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«Che Dio vi conceda il buon giorno, bel cugino,» disse la Contessa Beatrice, che, nell'uscire da una camera ov'era stata a riposare, s'incontrò nel Conte Guido di Monforte. Ella veniva frettolosa, e le vesti aveva scomposte più che a nobile dama non convenisse; le sue donzelle le si traevano dietro correndo, e andavano aggiustandole alla sfuggita chi il velo, chi la cintura, o che altro.

«Dama, che possiate esser lieta di tutto quello che desiderate; qual cosa vi affanna, onde tanto smaniosa vi levate di letto?»

«Cugino, arrivò il Corriere?»

«Dama, non si è ancora veduto.»

«Ci avesse tradito il Duera? Trovasse piccolo il premio? Cugino, spedite gente per conoscere ciò che n'è stato; fate offrire doppio premio a quel tristo, purchè passiamo. Il Pelavicino non può tardare di caricarci alle spalle; se questo avvenisse, noi saremmo perduti. Affrettatevi, bel cugino, affrettatevi.»

«Dama, aspettiamo.»

«Ah! Guido. Guido, questa vostra lentezza ci perderà: che temete?»

«Che temo io? Così non mi avesse detto Carlo,—conducimi ad ogni costo questo esercito intero,—e non mi avesse posto da lato le paure femminili, come io avrei di già fugato il Duera, e valicato l'Oglio; perchè i miei anni si sono consumati a rompere i nemici col ferro, ma non ho mai appreso a cacciarli coll'oro: nondimeno, poichè piacque a Monsignor Carlo mettermi per questa via piena di pericoli, e vuota di onore, io devo aver cura del suo danaro, perchè raddoppiando il prezzo di Buoso non ci basterebbe a pagare la milizia fino a Roma.»

La Contessa si apprestava a rispondergli, e chi sa dove sarebbero andate a finire le parole, se un donzello non fosse entrato in quel punto annunziando, che il Corriere conducendo seco un altro uomo si scorgeva cavalcare verso la casa.