Il duca, quantunque assuefatto alla profusione romana, rimase sorpreso della copia immensa delle vivande: e guardando più accuratamente, la sua sorpresa si accrebbe nel considerare le varie generazioni dei cibi: — passere minutamente tritate intrise con rossi di uova, e con farina inzaffranata, spolverizzate di zucchero, — agli e nasturzi indiani, — cipolle maligie crude, rafani tedeschi, scalogni, e raponzoli; — inoltre, dentro vasi di finissimo cristallo per condire, giengiovi, pepe nero, noce moscada, [pg!148] garofani, zenzero, e simili; — in mezzo, una piramide di uova; e da per tutti i lati, manicaretti e intingoli di strana apparenza; di più maniere formaggi posti in diaccio dentro piatti di argento.

Siccome le vivande note poco talentavano al duca, si avventurò ad assaggiare alcune delle sconosciute, e bene gliene incolse, imperciocchè fossero composte di polpe di francolini, di fagiani, di pernici e di starne, ma acconciate così, che gli bruciavano il palato, e gli facevano lacrimare gli occhi: si ricordò di Porzia, che trangugiò carboni ardenti; non si sapeva persuadere come uomo potesse nudrirsi in cosiffatta maniera: chiedeva spesso da bere per temperare l’arsura, e le bevande che gli porgevano erano diacciate così, che gliene spasimavano i denti, e i nervi del capo. E poi vini fumosi e frizzanti, da dare la volta al cervello dopo il secondo bicchiere. Gli pareva un convito infernale, e che per assuefarsi a cotesti alimenti e a cotesti liquori, il granduca e la granduchessa avessero dovuto durare maggiore fatica di Mitridate, che beveva e mangiava senza danno qualunque tossico, per gagliardo che fosse. In breve, fu spento, se non sazio, in lui il naturale desiderio del cibo e della bevanda, e prese a guardare il cognato, che silenzioso attendeva a empirsi lo stomaco, con una specie di rabbia, di cipolle novelline spolverizzate di zenzero; e poi ad un tratto cessava dalle cipolle, prendeva un uovo, e rotto il guscio vi gettava dentro una cucchiaiata [pg!149] di pepe nero, e beveva; quindi da capo cipolle; e di tratto in tratto ordinava: — da bere. — Il coppiero gli recava un bacino con un fiasco pieno di acqua, e un piccolo bicchiere pieno di vino suvvi, ed egli rovesciato quasi tutto il bicchiere nel bacino, lo riempiva di acqua e lo trangugiava di un sorso.[52] Cotesto depravato costume non era un piacere, ma visibilmente travaglio, conciossiachè giù dalla fronte gli gocciasse il sudore, le pupille mandasse torte, ansasse, e nel volto di colore si tramutasse, ora facendosi vermiglio come fuoco, ed ora giallo come le candele che gli ardevano davanti.[53] A Paolo Giordano parve, com’era pur troppo, cotesto un volersi distruggere, e allora pensava che sarebbe stata cosa più lesta gittarsi a capo fitto dai finestroni del palazzo. Con simile idea per la mente egli volse gli occhi alla Bianca, e gli occhi della Bianca ricambiarono co’ suoi uno sguardo d’intelligenza. Giordano aveva voluto esprimere questa domanda: — E come mai voi che pur siete accorta femmina, consentite che costui così si uccida? — E la Bianca aveva risposto: — Se ci patisca, Dio lo sa; voi sapeste con quale arabico umore mi tocca a fare! Proverò non ostante, e voi vedrete. —

E quando tempo le parve, la Bianca, côlto il destro, con quella maggiore piacevolezza che troppo bene sapeva e poteva adoperare, così favellò:

— “Mio signore e consorte, vorrestemi di grazia essere cortese di un dono?” [pg!150]

— “Dite....”

— “Vorreste, per amore mio, essere contento di rimanervi da cotesto cibo crudo, che io temo forte non vi abbia a far male?”

— “Bianca, io ve l’ho detto un’altra volta, e desidererei non avere a dirvelo la terza: in casa mia, e nel mio Stato, così nelle piccolissime come nelle grandi cose, assoluto signore voglio essere io....”

— “Nè io vi contrasto il dominio, chè anzi troppo mi onora chiamarmi vostra schiava; ma per questa volta vi supplico, cuor mio, gioia mia, vogliate sodisfarmi....”

E così dicendo, stese la mano al piatto per toglierglielo davanti. Francesco, preso da impeto rabbioso, con la manca strinse il braccio della Bianca forte così che vi rimase impressa di un colore turchino la traccia delle dita, e fremendo del bramito di fiera, la guardò bieco, e lungamente negli occhi; poi senza profferire parola, lento lento aperse la mano. La Bianca ritirò il braccio illividito senza ardire dolersi, e ricacciò dentro gli occhi due lacrime pronte a sgorgare: umiliata e confusa, non seppe nascondere la vergogna, il dispetto, e la rabbia, fuorchè gridando: — “Candia!...”

E il destro coppiere le pose tosto davanti il bacino di argento, il bicchiere di vino di Candia, e una caraffa di acqua. Ella, lasciata stare l’acqua, prese il bicchiere, e presto presto lo mandò giù di un fiato.[54] [pg!151]