostro conoscere che a canto al letto si vedeva una tavola del Crocifisso con la Madonna da un lato, e San Giovanni dall’altro, che posava sopra un zoccolo alto un braccio circa dal solaio: questa tavola mercè d’ingegni volgeva sopra mastietti incastrati nel muro, e lasciava l’adito ad una porta segreta, la quale mediante certa scala a chiocciola conduceva nelle stanze terrene meno frequentate dalla gente.
Le ombre avevano occupato il cielo da lunga ora quando a Isabella parve tempo convenevole a chiamare le sue cameriste, le quali ebbero ordine [pg!108] di accendere una lampada, metterla sopra la tavola, e andarsi con Dio. Avendo esse domandato se desiderasse che le dessero mano a spogliare le vesti, rispose breve: — che farebbe da sé; — ed avendole accomiatate di nuovo, andò alle porte, e tirò le stanghette, per cui nessuno, mal suo grado, avrebbe potuto penetrare là dentro.
In balía dei suoi pensieri, si pose a percorrere in tutti i lati la stanza con passi ora lenti, ora concitati; un momento si fermò a contemplare la lampada. Di lavoro singolare, rammentava questo arnese uomini e cose di cui appena giunse a noi fama incertissima: era di bronzo, e presentava di faccia una testa di elefante con la proboscide rivolta in su, donde usciva il lucignolo; di profilo, un cigno di cui il collo ritorto sopra il petto componeva il manico; di pianta, ti offriva la testa di Medusa con la bocca atteggiata a disperato dolore, e per questo pertugio versavano l’olio; di sotto poi, un altro mascherone, col quale componevano uno insieme ingegnoso le altre parti della lampada. Isabella, nel guardarla fisso come faceva, pensava meno alle rovine dei popoli che alla madre sua, la quale gliela aveva donata insieme a molte altre antichità etrusche trovate negli scavi fatti a Castiglione della Pescaia. Certo, Eleonora di Toledo fu donna aspra di modi, di spiriti alteri, e poco per natura disposta al perdono; nonostante, le sue viscere di madre si sarebbero commosse, ed avrebbe sovvenuto alla figlia deserta, [pg!109] che adesso per la partenza di Lelio rimaneva affatto priva di un’anima in cui confidare. Isabella si affaticava a imprimere séguito ai suoi pensieri per condurli a sciogliere le imminenti difficoltà, ma i pensieri a modo di cavalli sfrenati, vinta la mano alla ragione, divagavano ora qua ora là, in mille andirivieni, secondo che o il sangue o gli affetti scotevano il suo cervello; si stancava per cercare, ma lo intelletto gli si sprolungava infinito davanti, sterile di trovati, come un deserto dell’Affrica si presenta alla caravana privo di qualunque pianta e di asilo. Stanca di cotesto stato, si mosse finalmente verso la sezione della stanza ov’era il letto; alzò la tenda dell’arco, e passata oltre lasciò di nuovo caderla. Il letto compariva sopra modo lindo, con lenzuoli bianchissimi di tela di Olanda, ornati di trine di Malines, e coperta bambagina ricamata con sottile lavoro: le accorte cameriste vi avevano sparso sopra rose fresche e fiori di arancio, sicchè poco più si sarebbe accomodato un letto da sposi. Isabella prese un lembo del lenzuolo, e lo piegò traverso al letto, come usa fare chiunque intende giacersi; ma scoperto che l’ebbe, non andò oltre in cotesto suo disegno, e si rimase immota accanto a quello.
