Diversamente i cortigiani, che vi caddero sopra come colombi in un campo di biade, non badando e non curando se investissero o pestassero i popolani, i quali si dettero a saltare chi di qua chi di là, imprecando e urlando nel modo che fanno le rane quando il toro si accosta alle sponde del padule. — Ond’è, che cotesta gioventù spensierata e strepitosa allo improvviso si tace? Sovvengavi delle miriadi di [pg!139] passere, che popolano la vasta chioma di un rovere, e che garriscono senza posa, dondolandosi per le fronde con moto irrequieto, se allo improvviso apparisce un falco volteggiante con le sue larghe ruote in prossimità dell’albero, tacersi sì, che paiono còlte da subita morte, e rannicchiarsi, e stringere le ale, e non che ardire il volo di ramo in ramo, ingegnarsi di stare celate sotto una foglia: in questa guisa i cortigiani sbaldanziti continuarono gravemente, e in silenzio la cavalcata.

Pasquino aveva versato un torrente di malignità contro il cardinale, perchè sopra gli altri reputato felice. Una delle satire, che riguardava lui, diceva così. Marforio domandava a Pasquino: “Qual’è la mula che il Medico cavalca adesso?” — E Pasquino: “Cavalca la mula del Farnese;” — e ciò alludeva agli amori, secondo che porgeva la fama, tra Ferdinando e Clelia, figliuola del cardinale Farnese. Ma questa era cosa da tollerarsi: quelle poi che apparivano veramente infami versavano sopra Francesco, sopra la Bianca, sopra Isabella, il marito, Eleonora di Toledo, e don Piero dei Medici; ed io, come invereconde troppo, mi guarderò bene di riferirle.

Il cardinale non torse il capo; ma guardando obliquo ed acuto aveva quasi con animo presago incontrato e letto quei vituperii; e fatta avanzare la chinea di un passo, occupando il duca di Bracciano con certa sua novella, operò destramente per modo ch’egli non si addasse di nulla. Quando poi convenevole [pg!140] tempo gli parve, fatto cenno ad una sua lancia spezzata, gli ordinò con voce sommessa quello che avesse a operare. Ebbe appena la cavalcata svoltato il canto, che la lancia si voltò indietro con grande impeto, dando degli sproni al cavallo. La turba si era raggranellata daccapo, e gioiva di una perfida gioia, e lodava Pasquino; e gli decretavano per acclamazione una corona di alloro. Senza pur dire: — largo — la lancia investe col cavallo la calca, che di nuovo non fu lenta a sbarattarsi, distribuendo, senza contarli, colpi di calcio di alabarda a destra e a sinistra, sopra le braccia, la testa e le spalle di coloro che punto mostravano di nicchiare; ed arrivato a Pasquino, gli avventa contro con tanto e tale impeto la mano chiusa nel guanto di ferro, che ne riporta visibilmente graffiature, e fatto rifascio di tutti i cartelli se li porta via, partendo con la medesima furia con la quale se n’era venuto, senza darsi un pensiero al mondo della turba, che come prima lo vide lontano, levò il capo, sempre a modo dei ranocchi, e si dette a schiamazzare, a bestemmiare al corpo e al sangue, a volere far carne, e fendergli il cuore, e lì taglia, ch’egli è rosso; terminò poi come sempre succede, che chi ebbe contusioni vi pose lo impiastro, e chi la testa rotta se la fece fasciare.

