Così percorrendo la città di contrada in contrada, giunse la cavalcata al canto del palazzo Caracciolo [pg!134] Santobuono, sopra le rovine del quale nei moderni tempi fabbricarono il palazzo Braschi. Quivi stanziavano allora Marforio e Pasquino.

Che cosa è Marforio? Che cosa è Pasquino?

Marforio è una statua colossale dell’Oceano giacente trovata nel Fôro di Marte; donde le venne il nome. Clemente XII la fece trasportare nel Campidoglio, e quivi adesso si mostra orgogliosa ai passeggieri. Pasquino è una statua plebea. Un plebeo, buono umore davanti la bottega del quale fu scavata, le dette il nome: è mutilata, è incerta; adesso pare che si sieno trovati di accordo a battezzarla per un frammento di Ajace: ad ogni modo umana cosa, nè Dio, nè Semideo; e quantunque i meriti suoi di gran lunga superino quelli di Marforio, troppo le corse diversa la fortuna, imperciocchè invece degli onori del Campidoglio, per poco stette che nel Tevere non la precipitassero. Adriano VI fu quegli che le mosse tanto dura persecuzione; e se nol fece, deve attribuirsi allo arguto cortigiano che lo persuase, da quel tronco sepolto in mezzo al limo sarebbero uscite più voci che da un popolo intero di ranocchie. Ed ecco come la ingiustizia degli uomini si manifesti negli stessi tronchi, e nei marmi: Marforio in Campidoglio come un capitano trionfante; Pasquino per poco non capitò nel Tevere, e passata così fiera burrasca, felice lui se sta murato nel canto del palazzo Braschi. Marforio, secondo il costume dei felici, che fortuna qualunque estolle il tuffa prima in Lete,[47] non ricorda [pg!135] più i tempi passati: diventato signore, albergato splendidamente, si è fatto cortigiano, e tace; o se talvolta parla, va cauto, va circospetto, e sebbene colosso marmoreo, cammina leggiero come se temesse calcare uova; adula quasi: ma Pasquino, senza capo, senza braccia, e senza gambe, esposto ai venti e alla pioggia, si conservò popolano; e sempre parla, e sempre morde, e non finisce mai di dire la sua, nasca quello che ne può nascere; tanto, peggio di perdere testa, braccia e gambe, non gli può andare. Marforio però abbandonava la fama; all’opposto Pasquino non conobbe mai decadimento di bella rinomanza. Marforio è un disertore, Pasquino gettò via le gambe per non mai fuggire; quindi il popolo ha dimenticato Marforio, e crebbe a mille doppii l’amore al suo Pasquino. Marforio in Campidoglio nel fondo della corte del Museo Capitolino, accompagnato dai Satiri di bronzo trovati nel teatro di Pompeo, re della fontana a cui è sopraposto, si annoia, e se fosse dato ad un Oceano di marmo sbadigliare, egli sbadiglierebbe. Per lo contrario, Pasquino palpita, e vive, ha simpatia col popolo, e comunque acefalo, sentenzia, ragiona, e rivede i conti meglio di quelli che hanno capo. Già per vivere in questo mondo non è provato punto che vi abbisogni il capo; testimonio Plinio, che afferma trovarsi un popolo di acefali da lui chiamati blemmii, la quale cosa se poteva parere ai tempi di cotesto scrittore stupenda, per noi cessò da lunga stagione di maravigliare le genti. [pg!136]

Pasquino spesso è Nemesi perseguitata, che vibra nel buio un colpo contro l’uomo che beve le lacrime del popolo, e questo colpo lo giunge nella fronte preciso come il sasso lanciato dalla fionda di David; — è Nemesi che raccoglie l’acqua amara che sgorga nelle contrade della oppressione, e ne tempera il vino spumoso della superbia; — è Nemesi che mesce i vermi tra i fiori della felicità spietata; — è Nemesi che fa traboccare il feroce negli aperti sepolcri, mentre gli freme tuttora la voce di minaccia sopra la bocca: — ella mesce di terrore le tenebre, popola di fantasime i sogni, empie il capezzale di rimorsi, dà voci alla zolla che cela il delitto ignorato, e perseguita con gli affanni le vite, con le disperazioni le morti. — Ma troppo spesso Pasquino nasce dalla perfidia umana; conciossiachè siavi una gente a cui la natura disse: — odia, — come all’aquila disse: — vola; — e l’uomo odia, come l’aquila vola. O Signore Dio, perchè creasti il serpente che avvelena, la fiera che divora, l’upas che uccide, e l’uomo che odia? Ecco, il cielo sereno è un’angoscia per lui, il sole splendido una ingiuria, il lago limpido uno scherno, l’anima tranquilla una offesa: egli vorrebbe possedere lo sguardo del basilisco, i fiati del cholera, i bitumi dello asfaltide, la disperazione di Giuda, per contristare quella serenità di azzurro, di linfe, e di anima innocente.

La verità è il sole più sfolgorante del diadema di Dio. Nei giorni della creazione egli avrebbe dovuto [pg!137] appenderla come unico luminare alla volta dei cieli. La verità deve uscire palese dalle labbra dell’uomo, come gl’incensi religiosi dai turiboli di oro. La opera delle tenebre desidera consumarsi nelle tenebre. La verità non deve prendere la larva della menzogna. Perchè mai la verità assumerebbe il sembiante della calunnia? Il cuore del codardo può diventare luogo acconcio per un nido di vipere, non mai il tempio della verità. La verità deve predicarsi alla faccia del giorno dai luoghi eccelsi, dalle vette dei colli, dalle aperte sponde dei mari; la verità deve confermarsi davanti gli uomini che la detestano, e davanti ai giudici che la condannano a modo di Socrate innocentissimo. La verità arse sopra i roghi, ma ecco rinacque dalle sue ceneri a guisa di fenice; la verità saliva sopra i patiboli, e tornò a palpitare nei suoi lacerti, come l’animale che rivive negli scissi frammenti. La verità non ingannava, nè lusingava persona, imperciocchè ella abbia detto: «Io mi chiamo martirio sopra questa terra, e gloria in cielo: chi mi vuole seguire mi segua; io sono una dura compagna della vita.»[48]

Chi ha orecchie da ascoltare ascolti: io riprendo il cammino.

Pasquino, ed anche Marforio non salito allora in Campidoglio, apparivano in quel giorno solenne nella pienezza della loro gloria, cinti all’intorno di una raggiera di satire di tutti i colori e di tutte le dimensioni; e anche lì il popolo in calca stava leggendo, [pg!138] o facendosi leggere, e quanto gli parevano più acerbe le parole, meglio avvelenate, più acconce a vituperare un nome, a contristare uno spirito, a disperare un’anima immortale, e più rompeva in risa insane, e in dimostrazioni di allegrezza.

E la cavalcata notando alla lontana così magnifico apparecchio esultava, e se non l’avesse trattenuta la reverenza avrebbe precorso il cardinale; — si stringeva, s’ingegnava scuoprire da lungi: chi si alzava sopra le staffe, e chi faceva prova di raccogliere la luce con la mano aperta a guisa di tettoia sopra le ciglia.

— “O egli è concio pel dì delle feste,” dicevano i cortigiani; “fa proprio pasqua Pasquino; ne vorremo udire delle belle, la materia non manca; il fieno è così alto, che invita la frullana;” — e via discorrendo, sicchè il ronzìo si sentiva da cento passi allo intorno.

Il cardinale passando vicino alle statue temute, non torse collo, e non fece sembiante di volgervi lo sguardo.