Lelio, certo giorno, insinuatosi secondo il costume nella stanza d’Isabella, si era recato in mano il suo leuto, e facendo sembiante tasteggiarlo, prese a cantare una canzone, che più di ogni altra piaceva alla Isabella: non si attentava spiegare tutto il volume della sua voce limpidissima, trattenuto dalla reverenza del luogo, e perchè, ignaro di musica, l’aveva appresa a aria ripetendola chi sa quante volte; ma infervorandosi a poco a poco, cesse allo impeto che lo moveva, e di rado, o non mai, gli echi di cotesto sale risonarono di canto così poderoso. Sopraggiunse inosservata Isabella, e commossa a tanta dolcezza, si accostò pianamente, e quando Lelio ebbe terminato la canzone, gli pose una mano sopra i capelli, palpandoglieli per vezzo, ed esclamò:

— “Chi ti ha insegnato cotesto, mio bel fanciullo?”

— “Amore.... grandissimo, che mi ha preso per la musica.”

— “E tu, segui i consigli di cotesto amore, perocchè lo esercizio delle belle discipline affinando lo intelletto ingentilisca il cuore.”

E siccome la duchessa gli teneva sempre la mano sul capo, Lelio con voce sofferente così se le raccomandò:

— “Madonna..., per amore di Dio, io vi supplico di levarmi la vostra mano dal capo....” [pg!33]

— “Doveva io non porvela mai....” risponde la duchessa con voce un cotal poco risentita; e la ritira a sè prestamente.

— “O signora mia, abbiatemi misericordia, chè ella mi ardeva il cervello.”

— “Io non vedo perchè la mia mano deva farvi ufficio della camicia di Nesso.”

— “Non lo so neppure io.... ma lo sento.” E queste parole profferiva il fanciullo con voce sì tremula, così pietosa, che la duchessa gli accostò il palmo della destra alla fronte, e come atterrita riprese: