Paolo Giordano, letta e considerata bene la lettera, levò il fazzoletto di tasca, e si asciugò la fronte grondante sudore; poi si pose a passeggiare, tornò quindi a leggere la lettera da capo, e non sapeva darsi pace.
— “Mi sono io venduto alla catena” — andava farneticando tra sè, “con questi mercadanti nati pure eri! Io principe romano! Che lignaggio è il vostro? [pg!144] Donde nascete voi? Quando casa mia onoravano baroni, cavalieri, e uomini di alto affare, i vostri maggiori non erano degni di reggere loro la staffa. — Al ricevere questa nostra cavalcherete.... con un famiglio, due.... non vi darete conoscere a persona.... entrate fuggiasco. — La Dio mercè non siamo sudditi vostri.... comandate ai vostri servi.... Io non andrò; ho fermo di non andare, e non andrò....”
E torna a passeggiare. Intanto una voce interna, quasi partisse da qualche suo consigliere, lo raumiliava dicendo: — Ma egli è tuo cognato, egli è principe di corona, che non può muoversi per venire da te; egli è potentissimo, egli è ricchissimo, di autorità inestimabile in corte di Roma. Poi la cosa riguarda te, sicchè pare giusto che tu debba andare verso lui, ed anche porgergli grazie se si dimostra cosiffattamente amorevole pei tuoi vantaggi: arrogi che ti alleva in corte il tuo figliuolo Virginio, e gli farà lo stato, perchè sopra il tuo ci è poco da contare: nelle tue strettezze, nel diluvio universale dei tuoi debiti, chi può se non egli esserti arca di salvazione? Bracciano, o Bracciano, nobile arnese dei padri miei, io ti vedo in profezia diventare preda di qualche fortunato mercante che dopo avere preso le terre, prenderà anche il titolo.... e così dopo avere sfrattato la mia illustre prosapia dal castello, sfratterà il mio nome dalla memoria degli uomini. — Dunque mi parrebbe giovevole andare, e tenermi bene edificato questo parente per amore del debito. — Amore! — avrei [pg!145] dovuto dire odio: ma gloriosissimo San Pietro, come potrò io odiare i debiti, se i debiti furono le mie fasce quando prima venni nel mondo, e saranno il mio lenzuolo funerario quando scenderò nel sepolcro? il Bernia compose un capitolo sopra il debito; fece male, doveva comporvi un poema epico. — “A Firenze.... Titta! Fa di sellare tre cavalli a dovere; ci converrà fare cammino. Tu e Cecchino verrete con esso meco: lasciate la livrea, ponetevi una penna bianca alla berretta, e non dimenticate i gabbani. — Egli è dovere condurre questo povero Cecchino: lo menai via da Firenze, ch’era, si può dire, sposo novello; e rivedrà volentieri la vecchia madre, e la moglie. Penso che me ne saprà grado, o almeno me lo fingo; e questo fingimento mi fa bene. — Costoro godono meglio di noi: credono allo amore, e si amano, e si rivedono con piacere, e si lasciano con affanno.... Io poi ricordo appena di aver moglie; e sì, che Isabella è pure vaghissima femmina, e di alto animo, e di ornato intelletto, e davvero io ho mostrato fare un gran caso di tutti questi suoi pregi! — Parmi ch’io lo deva avere per giunta se in casa mia non sarò odiato: — mi basterebbe dimenticato.”
E se non m’inganno, qual fosse Paolo Giordano Orsini in molta parte lo ricaviamo da questo suo discorso: — il piombino dello archipendolo, di cui un braccio fosse il vizio, l’altro la virtù, per sè fermo perpetuamente, e incapace a muoversi se impulso [pg!146] esterno nol facesse oscillare da una parte o dall’altra. Spensierato, prodigo, e subito così a inferocirsi come a placarsi; ma per colpa dei tempi più spesso trascorrevole nella ira che propenso alla pietà: e poi, quando era aizzato da chi sapesse prenderlo pel suo verso, non possiamo immaginare enormezza a cui non si trovasse parato. Io non voglio dire che assomigliasse Claudio, il quale avendo fatto ammazzare la moglie Messalina, quindi a poco postosi a tavola domandò del perchè la imperatrice non venisse;[50] ma dopo le sanguinose collere, che in balía loro lo trasportavano, tale lo sorprendeva un oblío dei commessi misfatti, che nè i sonni gli si turbavano, nè differiva i conviti, nè trascurava le feste, sollazzevole così, come se nulla fosse avvenuto: dissimulatore non per concetto, ma per abito, e tanto più pericoloso, in quanto che quei suoi modi facili assicuravano di una certa ingenuità di naturale.
Si partiva pertanto da Roma, e giungeva a Firenze, dove fu introdotto nel modo convenuto, e quindi a poco in palazzo.
Francesco stava seduto a mensa in compagnia della Bianca, e non sì tosto ebbe visto il duca, che levatosi in piede gli porse cortesemente la destra, e lo baciò sopra ambedue le gote: compite coteste accoglienze, il duca s’incamminava verso la Bianca, che non si mosse, e fattole omaggio, le baciò ossequioso la mano.[51] [pg!147]
Francesco tornato a sedere,
— “Giordano,” disse “voi dovete essere stanco; ma prima che ve ne andiate a riposare, sedetevi, vi prego, e ristoratevi alquanto di cibo e di bevanda: voi lo vedete, noi siamo in famiglia.”
E Paolo Giordano, senza aspettare che gli venisse reiterato lo invito, si assise a mensa a canto a Francesco.
Certo nè a poeta nè a romanziere mai si presentò così magnifica occasione per isfoggiare la sua facoltà descrittiva. Senza far torto a nessuno, poche corti allora, e forse anche adesso, possedevano gli arnesi preziosi di cui i Medici avevano tesoro; e non già preziosi per la materia, quanto molto più pel lavoro: — credenze di argento, vasi, vassoi, orciuoli, bacini, coppe, fiaschi, candelabri, tutto insomma era maraviglia a vedersi; — ma io lascerò stare, e mi stringerò a quello che meglio desidera il mio argomento.