Al duca pareva assistere al convito di Domiziano, quando fece portare i cataletti intorno alle tavole col nome dei commensali: avrebbe desiderato essere mille miglia lontano di là: si rammentava essersi sentito meno tristo accompagnando i funerali di sua madre.

Francesco, come un fanciullo stizzoso, immaginava potere dimostrare quali e quante fossero la potenza e la libertà sue di fare a capriccio, empiendosi la bocca di cipolline tutte coperte di zenzero, bevendo uova impepate, e tracannando acqua gelata, finchè una cosa che poteva più di lui, voglio dire la natura, quasi sdegnosa di sentirsi così manomessa, gli fece fallo, ed egli gittato un grandissimo sospiro, si lasciò cadere riverso sopra la spalliera della seggiola, col capo abbandonato giù sul petto, le braccia ciondoloni, esclamando:

— “Non ne posso più....”

La Bianca e Giordano gli furono prontamente dintorno; e gli alzarono la testa: egli teneva la bocca aperta e torta come se lo avesse preso l’accidente di gocciola; gli occhi aveva appannati, e il respiro affannoso.

— “Chiamate il signore Baccio, o il Cappelli,” disse la Bianca con immensa ansietà: “andate.... muovetevi.... qualcheduno per amore di Dio....”

E Francesco brontolando:

— “Nessuno si muova... Acqua... neve... diaccio... un poco di aria... aria...” [pg!152]

Apersero tutti i balconi; gli portarono acqua, e neve, e diaccio; ed egli ambedue le mani tuffò dentro la neve, e così gelate se le accostava a più riprese alla fronte; mescolò nell’acqua diacciata certo suo elisir, e bevutone alquanto si sentì un poco sollevato. La Bianca, che fino a quel punto lo aveva sovvenuto con amorevolissima cura senza dire parola, allora si avventurò a domandargli:

— “Volete andare a letto?”

— “Sì, fatemelo rinfrescare... rinfrescatelo voi... nessuno altro della famiglia venga qua dentro...”