«Ma Italia?»
«Italia è qui,» rispose Buoso toccandosi la fronte: «ho udito raccontare di tempi nei quali era altrove, ma io non li vidi, nè credo, che sieno stati; nondimeno, se possono essere, mentre si aspettano, ogni uomo si ponga la mano alla fronte, e dica: Italia è qui.»
«La fama?».
«Oh la fama! è l'ombra del buon successo: procura mantenerti felice, e gli uomini procureranno di chiamarti glorioso.»
«Pure fin qui non ho trovato lingua mortale che non condanni il tradimento.»
«Da cui, e come? Tradimento, s'io non m'inganno, significa romper fede; ora non vi ha fede che sia nè più forte nè più ragionevole di quella che ogni uomo deve a sè, perchè di questa la Natura ne ha stretto il contratto con tali condizioni, che non possono infrangersi; però quando ti fai danno, allora commetti tradimento, e tradimento irreparabile. Io non ho mai operato cosa dannosa altrui, che, bevendoci o dormendoci sopra, non abbia affatto dimenticata: d'altronde il dolore che abbiamo apportato al nostro simile ci rimane nell'anima come ricordanza, ma il bene che abbiamo fatto a noi persevera come sentimento.»
«E questo sentimento è egli in sostanza felice?»
«Signor Cavaliere, io ho altre cose a fare perchè possa trattenermi a sciogliere i vostri quesiti; se voi gli avete promossi per conoscermi, io già vi ho detto assai, onde se siete savio mi possiate capire; se per acquietare le vostre incertezze, io devo biasimare i miei amici di Napoli, che hanno scelto in voi un messaggero così scrupoloso. Tenetevi pronto per domani; appena fa giorno, io vi manderò insieme con questo Corriere francese al campo del Conte per consegnare le vostre lettere, e, se non vi grava, anche una mia che preparerò avanti di andare a dormire.»
«Voi ne siete il padrone.»
«Sergio! Gilberto!» chiamò Buoso, e tosto comparvero due valletti, ai quali ordinava: «Fate che questi miei ospiti sieno bene alloggiati; vi raccomando che nulla manchi loro di quello che possono desiderare. Addio, messer Cavaliere; innanzi di partire spero di rivedervi.»