— “Ecco!” dopo un lungo guardarlo ella diceva, “questo letto maritale apparisce lindo e odoroso come la prima notte delle mie nozze: è bianco, è polito quanto l’ala del cigno; eppure qual miserabile [pg!110] giaciglio di popolo davanti a Dio non è meno contaminato di questo? Sopra il capezzale stanno due chiodi, che, o a destra io mi volga o a sinistra, mi si conficcano dentro le tempie, — l’adulterio e l’omicidio; perchè questi due pensieri nascono gemelli, ed io lo so. Qui a capo del letto un demonio, contro cui acqua santa non giova, agita l’ale, e scuote sul dormente sonno di febbre, e fantasime di paura.... — Eppure qui ebbi un giorno quiete di paradiso: qui fui salutata con la dignità di madre; qui adagiandomi pensai che se il sonno si fosse prolungato eterno, la mia anima poteva sperare di essere accolta come ospite nelle sedi celesti. — Ricordo il momento in cui Giordano tolta dall’altare qui mi condusse, ed accennatomi il letto mi disse: — «Sposa mia, io ti consegno questo letto, e con esso il mio onore, e la buona rinomanza della famiglia. Io, sovente impiegato in lontane ambascerie, o nella milizia, non potrò starti sempre al fianco per consigliarti e sovvenirti: assumi per tempo virile animo, e impara a guardarti da te stessa: sappi che niuna cosa è tanto necessaria a te, e accetta a Dio, e a me grata, e onorata ai figliuoli che hanno a nascere da noi, quanto la tua onestà; imperocchè l’onestà della donna è una corona di gloria sul capo al marito; l’onestà della madre fa la massima parte della dote alle figliuole, chè i costumati giovani domandano sempre, e con buona ragione, donde nasca la fanciulla che intendono togliere a moglie; la onestà [pg!111] in ogni femmina assai più pregiasi della bellezza; anzi, senza onestà e senza verecondia, o non è bellezza o presto trapassa. Lodasi il viso bello, ma gli occhi disonesti lo fanno lordo di biasimo e di vergogna, pallido di dolore e di tristizia di animo. Piace una bella persona, una speciosa femmina; ma un cenno disonesto, un disonesto atto d’incontinenza subito la rende vile e brutta. La disonestà dispiace a Dio, e di niuna cosa si trova essere Iddio tanto severo punitore nelle donne quanto della loro poca onestà; rendele infami, contennende, e male per tutta la vita soddisfatte. E pertanto, donna mia, se tu vuoi fuggire ogni apparenza di disonestà, dimóstrati a tutti onesta, non fare dispiacere a Dio, a te stessa, a me, ai comuni figliuoli, e ne avrai lode, e grazia da tutti.»[34] — Se qui davanti mi comparisse adesso Giordano, e mi domandasse: Come hai conservato i miei ricordi? Come i tuoi giuramenti mantenesti? — Non parlerebbe il mio rossore per me? Queste pareti, questi ornati; e soprattutto queste immagini di santi non griderebbero ad una voce: noi siamo polluti! noi siamo polluti! Potrei, o dovrei io, postergata ogni pudicizia, domandargli a mia posta: e voi come avete conservato i vostri? — La colpa altrui, se toglie il diritto di accusare, non iscusa per questo la tua colpa; e poi, quando la donna si abbandona in braccia diverse che quelle del suo marito non sono, sempre le viene in odio il marito, non cura i figli, la famiglia distrugge; la qual cosa [pg!112] nel marito rispetto alla moglie non sempre vediamo apparire. Aggiungi, che i figli adulteri stanno in casa monumento perpetuo di vergogna; non possono, o mal possono cacciarsi per legge, ma dal cuore si cacciano per odio, fanno nascere la voglia di spengerli, o si sopportano come nemici, perseguitati dagli altri, che come ladri della loro sostanza li considerano, percossi, avviliti, così che l’anima affannosa della madre non sa bene se deva desiderare che vivano in tanto miserabile vita, o se piuttosto si muoiano; e ciò nei trascorsi degli uomini fuori di casa difficilmente avviene, o non mai. Ecco la moglie infedele guasta l’anima di tutti: già sono sparsi i semi dell’odio; la colpa ha seminato il delitto, e la pena lo mieterà. Oh! fossi morta prima di perdere la mia innocenza! o piuttosto non fossi io nata! Isabella, sei sola; lascia l’alterezza del sangue, abbandona il contegno che t’impone alla vista delle genti la tua nascita reale; e siccome ai miseri convengono lo squallore e le lagrime, piangi ora, che puoi, la tua fama perduta, la tua innocenza, la tua salute, i tuoi figli, e la tua famiglia; piangi dirotta, chè forse questa facoltà, che ti senti di piangere, è il primo segno che la misericordia di Dio ti manda a farti palese che la sua collera si mitiga verso di te....”
E piangendo forte si lasciò andare boccone sul letto, movendo il più doloroso lamento che mai femmina facesse in questo mondo. Così lunga pezza si giacque, quando le parve udire, ed udì certo un [pg!113] rumore di passi nella parte antecedente della stanza. Si alzò ratta, e levata la tenda dell’arco, ella vide comparirle davanti, non senza maraviglia e paura, Lelio Torelli. Quantunque un funesto presentimento tutta la sconvolgesse, pure, resa animosa dalla urgenza del pericolo, ella si trasse innanzi, e domandò:
— “A che venite voi? Che cosa cercate?”
— “Io vengo a domandarvi il mio cuore, che avete spezzato, la mia vita, che avete spenta, la mia anima, che voi avete perduta....”
— “Ah! Lelio, abbiate pietà di me, non vogliate crescere la mia sventura, già tanto per sè stessa insopportabile....”
— “L’avete voi sentita per me? Voi mi avete rotto come un fiore, che spensierata troncate dal gambo giù nella spalliera del giardino, e odorato appena gettate lontano da voi. Ma l’anima di un cristiano si getta via come una rosa vizza? si calpesta egli un cuore, che non ha sangue se non per voi, a modo di una pietra? No, no, la vostra ferocia ha suscitato la mia; ed io vengo....”
— “E a che vieni, forsennato?”