«Eccole.»
«Cavaliere,» disse Buoso, poichè l'ebbe lette, «io sento per queste come gran numero di Baroni napolitani, infastiditi della tirannide di Manfredi, vi hanno spedito con loro credenziali per profferire omaggio al Conte di Provenza; già a Dio non piaccia che per me sia posto impedimento ai giusti desiderii di quei valenti signori; domani potrete seguire il vostro cammino verso l'esercito francese, che troverete non lungi di qua attendato alla campagna. Devo avvertirvi però che il Conte non accompagna l'esercito, ma troverete in sua vece la Contessa Beatrice, o il Luogotenente Guido da Monforte.»
«Vi chiedo perdono, Messer Buoso, ma in cortesia vorreste rispondere ad una mia domanda?»
«Dite.»
«Non siete voi Ghibellino?»
«Che vuol dire Guelfo, che Ghibellino? Io sono per me; del nome non mi curo più che del colore della veste; in qualunque sembiante procaccio mia ventura.»
«Ma voi fin qui non combatteste per la fazione ghibellina,
Messere?»
«Io vi ripeto che ho combattuto sempre per me: vero è però che l'anno scorso sovvenni del mio aiuto il Conte Giordano, che giunse per Manfredi qua in Lombardia con cinquecento lance; quello che n'ebbi in guiderdone furono parole; ora cortesi, ora anche minacciose: ad ogni uomo è lecito errare una volta in sua vita, e felice chi può vantarsi di avere errato una volta sola; ora mi sento stanco di pascermi di promesse,—e poi l'età comincia a farsi troppa, e bisogna pure pensare alla buona morte; nè se altri si cura, mi curo ben io del perdono della Santa Chiesa, che troppo mi preme trovarmi sciolto dalla scomunica, perchè possano, quando che a Dio piaccia di chiamarmi a sè, seppellirmi in sacrato.»
«Messere, di grazia, se la richiesta non vi riesce importuna, il cuore non vi dice nulla?»
«Da qual parte abbiamo posto il cuore? Io per me l'ho dimenticato. La testa fa tutto, calcola tutto; il cuore c'è per di più: vuolsi freddezza di calcolo per ben condurci nel mondo; col cuore si fanno canzoni da innamorati, non ottimi disegni per trapassare la vita.»