Ossequiata Sua Santità, per meno lungo sentiero si ridusse il cardinale al suo palazzo, dove chiuso nello studio, senza valersi dell’opera di segretario, scrisse lettera al fratello Francesco, nella quale taciuti [pg!141] i rimproveri che pure ad ambedue loro si facevano meritamente, narrava dei vituperii pubblicati in contumelia della casa a cagione del vivere scorretto della Isabella di Bracciano, e della Eleonora di Toledo, e lo confortava a prendervi con la gravità sua quel rimedio che gli fosse sembrato a praticarsi migliore, ottenendo che le rammentate signore si riducessero a vivere più modestamente. Scritta la lettera, la consegnava ad un cavallaro, ordinandogli che si ponesse subito in via, e giunto a Firenze, ad altri, tranne che al Granduca, non la consegnasse per quanto avesse cara la vita. La lettera, siccome egli comandò, giunse pur troppo nelle mani di Francesco; e quando ebbe partorito quei luttuosissimi casi che danno argomento a questa Storia, non è da dirsi se il cardinale ne rimanesse contristato: ma veramente egli ebbe torto, conciossiachè non si dovesse lasciare andare a quel così subito empito, considerando di quanto cupa e feroce natura fosse il fratel suo, quanto dissimulatore, quanto inchinevole a mettere le mani nel sangue; come colui che allevato nei costumi spagnuoli, riputava obbligo di onore, pari al marito e al fratello, vendicare il torto della moglie e della sorella, e per di più, era stato nudrito in corte di Filippo II, per immanità d’indole fino nei suoi tempi chiamato demonio del mezzogiorno. — Basta, il fato volle così, e forse non sarà stata l’ultima volta, come neppure la prima, che Pasquino avrà fatto versare lagrime e sangue. [pg!142]

Francesco, ricevuta la lettera, la lesse due volte, e senza che si potesse indovinare dalla sua faccia pallida e austera se gli porgesse buone o sinistre novelle, se la ripose con molta cura nel seno; poi voltosi alla moglie, e alla sorella e alla cognata, che si trattenevano in donneschi ragionari, disse loro: — “Lo eminentissimo cardinale Ferdinando sta bene, e vi saluta.”

Passati alcuni giorni, rimandò il cavallaro del cardinale a Roma, con lettera contenente breve orazione: giungergli gratissima la prova della solerzia usata in vantaggio dell’amplissima loro casata, comecchè per somma sventura fosse caduta sopra cosa di per sè rincrescevole assai; stesse sicuro che avrebbe trovato rimedio a tutto senza scandalo, e in modo che se ne chiamerebbe contento; anzi, il fatto meritando grave considerazione, pregarlo, come aveva praticato negli altri importantissimi negozi, così in questo a non lo lasciare privo dei suoi prudenti consigli.

Spedito questo cavallaro, dopo una o due ore ne spediva un altro, al quale commetteva, che, lasciata ogni divisa, vestisse abito da mercante, e condottosi fino a Roma, si presentasse senza darsi a conoscere al signore Paolo Giordano Orsini duca di Bracciano, gli consegnasse in proprie mani la lettera che gli dava, e poi se ne tornasse, senza pure riposarsi in Roma; per quanto aveva cara la grazia sua, i suoi comandamenti eseguisse. Diceva la lettera: [pg!143]

— «Magnifico sig. duca cognato nostro onorandissimo. — Ricevute le presenti, vorrà V. S. Illma cavalcare senza porre indugio tra mezzo alla volta di Firenze con un solo famiglio, o due al più. Apprenderà il motivo, ch’è urgentissimo, della sua chiamata dalla nostra bocca, non essendo cosa da fidarsi alla scrittura; intanto vogliamo che sappia, come questo negozio, sebbene a noi non estraneo, riguardi principalmente Lei, e la salute della sua famiglia. Di questa sua partita sarà bene che non informi persona a Lei attenente, e meno di ogni altro lo eminentissimo cardinale Ernando nostro germano. Faccia la via incognito, schivando studiosamente di darsi a conoscere; prenda così le sue misure, da giungere verso la bruna a porta Romana, portando, tanto V. S. Illma che i suoi famigli, una penna bianca alla berretta.

«Troverà qualcheduno che farà mettere dentro alle porte tanto Lei quanto i famigli, senza dare nome, e noi staremo aspettandola in palazzo.

«Dio la conservi nella sua santa guardia ec.»[49]