“M’infiamma il sangue, anzi pure le midolle mi consuma e le ossa uno amore....
“Chi è che ha detto amore? Ho io profferito amore? Ah! per pietà, che nessuno lo sappia.... che nessuno lo intenda.... che le mie orecchie non lo ascoltino dalle mie labbra! Folle! E che importa questo, se ho l’inferno nel cuore? — Sì, un amore infame mi arde tutta, un amore da far piangere gli angioli. Maria, non mi guardare nell’anima! Tutti i confessori del paradiso, non che tu, Vergine immacolata, diventerebbero rubicondi per vergogna a guardarmi nell’anima!
“E non pertanto questa fiamma così arde segreta, che nessuno contemplando la mia pallida faccia potrebbe dire: — Ecco un’adultera! — Chi dei viventi saprà distinguere in me come tinga la colpa, o come il dolore? In quella guisa, che la lampada sepolcrale [pg!10] arde illuminando gli scheletri umani senza comparire di fuori, così l’amore mi vive nell’anima, splendendo sopra le reliquie miserabili della mia contaminata virtù.
“Ma in questa fiera battaglia ogni spirito vitale è venuto meno. Già si approssima l’ora in cui si aprirà lo abisso entro il quale rovineranno verecondia di donna, reverenza di marito, decoro di famiglia, e amore di madre, e tutto insomma, e la salute dell’anima con essi!
“La salute dell’anima! la perdizione eterna! E se io, disperata ormai di superare la corrente, mi lasciassi sopraffare dalle acque....? Se, anima piena di amarezza, io ardissi fuggire dal tristo carcere del corpo....? Se prima della chiamata io disciogliessi le ali fuori della vita, e riparassi sotto il manto del perdono di Dio....? si apriranno esse le braccia di Dio per accogliermi, o mi respingeranno? E di vero, non sono io intieramente corrotta? Dio non penetra nei nostri cuori, e non vede come li abbia rosi il peccato? In questa acerba contesa io difendo quella parte di me che diventerà polvere; l’altra, che ha da vivere immortale, ormai è perduta. Sia che io rimanga, o che fugga; sia che mi abbandoni, o che resista, Isabella, tu sei dannata.... dannata per sempre!
“Dov’è, chi è colui che pose questa legge iniquissima? Se io non valgo a rompere, voglio mordere almeno questo fato di ferro. Non ho combattuto, e non combatto tuttora? Qual è in me la colpa, se io [pg!11] non posso vincere? In che cosa peccai, se un serpe mentre io dormiva mi si è insinuato nel cuore, vi ha fatto il nido, e lo ha reso a vedersi più tremendo della testa di Medusa? In che peccai, se non mi basta la lena a portare questa croce? I caduti non s’irridono, non si condannano, ma si aiutano. Ebbene, poichè colpa pensata vale colpa consumata, e portano ambedue la pena medesima, scendiamo interi negli abissi del delitto, e moriamo....”
Queste ed altre parole in parte profferiva, in parte mormorava fra i denti una giovane donna bellissima di forme, davanti la immagine della Madonna, opera divina di Frate Angelico.
E cotesta immagine, simbolo di celeste verecondia e di casti pensieri, sembrava come sbigottita da preci siffatte; imperciocchè per le parole assai, ma più pel modo col quale venivano pronunziate, paressero e fossero in parte immani empietà. La donna non istava atteggiata a reverenza, ma dritta, proterva, a fronte alta, con occhi torvi ed intenti, affannoso il petto, tremule le labbra, dilatate le narici, strette le mani, inquieti i piedi, — leonessa insomma, piuttostochè donna, e molto meno poi donna supplichevole.
Aveva ella ragione?
I Greci ricercando sottilmente la natura di questo nostro cuore, conobbero tali vivere vizi così inerenti alla sostanza umana da non si potere vincere dalle forze unite della volontà, delle leggi, dei costumi, nè dalla religione: però con quello ingegno portentoso, [pg!12] che a loro soli concessero i cieli, resero amabile il vizio, e lo fecero contribuire al bene della repubblica: invece di aspettare quello che non poterono prevenire, gli andarono incontro. A modo di quanto si narra di Mitridate avendo a bere veleno, vi si abituarono per tempo, togliendogli la facoltà di nuocere. Osarono anche di più: fecero gli Dei complici dei misfatti degli uomini; non potendo sollevare questa polvere fino al cielo, abbassarono il cielo fino alla polvere, e il colpevole diventò argomento non di odio, ma di compassione, come quello che aveva ceduto alla onnipotenza del fato, cui Giove non che altri cedeva, e che guidando i volenti, i repugnanti strascina.