Rogiero e il Corriere francese si posero dietro agli officiosi valletti, che con molte candele alla mano andavano rischiarando il cammino: appena usciti dalla sala, la voce di Buoso si fece nuovamente sentire, che chiamava gridando: «Messer Cavaliere!»

Rogiero rifece i passi, e domandò: «Che volete?»

«Messer Cavaliere, avete pratica co' fiorini d'oro?»

Rogiero si fece un po' rosso nel viso, e rispose che no.

Buoso sorrise, e traendo una borsa disse: «Questa parmi troppo grande vergogna per Cavaliere come voi! Voi non conoscete i fiorini che sono la più bella moneta che si batta per tutta Cristianità? Havvi taluno che preferisce gli agostari di Federigo, e gli schifati dei Normanni, ma io per me terrò sempre pel buon fiorino d'oro che si batte a Fiorenza. Ecco qua, vedete,» soggiunse prendendone uno, e mostrandolo a Rogiero, «da un lato il giglio, dall'altro il Battista, donde l'infallibile proverbio:—amici son coloro—che hanno il Santo a sedere, e il giglio d'oro. Ora fanno dodici anni cominciarono a coniarsi dai mercanti fiorentini: l'oro arriva alla bontà di ventiquattro carati; si contano a venti soldi l'uno, ed otto pesano un'oncia.—Vorrestemi usare cortesia, bel Cavaliere?»

«Parlate.»

«Dimani vedrete nel campo di Carlo affidarne certa quantità ad un Corriere affinchè me li porti; egli è un dono che vuol farmi la Virtuosa Contessa Beatrice, e ch'io non mi trovo in caso di rifiutare: ora vi pregherei ad aver cura di riscontrare che formino bene ottomila; se crescono, lasciate stare; se non arrivano alla somma, avvertite la Contessa del difetto. Mi promettete di farlo?»

«Ve lo prometto.»

«Gran mercè, Cavaliere.»

—Ecco un'anima da appaiarsi con Gano di Maganza,—pensò Rogiero tra sè,—ed io?—il sonno non iscese per quella notte su le sue stanche palpebre.