«Oh Signore, gran mercè!» esclamò la Contessa, e corse alla finestra; «sì certo, egli è desso… venite a vedere, cugino… ma che hanno il restio, che vengono sì tardi quei loro ronzini? Conte, e' pare che abbiate partecipato la vostra pigrizia anche alle bestie dell'armata: Conte, ponete cura di dare un'altra volta ai Corrieri i migliori cavalli dell'esercito… ditemi, Conte, in quanti giorni potremo giungere a Roma?»
«Contessa, ricevete con maggiore temperanza la lieta fortuna, se volete con minore cordoglio sentire l'avversa. Voi non sapete che cosa rechi il Corriere.»
«Oh! il cuore mi predice bene, ed egli non mi ha ingannato giammai. Ecco quel vostro insopportabile riso di scherno. Che volete? cugino,—io sono fatta così; ricevere la lieta novella col viso stesso col quale si riceve la trista mi riesce impossibile. Che potrete dire di me? La Contessa ride se la ventura le cammina prosperevole, piange se contraria; ma voi fate altramente nel vostro cuore? E per un po' di copertura, per un po' di sforzo menate tanto vampo; eh via! lasciate che sgorghino le lacrime quando vogliono sgorgare, e ridete quando vi prende desiderio di ridere. Forse per dolermi delle avversità mi perdo di animo vilmente, e, per quanto mi ha concesso il cielo di senno e di forza, non mi adopero io a superarle?»
«Contessa, questi che accompagna il nostro uomo è Cavaliere; non sarebbe bene che voi andaste ad acconciare più convenientemente il vostro abbigliamento?»
«Conte di Monforte, noi vi preghiamo che non vogliate darvi maggior cura di nostra persona di quella che ci diamo noi;» disse in atto disdegnoso la Contessa Beatrice; e poi guardandosi attorno, e scorgendosi abbigliata da vero meno che onestamente, arrossì, sorrise, ed aggiunse: «Bel cugino, io vedo che quando avrete perduto quella vostra ruvidezza da soldato, diverrete discreto maggiordomo della più ritrosa dama dai trenta anni passati.» Poi la stessa ambizione, che così scomposta l'aveva condotta in quella stanza, la fece uscire a comporsi, perchè la rabbia di comparire ornate, se in pochissime donne non è la prima passione, viene però immediatamente seconda.
Quando la Contessa ricomparve nella sala, il Corriere e Rogiero vi si affacciavano per altra parte. Il Corriere pose ginocchio a terra dicendo che la risposta l'aveva il compagno: la Contessa lo rilevò graziosamente, e con la solita promessa, che si sarebbe rammentata di lui, gli dette licenza. Allora Rogiero fatto un lieve saluto alla Dama, le presentò le lettere, la quale, come colei che non sapeva di leggere, le porse con bel contegno al Monforte, dicendogli con voce sommessa: «Spacciatevi, Conte, che molto mi preme sapere che cosa elle rechino.»
Il Monforte si pose a leggere, ma non era anche arrivato alla metà, che due o tre volte lo aveva interrotto la Contessa domandandolo: «O che dice?… o che porta?»
«Ma, Dama,» parlò impazientito il Monforte, «se voi non mi lasciate leggere, non ve lo dirò di qui a mille anni.» Ed egli poi non era gran maestro in letteratura, e sapeva leggere a mala pena pe' suoi bisogni, onde sovente mormorava tra' denti: «Anche nello scritto si palesa tristo costui: fosse qui il cappellano che tanto vale a leggere di questi scorbii….» Alla fine, come Dio volle, la lesse, e senza aspettare di esserne ricercato disse pianamente alla Contessa: «Il traditore accetta il trattato, sebbene, scrive, per essersi preso cura di mandarvi un Cavaliere napolitano che vi recherà cosa più grata del passo dell'Oglio, voi potreste aumentargli la somma. Vi raccomanda poi, che arrivata a Roma, vogliate per vostra intercessione pacificarlo con la Chiesa, e renderlo partecipe delle sante indulgenze promesse a chiunque prenda la croce contro Manfredi.»
«Intorno la prima richiesta rispondete, Conte, che volentieri vorremmo potergli in migliore modo manifestare l'animo nostro, ma che le presenti strettezze non cel permettono; aggiungete, grande estimare noi lo ufficio che ci rende, e la Casa di Francia porre ogni sua gloria in dimostrarsi grata: per la seconda assicuratelo, che sarà nostro pensiero adoperarci presso Papa Clemente, affinchè lo ribenedica, e lo abbia in luogo di figlio; stia pur quieto di questo, che noi ne avremo cura come di un nostro fratello.»
«Ah! Contessa, mi pare tanto bella l'unione di Buoso col Demonio, che sarebbe gran peccato sturbarla.»